Fuochi nella notte

Fuochi nella notte.
No, non sono i veterani che attendono lungo la Senna il passaggio del feretro dell’Imperatore per dargli l’ultimo saluto.
Non sono i soldati di tante battaglie che attendono di rendere omaggio al loro comandante Napoleone e accendono fuochi per riscaldarsi e non morire assiderati sul greto del fiume.
Non è nemmeno una performance teatrale o qualche installazione, deriva egoica del genio originale di qualche creativo.

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No, la scena che abbiamo di fronte, è scena di oggi.
I fuochi nella notte sono accesi tra i filari, per non far morire di gelo i vitigni che stramazzano al suolo nel melting pot climatico di questo anno di grazia 2017.
Al di là del romanticismo e della poesia che un fuoco acceso sa sempre consegnare ai nostri occhi, in particolare il fremito di un bagliore vissuto sotto le stelle, in un rituale magico e ipnotico, qui si tratta di un problema la cui gravità sta mettendo in ginocchio i viticoltori del Nord-Italia.
L’abbassamento notturno delle temperature, gela foglie e germogli delle viti. La mattina, poco prima del sorgere del sole, la fase più critica, quella che viene chiamata effetto lente, è il momento in cui la vegetazione in fase di crescita viene irrimediabilmente danneggiata. E sono disastri.
I danni per l’ultima ondata di maltempo sono stati stimati in circa 100 milioni di euro.
E allora, per cercare una soluzione, i viticoltori hanno preso esempio dagli antichi metodi.
Si sono alzati alle 4 di notte e hanno acceso fuochi di paglia tra i filari e falò più grandi agli incroci delle vigne, come si faceva quaranta anni fa, per alzare la temperatura di circa un mezzo grado, quello che serve per salvare i germogli. In questi giorni la vecchia pratica è stata riutilizzata nei territori dell’Oltrepò pavese, nelle province di Treviso, Udine e Gorizia e nelle zone del Collio e del Prosecco.
Nella sola notte tra il 20 e il 21 aprile, il gelo che ha travolto la zona di Udine ha bruciato tremila ettari di Pinot grigio e di Prosecco, sui Colli Berici circa l’80 percento di Merlot e Cabernet è andato perduto, danneggiato tra il 30 e il 50 percento dei vigneti in Valdobbiadene, nel Pavese bruciati vigneti fino all’80 percento, nel mantovano danni quasi totali all’uva destinata al Lambrusco sino ad arrivare in Emilia Romagna dove sono stati colpiti 450 ettari di vigneti impiantati nel reggiano.
L’azienda Venica & Venica di Dolegna del Collio, nel tentativo di limitare i danni, ha adottato una soluzione messa in atto recentemente in Francia, nelle zone di Bordeaux e Reims: tutti insieme tra le vigne ad accendere la bellezza di 1.500 bidoncini a base di cera per dare calore ai filari.

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In Francia, alle prese con gli stessi problemi, hanno adottato idee originali, prendendole in prestito dagli americani. Nei territori di Husseau e St. Martin le Beaua, a sud-ovest di Parigi, all’alba si sono messi in volo gli elicotteri, alla maniera di Apocalypse Now, e hanno sparato aria calda (per fortuna, niente napalm), un bombardamento di calore, questo si intelligente, destinato a contrastare l’avanzata del generale gelo e sua pericolosità, la brina. E poi non mancano altre soluzioni come irroratori e bruciatori di aria calda, sul genere di quelli che quando mangi al ristorante in inverno nella parte esterna, ti riscaldano si, ma rischi di tornare a casa col capello cotonato.
“Mi sono ricordato di mio nonno – ha sottolineato l’agronomo Urban in un articolo apparso sul quotidiano La Repubblica – Per battere la brina l’unica erano i fuochi. Ho ripreso in mano i manuali dell’università, anche lì si diceva che in questi casi, con le correnti fredde e umide che poi ghiacciano, basta aumentare la temperatura di mezzo grado, e salvi un filare”.
Al contrario della grandine che generalmente prende di mira aree di pochi ettari, il gelo è sempre un fenomeno a largo raggio che non concede sconti a quasi nessuna coltura in fase di crescita, rivelandosi, specialmente con i vigneti di fondovalle, un’autentica calamità biblica.
Bisognerà fare ancora di più come un tempo, quando “la ragione aveva torto”, ripensando al titolo del volume di Massimo Fini.
Raccomandarsi ai santi, pregare per avere un buon raccolto e far benedire sempre i campi. Rogazioni e antichi rimedi forse sono davvero l’estrema ratio per proteggere la terra e noi stessi dall’impazzimento di un clima che ha confuso aprile, quasi maggio, con il mese di febbraio.

Uno dei miei articoli scritti per Green Planet Agency (www.greenplanetagency.com)

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11 pensieri su “Fuochi nella notte

    • carissima se non si fa qualcosa, veramente il mondo rischia di trasformarsi in un luogo inospitale. L’abbassamento delle temperature e siamo in maggio sta seminando danni e anche qui nel lazio Coldiretti ha sottolineato che la metà della produzione tra vitigni e frutta è stata compromessa a causa delle gelate. La sera fa freddo. Si torna agli antichi metodi da cui abbiamo molto da imparare nonostante tutto il progresso che finisce sempre per fare danni e togliere posti di lavoro, se non è usato con la giusta sobrietà e intelligenza. Un abbraccio grande e buona serata.

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  1. Bisognerebbe tornare a 40 anni fa per diverse cose…. già il clima impazzito! È parte merito dell’uomo anche questo noooo?
    Ma nn conoscevo questo rimedio antico…. ( avevo solo 5 anni quando lo mettevano in atto😂)Qui, Cantalupa ( To) 5 gradi al mattino presto😱😱
    e poiiiiiii, nn ci crederai Daniele ma stamane ti pensavo. … Come staiiii? Va un pelino meglio?
    Un Dolce Abbraccio 🌷

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    • Carissima, davvero grazie di cuore, sia del pensiero che delle parole. Va meglio, ai giorni del dolore subentra il piacere del ricordo e appena penso ai momenti, agli attimi durati la meraviglia di questi 15 anni, il volto si illumina di un sorriso e di una presenza che è l’essenza di questo amore. E l’amore, nelle forme più diverse, riscalda sempre, visto gli impazzimenti climatici del periodo. Insomma, chi arde e contina ad essere capace di farlo, non proverà mai troppo in profondità i morsi del gelo… Sia fisicamente che metaforizamente. Grazie ancora e un abbraccio grande grande grande

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