Amore mio

Tu non sei più,

amore mio.

Non sei più nel mattino, non sei più nella notte,

con il tuo respiro che tranciava di netto le mie malinconie.

Non sei, al risveglio e al buio, nel sonno, nel mangiare, nel vivere, non ti ascolto, non accanto, né vicino.

Tutto ha un’aria affilata di dolore,

senza te che stracciavi la morte dei minuti,

tranciandola in brandelli,

facendone rivoli di gioia e luce, dolcezza e festa.

Ora, tu non sei più,

qui,

con me, con noi,

sei, forse, altrove, ma non ti vedo e mi distrugge,

e nelle ore che fanno veglia,

il coraggio è un rigurgito, a tratti,

è memoria, o presenza, ma nel singhiozzo,

nel groppo che non si scioglie

se non se fossi ancora.

Fai di me, nella gioia che mi hai dato,

struggimento e vuoto, perché prosegui il viaggio,

ma non con me.

Ora l’ombra si fa crosta,

mi assale in gola quando cerco la tua pienezza,

in casa, a letto, sulla mia scrivania.

Vorrei che fossi ancora,

mentre scrivo,

vorrei poter affondare il mio viso complicato,

nel tuo adagiato pelo, morbidezza dei miei sogni, seconda pelle,

che sollevava, sempre, la mia tristezza.

Sono le mie parole,

uno straccetto, amore mio,

sono silenzio, sono nulla, sono la falciatura muta della tua vita che non vedo più.

Tra le pesanti mura, tra i balocchi della vita,

hai sempre dato primavera, aurora, alle mie rinnegate ossa.

Bastava il tuo musetto, un bacio, una ravvolta tua zampetta,

la tua orma seminata a pioggia come stelle nel blu profondo,

a ripormi sulla strada che fioriva ancora

e abbandonavo il ferro delle increpate sere,

quand’ero pensieroso come un papavero stanco.

Nei miei bisbigli, nelle urla silenziose dei miei sminuzzati desideri,

hai preso spesso la mia mano

sollevando il peso delle mie reliquie,

per portarmi fuori dai miei strazi, a sorridere,

mentre intorno era sempre il tuo sfilare.

Sei stato esaltazione quanto m’insufflava un tedio,

la vita che non bastava,

eri il mio lume sui miei passi,

insieme nel cammino all’orizzonte.

Uno scatto, una linea, l’elegante amore mio,

e mi aspettava sempre,

correvi incontri per darmi ancora quella gioia che, senza te, oggi,

è un grido strozzato che ti chiama, un pianto senza vergogna.

Mi dicono alcuni che passerà.

Ne sono certo ma senza te sarà sempre aguzza quella solitudine che tu hai svanito

con la tua dolcissima bellezza, la delicatezza viva di miao e sussurranze,

che mi scorticavano dall’incrosto,

sempre, con un cuore risanato.

Ora, nella crepa di ogni muscolo,

ho un’andatura sghemba che mi sfinisce,

perché mi sgozza l’urlo nella gola,

non dormo  e mi trafiggo,

con la spolpatura di un mondo più consumato,

soffocato, senza te.

Come la lingua che si secca mentre il cuore mio patisce,

sfaldato, nel cadere delle ore.

Ricucirò la bardatura del mio sentire, anche per te,

rivivrò la vita con l’amputazione,

di un pezzo mio che ora è tuo e ti porti chissà dove.

Ecco, nella marea che sale, nel pianto che è sberleffo e bruciatura,

tu ancora, col pensiero a te,

sei manina che mi accarezza e che mi accompagna.

Non io che accarezzavo te

ma tu che sempre hai cullato me.

Da papà che ti amerà sempre al suo amato Gastone

Gennaio 2002 – 15 aprile 2017

Amore mio

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