Fuochi nella notte

Fuochi nella notte.
No, non sono i veterani che attendono lungo la Senna il passaggio del feretro dell’Imperatore per dargli l’ultimo saluto.
Non sono i soldati di tante battaglie che attendono di rendere omaggio al loro comandante Napoleone e accendono fuochi per riscaldarsi e non morire assiderati sul greto del fiume.
Non è nemmeno una performance teatrale o qualche installazione, deriva egoica del genio originale di qualche creativo.

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No, la scena che abbiamo di fronte, è scena di oggi.
I fuochi nella notte sono accesi tra i filari, per non far morire di gelo i vitigni che stramazzano al suolo nel melting pot climatico di questo anno di grazia 2017.
Al di là del romanticismo e della poesia che un fuoco acceso sa sempre consegnare ai nostri occhi, in particolare il fremito di un bagliore vissuto sotto le stelle, in un rituale magico e ipnotico, qui si tratta di un problema la cui gravità sta mettendo in ginocchio i viticoltori del Nord-Italia.
L’abbassamento notturno delle temperature, gela foglie e germogli delle viti. La mattina, poco prima del sorgere del sole, la fase più critica, quella che viene chiamata effetto lente, è il momento in cui la vegetazione in fase di crescita viene irrimediabilmente danneggiata. E sono disastri.
I danni per l’ultima ondata di maltempo sono stati stimati in circa 100 milioni di euro.
E allora, per cercare una soluzione, i viticoltori hanno preso esempio dagli antichi metodi.
Si sono alzati alle 4 di notte e hanno acceso fuochi di paglia tra i filari e falò più grandi agli incroci delle vigne, come si faceva quaranta anni fa, per alzare la temperatura di circa un mezzo grado, quello che serve per salvare i germogli. In questi giorni la vecchia pratica è stata riutilizzata nei territori dell’Oltrepò pavese, nelle province di Treviso, Udine e Gorizia e nelle zone del Collio e del Prosecco.
Nella sola notte tra il 20 e il 21 aprile, il gelo che ha travolto la zona di Udine ha bruciato tremila ettari di Pinot grigio e di Prosecco, sui Colli Berici circa l’80 percento di Merlot e Cabernet è andato perduto, danneggiato tra il 30 e il 50 percento dei vigneti in Valdobbiadene, nel Pavese bruciati vigneti fino all’80 percento, nel mantovano danni quasi totali all’uva destinata al Lambrusco sino ad arrivare in Emilia Romagna dove sono stati colpiti 450 ettari di vigneti impiantati nel reggiano.
L’azienda Venica & Venica di Dolegna del Collio, nel tentativo di limitare i danni, ha adottato una soluzione messa in atto recentemente in Francia, nelle zone di Bordeaux e Reims: tutti insieme tra le vigne ad accendere la bellezza di 1.500 bidoncini a base di cera per dare calore ai filari.

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In Francia, alle prese con gli stessi problemi, hanno adottato idee originali, prendendole in prestito dagli americani. Nei territori di Husseau e St. Martin le Beaua, a sud-ovest di Parigi, all’alba si sono messi in volo gli elicotteri, alla maniera di Apocalypse Now, e hanno sparato aria calda (per fortuna, niente napalm), un bombardamento di calore, questo si intelligente, destinato a contrastare l’avanzata del generale gelo e sua pericolosità, la brina. E poi non mancano altre soluzioni come irroratori e bruciatori di aria calda, sul genere di quelli che quando mangi al ristorante in inverno nella parte esterna, ti riscaldano si, ma rischi di tornare a casa col capello cotonato.
“Mi sono ricordato di mio nonno – ha sottolineato l’agronomo Urban in un articolo apparso sul quotidiano La Repubblica – Per battere la brina l’unica erano i fuochi. Ho ripreso in mano i manuali dell’università, anche lì si diceva che in questi casi, con le correnti fredde e umide che poi ghiacciano, basta aumentare la temperatura di mezzo grado, e salvi un filare”.
Al contrario della grandine che generalmente prende di mira aree di pochi ettari, il gelo è sempre un fenomeno a largo raggio che non concede sconti a quasi nessuna coltura in fase di crescita, rivelandosi, specialmente con i vigneti di fondovalle, un’autentica calamità biblica.
Bisognerà fare ancora di più come un tempo, quando “la ragione aveva torto”, ripensando al titolo del volume di Massimo Fini.
Raccomandarsi ai santi, pregare per avere un buon raccolto e far benedire sempre i campi. Rogazioni e antichi rimedi forse sono davvero l’estrema ratio per proteggere la terra e noi stessi dall’impazzimento di un clima che ha confuso aprile, quasi maggio, con il mese di febbraio.

Uno dei miei articoli scritti per Green Planet Agency (www.greenplanetagency.com)

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Nell’assenza

Porta il respiro

come un supremo bene.

Attraversa le voci di lontano,

fai piazza pulita

e inneggia alla fragilità del mondo.

E’ uno slabbro il pensiero,

un limato gesto

che fa sonora

ogni mutezza.

Nell’assenza,

c’è luminescenza,

c’è disincanto

in un vuoto che si fa maestoso e che digrigna,

quando accarezzo la tua polvere.

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Amore senza condizioni

Amore senza condizioni.
La festa dei pinguini.
Se i pinguini imperatori siano romantici e fedeli animali monogami, non lo sappiamo con certezza. Leggende e romanticismi a parte, come non commuoversi di fronte alla simpatica e dondolante bellezza di questi animali, come non inumidirsi gli occhi a viverne le peripezie mentre guardiamo il film-documento di Luc Jacquet, La Marcia dei Pinguini. Come non innamorarsi della loro storia.
Il pinguino imperatore, “infracchettato” abitante delle regioni antartiche, deve migrare per mesi alla ricerca di zone adatte a riprodursi e allevare i suoi “bambini”. Il film La marcia dei pinguini racconta la forza con cui una colonia protegge un piccolo per farlo resistere al freddo e alla fame e il viaggio che fanno le coppie, dall’oceano alla regione di ghiaccio, per attendere la nascita dopo l’accoppiamento.

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Nel nuovo film La marcia dei Pinguini, Il richiamo, la storia prosegue sul filone affascinante di ciò di cui tutti abbiamo bisogno: amore, calore, protezione. Un pinguino imperatore, dopo aver covato l’uovo che contiene il figlio, deve insegnargli a diventare adulto e avviarlo verso il viaggio in direzione del mare antartico dove il pulcino dovrà imparare a nuotare e a procurarsi il cibo come ogni altro membro del branco. Un processo di iniziazione alla vita ricco di sorprese per questo piccolo “Nemo” con le piume. Però, a differenza di Nemo, che potrà comunque contare su amici inaspettati, quelli che la vita ti mette accanto quando meno te lo aspetti, accanto al piccolo pinguino, in mezzo a tempeste di ghiaccio, crepacci e predatori, ci sarà il protettivo papà a far entrare Junior nel destino della vita che lo attende. Insomma, ogni “Pinguineide” merita la giusta attenzione. Domani, a questo proposito, non è solo la festa della Liberazione.
E’ anche la Giornata mondiale dei pinguini. Ogni anno il 25 aprile viene dedicato agli “imperatori camminatori monogami”, una specie fortemente a rischio estinzione, da proteggere con tutta la passione possibile. Stando a quanto dicono gli esperti, i pinguini entro dieci anni potrebbero estinguersi per varie cause tra cui cambiamento climatico, mancanza di cibo e inquinamento.
Zoomarine, tra i parchi marini più importanti d’Europa, ha organizzato per il 25 aprile, una giornata ricca di avvenimenti educativi e ludici. Il parco ospita 14 pinguini di età compresa tra i 5 mesi e i 20 anni. Biologi marini ed educatori racconteranno al pubblico vita e peculiarità di questi splendidi e simpatici animali, sensibilizzando su azioni in difesa della natura e dell’ambiente. “Zoomarine è ambasciatore in Italia e nel mondo di una filosofia di vita che punta a conoscere, scoprire e rispettare la natura – ha sottolineato spiega Renato Lenzi, amministratore delegato di Zoomarine – In particolare quelle specie a rischio estinzione, come i pinguini che celebriamo ogni anno con una grande festa e che costituiscono una delle risorse animali più preziose del nostro Parco a cui dedichiamo sempre maggiore spazio e attenzione“.

Antarctica, Snow Hill Island, Emperor Penguin (Aptenodytes forsteri) family.

Nel corso della giornata, verrà attivata anche una raccolta di fondi a favore di Sancoob, un’organizzazione no profit internazionale che si dedica alla conservazione degli uccelli marini e di specie minacciate. Come si legge nella nota riportata da Zoomarine: “Il pubblico del parco sarà coinvolto a sostegno dei pinguini anche con attività ludiche e di spettacolo, in primis con un maxi flash mob che trasporterà tutti a ritmo di musica nel mondo dei pinguini con una danza caratteristica volta a richiamare le buffe movenze e l’elegante piumaggio. Nel mondo ci sono 18 specie in tutto di pinguini e tutte vivono nell’emisfero meridionale: 12 specie solo fra i ghiacci dell’Antartide sino alle acque della Nuova Zelanda, mentre altre quattro fra Africa australe e Sud America dove possono trovarsi ad affrontare anche alte temperature. Le rimanenti si trovano fra Australia e Nuova Zelanda. Il pinguino delle Galapagos è quello che vive più a nord di tutti, avendo oltrepassato l’equatore”.
Zoomarine nasce in Portogallo dove la società Mundo Aquatico – Parques Oceanográficos de Entretenimento Educativo – gestisce dal 1991 il Parco di Albufeira, primo Parco tematico del Portogallo sull’ambiente marino.
Situato alle porte di Roma, Zoomarine, con i suoi 40 ettari e la presenza di aree zoologiche come l’isola dei delfini, la baia dei pinnipedi, la foresta dei pappagalli, la piana dei rapaci e la passeggiata dei laghetti, mette insieme delfini, leoni marini e foche, uccelli rapaci e tropicali, oltre a specie acquatiche come pellicani, fenicotteri e pinguini, per un totale di 155 animali di 36 specie diverse.
Dal novembre del 2015 Zoomarine fa parte del Gruppo Dolphin Discovery ed è l’unico parco italiano ad essere membro certificato dell’Alliance of Marine Mammal Parks and Aquariums. Tutte le specie animali del parco sono nate in ambiente controllato, a Zoomarine o in altri Parchi, perciò nessun esemplare è stato prelevato dal suo ambiente naturale.
Una buona occasione per approfondire tante cose è proprio domani: festeggiare i pinguini e, se possibile, inneggiare a un sogno comune di libertà e vita migliore: uomini e animali, per un ambiente da amare e proteggere.

Ora che fa notte

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Ora che fa notte,

mi scuotono attrazioni metafisiche e serrature di silenzio.

Quella luce siderale,

quel dono che disnebbia,

tra gli sfregi del buio,

mi fa cuccia.

Patisco coi cinque sensi,

ma pure vivo e bevo,

di una danza alata

che mi reclama.

Per posare il capo,

ogni tanto,

tra mani,

che sforbiciano respiri

e abbracciano altre mani,

invisibili ma calde e sorridenti.

Mobilitazione “Green”

Fermento “green”.
Oggi, 22 aprile, mobilitazione generale a favore dell’ambiente e di mamma Terra che, visti gli annetti in circolo, ha bisogno di attenzioni, premure, cure e buona compagnia.
Di chi? Di quelli che le vogliono bene. Quelli che non sono capaci di accoglierla e di starle vicino nel modo giusto, possono pure andarsene a remengo.
Il 22 aprile, infatti, una manciata di ore appena dopo un altro bel compleanno, quel Natale di Roma che ormai è una buona occasione per gran parte delle istituzioni di sparare scempiaggini e fare soporifera retorica a gogò, manco fossimo a cantare l’inno del Mameli(k) mano nella mano, si celebrerà la Giornata della Terra, L’Earth Day,  giunta alla sua 47° edizione, la più grande manifestazione ambientale del pianeta, un momento speciale, speriamo non l’unico, per celebrare la Terra e promuoverne la salvaguardia.
La Giornata della Terra, fortemente voluta dal senatore statunitense Gaylord Nelson e ancor prima promossa dal presidente John Fitzgerald Kennedy, che tempi, quando ancora l’America non era sTrumpalata come oggi, coinvolge ogni anno fino a un miliardo di persone in 192 paesi del mondo.
L’Earth Day nasce il 22 aprile 1970 per porre una riflessione sulla necessità di conservare e amministrare le risorse naturali del pianeta.

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L’idea della creazione di una “Giornata per la Terra” venne pensata per la prima volta nel 1962. Sono gli anni delle proteste contro la guerra del Vietnam. Al senatore Nelson viene l’idea di organizzare un grande appuntamento sulle questioni ambientali. Nelson riesce a coinvolgere esponenti del mondo politico tra cui come Robert Kennedy e nel 1963 gira per 11 stati americani tenendo conferenze e dibattiti sulla questione ambientale.
L’Earth Day prende definitivamente forma nel 1969 in seguito al disastro ambientale creato dalla fuoriuscita di petrolio dal pozzo della Union Oi al largo di Santa Barbara, in California. Il 22 aprile del 1970 ispirandosi al motto “Tutte le persone, a prescindere dall’etnia, dal sesso, dal proprio reddito o provenienza geografica, hanno il diritto ad un ambiente sano, equilibrato e sostenibile”,  venti milioni di cittadini americani si mobilitano a difesa dell’ambiente in una gigantesca manifestazione che vuole sensibilizzare sulle tematiche dell’inquinamento da combustibili fossili, delle fabbriche e delle centrali elettriche, del problema rifiuti tossici, sui problemi abbinati ai pesticidi, alla progressiva desertificazione e all’estinzione della fauna selvatica.

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Questa mobilitazione culmina in quella che viene definita Earth Day, Giornata della Terra. Walter Cronkite della CBS News con un servizio intitolato “Giornata della Terra: una questione di sopravvivenza” sottolinea subito l’importanza della nascita di un simile avvenimento. Fra i protagonisti della manifestazione anche alcuni grandi nomi dello spettacolo statunitense tra cui Pete Seeger, Paul Newman e Ali McGraw.
La Giornata della Terra insomma costituisce un momento fondamentale per iniziare a parlare dell’ambiente in termini concreti, con un percorso che arriva al Vertice delle Nazioni Unite del 1992 a Rio de Janeiro. Di fronte alle problematiche del pianeta non è possibile fare finta di niente. L’inquinamento di aria, acqua e suolo, la distruzione degli ecosistemi, le migliaia di piante e specie animali che scompaiono, e l’esaurimento delle risorse non rinnovabili sono questioni di importanza determinante per la vita del pianeta e per la nostra stessa esistenza. Bisogna insistere su soluzioni che possano contrastare quanto di negativo ha fatto e riesce a fare l’uomo. Bisogna avere il coraggio di andare in controtendenza e destabilizzare il famigerato meccanismo che sia crede che molte cose sia Normali, Naturali e Necessarie. Il riciclo dei materiali, la conservazione delle risorse, il divieto di utilizzare prodotti chimici dannosi, la cessazione della distruzione di habitat fondamentali come i boschi umidi, la protezione delle specie animali, e soprattutto una consapevolezza “globale” nella scelta di ciò che consumiamo e anche nella riduzione dei consumi e nell’organizzazione razionale degli stessi, pensiamo all’acqua, possono rappresentare atti concreti.
Sono state tante le manifestazioni con cui la fondazione dell’Earth Day ha sensibilizzato sulle problematiche ambientali. Tra questa ricordiamo quando, per celebrare i 20 anni della fondazione, viene effettuata una scalata sul Monte Everest da un team formato da alpinisti statunitensi, sovietici e cinesi con un collegamento mondiale via satellite. Al termine della spedizione tutta la squadra trasporta a valle oltre 2 tonnellate di rifiuti lasciati in vetta da missioni precedenti.
Nel 2000, grazie alla diffusione di internet, lo spirito dell’Earth Day diventa globale, coinvolgendo oltre 5000 gruppi ambientalisti al di fuori degli Stati Uniti.
Nel corso degli anni la partecipazione internazionale all’Earth Day è cresciuta superando oltre il miliardo di persone in tutto il mondo: è l’affermazione di quella che viene chiamata Green Generation che vuole guardare ad un futuro migliore libero dai combustibili fossili, in favore di fonti rinnovabili, alla responsabilizzazione individuale verso un consumo sostenibile, allo sviluppo di una green economy e a un sistema educativo ispirato alle tematiche ambientali.
Di ambiente e del nostro pianete si parlerà al Villaggio per la Terra, che si svolgerà a Roma dal 21 al 25 aprile al Galoppatoio di Villa Borghese e sulla Terrazza del Pincio, una cinque giorni di iniziative volte a sensibilizzare mettendo insieme divertimento, conoscenza, esperienze e condivisione. Potremo assistere a eventi di musica, scienza, sport, giochi, arte e cibo. Tra le attrattive ci saranno laboratori ludici, didattici, un villaggio dei bambini, laboratori di sismologia e vulcanologia, il planetario gonfiabile, corsi di giornalismo ambientale, dimostrazioni sportive a cura di campioni olimpici e paralimpici, biciclettate, tornei e competizioni sportive.
Inoltre, avremo la possibilità di partecipare a diversi appuntamento tematici, dedicati all’economia circolare, alla mobilità sostenibile, all’educazione ambientale, ai libri, alla festa dell’Erasmus e il forum  ‘Cambiamenti climatici e migrazioni forzate’ dedicato al tema del drammatico aumento di eco-rifugiati nel mondo. Al Galoppatoio di Villa Borghese è stato allestito anche un villaggio sportivo in collaborazione con il CONI.
Al Villaggio per la Terra si celebrerà anche l’Earth Day, e in occasione della giornata, ci sarà sulla terrazza del Pincio, il Concerto per la Terra.

Io ci sarò.

Buon Earth Day a tutti.

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Il calore del cuore come terapia

Il calore del cuore come terapia.
Il benessere non è solo “immagine”, bellezza del corpo e “apologia muscolare”.
Il benessere è soprattutto quello della mente senza cui nessuna efficienza fisica può definirsi tale. E’ possibile stare bene in tanti modi. Prendendosi cura degli altri, sapendo che, attraverso ciò che fai per loro, loro riescono a fare del bene a te. L’essenza dell’amore, la Cura di Battiato quando recita: “Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie, dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via, dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo, dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai, ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore, dalle ossessioni delle tue manie, supererò le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce per non farti invecchiare e guarirai da tutte le malattie, perché sei un essere speciale, ed io, avrò cura di te”.
Avere cura.
Il morbo di Alzheimer che conduce tante persone nell’irreale del reale è una delle maggiori domande che poniamo a Dio: perché? E’ forse questo uno dei tuoi più profondi misteri attraverso cui noi umani palpitiamo della nostra fragilità di fronte alla tua “inviolabilità?
Loro, i malati di Alzheimer, re senza corte, hanno bisogno di un legame con gli altri perché nel legame percepiscono ancora, riconoscono ciò che meravigliosamente era, vita e amore. Mi piace quanto scrive Christian Bobin nel volume Presenze in cui racconta la malattia del padre: “Amano toccare le mani che qualcuno tende loro, tenerle a lungo nelle proprie mani e stringerle. Linguaggio esente da errori… Queste persone dall’anima e dalla carne ferite hanno una grandezza che non avranno mai quanti portano la propria vita in trionfo. E’ con gli occhi che narrano le cose e ciò che vi leggo mi illumina più dei libri”.
Marie de Hennezel, psichiatra e psicoterapeuta, ha scritto un libro dal titolo che è la sintesi della cura più importante: “Il calore del cuore impedisce al corpo di invecchiare” (Rizzoli, Milano, 2008).
In questa intervista mi sono fatto raccontare dalla professoressa Luisa Bartorelli, geriatra, presidente dell’associazione Alzheimer Uniti Roma Onlus e direttore del Centro Alzheimer della Fondazione Roma, cosa può significare questo calore del cuore e in che modo l’associazione e lo splendido staff riescono a gestire il “ritorno del rimosso”, come lo ha definito Aude Zaller e a supportare malati e famiglie in questo difficile cammino.

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Professoressa Bartorelli, iniziamo dal Centro Alzheimer della Fondazione Roma: come funziona?

Fin dal 2004 la Fondazione Roma, e in particolare il suo Presidente professor Emanuele, ha avuto l’intuizione di un Centro che si occupasse di anziani fragili e l’ha realizzato nell’attuale struttura. Tuttavia con lo scorrere del tempo e seguendo le istanze che venivano dal territorio, il Centro si è indirizzato verso la presa in carico di persone con deficit cognitivo o affette da demenza, grazie anche alla possibilità di costituire un’équipe multiprofessionale (geriatra, psicologo, infermiere, fisioterapista, terapista occupazionale e operatori sociosanitari) tale da poter rispondere alla complessità delle situazioni emergenti.
Ora il Centro ospita due gruppi di dodici persone, ciascuno per tre volte a settimana, porgendo cure appropriate a seconda dello stadio di malattia e dando sostegno alle famiglie.

Qual è la terapia che praticate per i malati di Alzheimer?

La giornata in Centro Diurno comincia con una fase di accoglienza che metta a proprio agio la persona. Quindi si svolge un’attività motoria di gruppo, mirata al rapporto mente-corpo, seguita da terapia occupazionale o altro tipo di attività orientata a uno scopo preciso, a un prodotto finito. Le attività devono essere personalizzate e non richiedere un impegno aldilà delle proprie possibilità. Naturalmente vi sono pause e momenti di relax e dopo il pranzo una seduta di musicoterapia, che chiude la giornata-tipo.

Cosa è possibile fare per aiutare il malato e i familiari di fronte al progredire irreversibile di questa malattia?

Intanto avere un approccio positivo, considerando che “molto si può fare” per ottenere un percorso di malattia stabile e sicuro, che dia benessere alla persona con demenza e al suo nucleo familiare. Importante è appunto la formazione di un “saggio caregiver”, che sappia gestire la vita del proprio familiare, ma anche la propria, nella consapevolezza che i disturbi del comportamento, spesso presenti accanto a quelli cognitivi, e che rendono il carico assistenziale a volte insopportabile, dipendono spesso da una cattiva relazione con la persona o da un ambiente inadeguato, tutte situazioni che possono essere corrette dalle “buone pratiche”.

La scoperta di questa nuova proteina può davvero costituire una speranza o si tratta di altro?

La ricerca di base è molto attiva e promettente, ma le ricadute delle nuove scoperte sulla vita delle persone è ancora molto lontana, soprattutto dal punto di vista farmacologico. Anzi, recentemente alcune sperimentazioni, già sull’uomo,  sono state sospese per la mediocrità dei risultati ottenuti. Tuttavia speriamo che prima o poi ci sia una svolta.

Come favorire il benessere relazionale dei pazienti?

Oltre alle azioni già citate, diamo grande risalto alle attività a mediazione artistica.
Della musica è stata ormai accertata l’efficacia anche dalla letteratura scientifica.
Sperimentiamo ora “la memoria del bello”, ossia l’influenza benefica che il contatto con le opere d’arte hanno in generale sulla cognitività e in particolare sulla memoria autobiografica e l’autostima delle persone. Importanti sono anche i laboratori artistici, nei quali le persone si cimentano con varie tecniche, ispirandosi a ciò che hanno recepito durante le visite museali.

Come viene supportata la fondazione e quanto sono presenti le istituzioni?

La Fondazione fa da sola, nella generosità sobria ed elegante che il suo Presidente impartisce al Centro Alzheimer, che oltre al Centro Diurno offre anche un’assistenza domiciliare. Tuttavia ricerchiamo il collegamento con le istituzioni, nella consapevolezza di quanto una rete di servizi possa rispondere più efficacemente ai bisogni delle persone con demenza.

Cosa bisogna fare per accedere al Centro?

Il medico di medicina generale della persona deve compilare un modulo ad hoc, con la diagnosi e le altre notizie socio-sanitarie richieste, che viene distribuito presso la struttura, ma può anche essere inviato per mail. Il paziente sarà valutato dall’équipe e posto in lista d’attesa.

Cosa può dire in considerazione della sua profonda esperienza rispetto all’espressività della malattia e alle persone che la vivono?

Certamente emerge il valore del lavoro di gruppo, pur mantenendo ciascuno degli operatori la propria professionalità, che si integra con le competenze degli altri, traendone nutrimento e validità per il proprio operato. Invece spesso gli operatori dei servizi si trovano in una solitudine culturale senza certezze e il loro impegno viene anche sottovalutato. Ho sempre richiesto al nostro staff di uscire dagli schemi tradizionali per individuare differenti modalità di intervento e trasformare in possibilità almeno alcune delle situazioni imposte dai disturbi comportamentali legati alla malattia. Così l’aggressività può diventare sorriso, l’agitazione tenerezza, il vagabondaggio una via sicura, l’affaccendamento incongruo una ricerca di scopo. Quale soddisfazione nel vedere una persona con disturbi del linguaggio pronunciare osservazioni  davanti ad un quadro di Caravaggio oppure nel lasciarsi abbracciare da una persona con Alzheimer che ti dice:”Dimentico tutto, ma di te non mi dimentico”. Questo e altro viviamo come operatori tutti insieme appassionatamente.

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I nuovi progetti?

Il rapporto felice e costante che abbiamo con l’Associazione dedicata, Alzheimer Uniti Roma, ci stimola continuamente alla ricerca di nuovi modelli di cure, che sempre più rispettino la dignità e i diritti delle persone, le loro preferenze, le loro scelte e tutto ciò che serva ad abbattere lo stigma. Il nuovo modello, che nasce da una intuizione del Presidente Emanuele, e che ci apprestiamo a mettere in atto è il Villaggio Alzheimer, un gruppo di 13 case, in ciascuna delle quali abiteranno 6 persone con demenza, seguite da 2 operatori. All’interno del Villaggio, che comprende anche servizi come bar, ristorante, minimarket, teatro, cappella e club ricreativi, le persone potranno circolare liberamente scegliendo le attività preferite in un ambiente di sicurezza, in una vita quotidiana il più “normale” possibile.
Per l’anno nuovo si vuole realizzare così un’offerta assistenziale meno medicalizzata, meno costringente, che dia “spazi di libertà” a tutte le persone coinvolte.

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Ecco il calore del cuore che non fa invecchiare. Quando famiglie, associazioni, volontari e istituzioni sono in grado di guardare nella stessa direzione, nella concretizzazione di quell’amore, a-mors, che riesce a rendere tutto trasfigurato dalla luce di mani che si stringono. Come scrive Mariangela Gualtieri, il cuore “Vorrebbe dire quelle parole, sentire quella felicità, quella patria delle dolcezze. Fare giorno per via di parole d’oro. Ma c’è correre, c’è moto confuso, c’è patimento di stami rotti, antenne, che ricevono male, guaiti dentro il petto, rintocchi di pena. Smettere la corsa. Restare dove di cade, unire le mani non fingere più. Guida tu, voce”.
Ricordando che spesso, “ciò che in noi è ferito chiede asilo alle più minute cose della terra, e lo trova”.
Il calore del cuore che impedisce al corpo di invecchiare.

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La Fondazione Sanità e Ricerca nasce dalla Fondazione Roma, da sempre impegnata per rispondere ai bisogni delle persone più fragili. È una organizzazione senza fini di lucro, con sede a Roma, che opera nel settore dell’assistenza socio-sanitaria e svolge attività di ricerca. La Fondazione Sanità e Ricerca è dotata di un Centro per le cure palliative (accreditato con il Servizio Sanitario Regionale) e per l’assistenza alle persone affette da malattie neuro-degenerative, in particolare SLA e demenza di Alzheimer. Dal 1998 nel Centro è attivo un hospice ‒ il primo del Centro-Sud d’Italia ‒, nato per volontà del professore e avvocato Emmanuele F.M. Emanuele, che accoglie trenta persone in fase avanzata di malattia, assistite da équipe multidisciplinari di cure palliative specialistiche.

Chi volesse saperne di più, donare o fare volontariato può contattare:

Associazione Alzheimer Uniti Roma Onlus

Via Alessandro Poerio, 100 – 00152 Roma
06-58899345
06-58333954
Dona il tuo 5 per mille ad Alzheimer Uniti!
Codice fiscale 05897741004

 

Amore mio

Tu non sei più,

amore mio.

Non sei più nel mattino, non sei più nella notte,

con il tuo respiro che tranciava di netto le mie malinconie.

Non sei, al risveglio e al buio, nel sonno, nel mangiare, nel vivere, non ti ascolto, non accanto, né vicino.

Tutto ha un’aria affilata di dolore,

senza te che stracciavi la morte dei minuti,

tranciandola in brandelli,

facendone rivoli di gioia e luce, dolcezza e festa.

Ora, tu non sei più,

qui,

con me, con noi,

sei, forse, altrove, ma non ti vedo e mi distrugge,

e nelle ore che fanno veglia,

il coraggio è un rigurgito, a tratti,

è memoria, o presenza, ma nel singhiozzo,

nel groppo che non si scioglie

se non se fossi ancora.

Fai di me, nella gioia che mi hai dato,

struggimento e vuoto, perché prosegui il viaggio,

ma non con me.

Ora l’ombra si fa crosta,

mi assale in gola quando cerco la tua pienezza,

in casa, a letto, sulla mia scrivania.

Vorrei che fossi ancora,

mentre scrivo,

vorrei poter affondare il mio viso complicato,

nel tuo adagiato pelo, morbidezza dei miei sogni, seconda pelle,

che sollevava, sempre, la mia tristezza.

Sono le mie parole,

uno straccetto, amore mio,

sono silenzio, sono nulla, sono la falciatura muta della tua vita che non vedo più.

Tra le pesanti mura, tra i balocchi della vita,

hai sempre dato primavera, aurora, alle mie rinnegate ossa.

Bastava il tuo musetto, un bacio, una ravvolta tua zampetta,

la tua orma seminata a pioggia come stelle nel blu profondo,

a ripormi sulla strada che fioriva ancora

e abbandonavo il ferro delle increpate sere,

quand’ero pensieroso come un papavero stanco.

Nei miei bisbigli, nelle urla silenziose dei miei sminuzzati desideri,

hai preso spesso la mia mano

sollevando il peso delle mie reliquie,

per portarmi fuori dai miei strazi, a sorridere,

mentre intorno era sempre il tuo sfilare.

Sei stato esaltazione quanto m’insufflava un tedio,

la vita che non bastava,

eri il mio lume sui miei passi,

insieme nel cammino all’orizzonte.

Uno scatto, una linea, l’elegante amore mio,

e mi aspettava sempre,

correvi incontri per darmi ancora quella gioia che, senza te, oggi,

è un grido strozzato che ti chiama, un pianto senza vergogna.

Mi dicono alcuni che passerà.

Ne sono certo ma senza te sarà sempre aguzza quella solitudine che tu hai svanito

con la tua dolcissima bellezza, la delicatezza viva di miao e sussurranze,

che mi scorticavano dall’incrosto,

sempre, con un cuore risanato.

Ora, nella crepa di ogni muscolo,

ho un’andatura sghemba che mi sfinisce,

perché mi sgozza l’urlo nella gola,

non dormo  e mi trafiggo,

con la spolpatura di un mondo più consumato,

soffocato, senza te.

Come la lingua che si secca mentre il cuore mio patisce,

sfaldato, nel cadere delle ore.

Ricucirò la bardatura del mio sentire, anche per te,

rivivrò la vita con l’amputazione,

di un pezzo mio che ora è tuo e ti porti chissà dove.

Ecco, nella marea che sale, nel pianto che è sberleffo e bruciatura,

tu ancora, col pensiero a te,

sei manina che mi accarezza e che mi accompagna.

Non io che accarezzavo te

ma tu che sempre hai cullato me.

Da papà che ti amerà sempre al suo amato Gastone

Gennaio 2002 – 15 aprile 2017

Amore mio

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Grazie, semplicemente grazie

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Con questa foto scattata a luglio dello scorso anno durante la fioritura della piana di Castelluccio voglio semplicemente dire grazie a tutti.

Siete in 100 a seguirmi , per la precisione 101, e per me che sono solitario e tendenzialmente “appartato” è un risultato.

Avere il piacere di dialogare e leggervi è un motivo di interesse costante che mi porta ad essere ancora più consapevole che c’è un utilizzo del virtuale, direi, “virtuoso”.

Vi ringrazio ancora, di leggermi e di “sopportarmi”, così, per quello che sono, 🙂 e vi faccio ancora tantissimi auguri di Buona Pasqua.

E che Castelluccio torni ad essere il prima possibile più viva che mai.

Daniele

 

Pasqua per tutti

Cammino e vado in moto. Quando voglio meditare e approfondire un pensiero, scelgo tra due possibilità: o indossare le mie consunte scarpe da trekking o tenere ben saldo tra le mani il manubrio della mia BMW Adventure e correre via. Come sempre. In fuga, in esilio, dal mondo e da molte cose.
Cammino e vado in moto. Per sperimentare un attimo di gioia. Ricordi di adolescenza in motorino. Sentire il vento sul viso e, non si sa come, essere felici. Così, senza chiedere molto. E poi l’umano si fa grande e lo dimentica. Quel senso della gioia semplice. Ancora oggi, quando sono in moto o a piedi, con vento e sole sulla faccia, esperisco quella libertà che nessuno può toglierci, la capacità di starsene per fatti propri, bene con sé stessi.
Mi torna in mente il meraviglioso film Le ali della libertà. Il protagonista, Andy Dufresne, già condannato all’ergastolo per un crimine che non ha commesso, la metafora della vita che per molti è ingiusta, ma sempre una possibilità, una speranza, viene sbattuto in isolamento, nel “buco”, come lo chiamano i detenuti, per un tempo interminabile. Esce dall’isolamento e tutti chiedono come ha fatto a resistere così tanto. E lui, sporco e sorridente, dice, più o meno: “C’era il signor Mozart a farmi compagnia. Era nella mia testa laddove nessuno puoi toglierci quello che abbiamo”.
Rifletto insomma e parto. Scrittore in viaggio, questo vorrei essere, questo ciò che sento. Tante parole per condurvi ad una mia riflessione, una riflessione da fare insieme che mi porto spesso dentro ma che, per non dare adito ad inutili diatribe, che tanto non risolvono nulla se non a creare conflitti e dissesti emotivi, mi tengo ma a cui penso spesso. Colpa mia e della mia sensibilità, delle mie contraddizioni, del mio essere così, imperfetto ma vivo, fragile ma consapevole, dunque “titanico” rispetto alla maggioranza di coloro che tutto sanno e tutto giudicano.
Il punto di partenza è un articolo letto ultimamente di Andrea Scanzi, giornalista che stimo e che ammiro. In quest’articolo si parla di Pasqua e di sofferenza, ossia di un paradosso del vivere umano, uno dei tanti, in questo caso quello relativo al voler festeggiare la resurrezione di Cristo, la vittoria sulla morte della vita a danno della vita altrui, quella di tanti animali che verranno sacrificati per “fare festa”. Festa di chi? Di certo non la loro. Insomma, voglio parlarvi di ciò che mi sta più a cuore, del mio amore per gli animali e dell’appartenenza di Gesù, Colui che sconfigge la morte, alla setta degli Esseni e dell’amore stesso di Gesù per le creature che l’uomo pensa di dover sfruttare, utilizzare, uccidere a piacimento. In virtù di cosa? Superiorità? Mi viene da ridere. Gesù, l’agnello se lo porta in braccio o sul collo, lo prende sempre a metafora della vita da non perdere e non da sacrificare.
Le stragi degli innocenti divengono prassi per “santificare” la Pasqua con una tradizione che non solo non è stata istituita dal salvatore ma a cui sarebbe il caso di dire basta. So di essere impopolare, so che non gliene frega niente a molti, quei molti che “magnano, bevono e chissenefrega” ma, per quanto mi riguarda, voglio dare testimonianza. Almeno provarci. Contro la sofferenza dei più deboli e in maniera che il mio pensiero di Pasqua sia una piccola e debole testimonianza a favore di tutti gli umili, sfruttati e oppressi da questo vile mondo.
Scanzi scrive, con il consueto piglio polemico e appassionato: “Gli occhioni di un vitellino? Non mi inteneriscono, mi commuove la scaloppina al limone”. Sono parole pronunciate giorni fa da Mario Adinolfi. Chiedo scusa se parlo di uno così, ma c’è un motivo. Il primo istinto sarebbe quello di consigliare ad Adinolfi non tanto di commuoversi davanti a una scaloppina, quanto di mangiarne di meno. Anche solo per motivi estetici (per guardarlo ormai servono grandangolo e Google Earth), salutistici e più ancora cristiani. Difficile fare il cattolico, tra una citazione di Hitler e un attacco a Kung Fu Panda, se poi con quello che trangugi ogni giorno potresti forse sfamarci tutto il Belize: come minimo pecchi di incoerenza, oltre che di ingordigia. Il punto, qui, non è però chi si illude di avere un ruolo nella società straparlando. Il punto è questa tendenza a fare i “machi” fregandosene del dolore degli animali. E anzi sghignazzandoci su. Sono quelli che ridono dei mattatoi, che fanno battute sui vegetariani, che si credono virili perché mangiano bistecche al sangue. Li trovate ovunque e hanno sempre quel sorrisino ebete stampato in faccia. Accade anche in radio o in tivù: può essere un critico psicolabile, un cuoco alcolico-pantagruelico o un dj che non si lava i capelli dai tempi di Aristofane e colleziona flop televisivi come se piovesse, ma prima o poi incontri il Philippe Daverio che ironizza sulle oche torturate per farci il foie gras. E già che c’è zimbella vegani e vegetariani, perché lui è figo (anche se non sembrerebbe) e loro no. Ecco: io, a tutta questa gente che ironizza sulle torture inferte agli animali, vorrei dire di andare a fare in culo. Serenamente, garbatamente, come piace a noi (cit). E’ una mancanza di umanità, pietà e sensibilità che mi fa schifo: mi indigna, mi repelle. Mi fa vomitare. Chi non ha pietà nei confronti degli animali, e anzi scherza sul loro calvario, fa della disumanità la sua cifra esistenziale. Sarà che più invecchio e più divento animalista (e me ne vanto pure). Sarà che la pietà è gratis e quindi posso farlo tanto per il senzatetto quanto per l’orso che muore per mano dell’uomo (basta con ‘sta sega del “Perché parli degli animali e non dei bambini che muoiono di fame?”. Parlo di tutto, oltre che di quello che mi pare). Sarà che, per Pasqua, prenderò la mia Harley al mattino e tornerò la sera per non avere tra i coglioni gente che mangia agnello. Sarà che, con tutte le mie infinite incongruenze e contraddizioni, sono fiero di essere vegetariano e mi rende felice anche “solo” carezzare un cane o un cavallo (chi non lo fa non sa cosa si perde). Sarà per questo e altro ancora, ma della “ostentazione ilare di crudeltà” nei confronti degli animali ne ho pieni i coglioni. Me li hanno davvero frantumati, triturati e centrifugati. Non ne posso davvero più. Già che ci sono, a questi fenomeni di bulimia & insensibilità, aggiungo una cosa tutta “virile”. L’avete vista la scena in cui la Divina Rosario Dawson, quando Kurt Russell parte sgassando con la sua auto in Grindhouse, fa il gesto alle amiche come a dire “Questo ce l’ha piccolo”? Ecco: è quello che le donne pensano quando vedono un trimone sgassare al semaforo. Ed è quello che penso quando questi fenomeni – spesso brutti come mostri Aniba – fanno i bulli su agnellini o capretti. Quando parlate così, sono in tanti intorno a voi a pensare che ce l’avete piccolo. Che usate Google Maps per trovarvelo. E che non fate sesso come minimo dai tempi di Vercingetorige. Quindi, di grazia, regalateci un sogno: state zitti. Nessuno noterà la vostra assenza”.
Perdonatemi la lunga citazione ma un articolo di Scanzi va riportato tutto, per intero. Lasciamo perdere Adinolfi che si commenta da solo, lui e quello che dice spesso. Occhio però. perché quelli che ironizzano sulle sofferenze degli animali sono gli stessi che fanno battute al bar su vostra figlia che passa, sugli ebrei e sulla sofferenza dei campi di sterminio, sulle donne, sullo stupro e su molte altre cose. Dietro la battuta che fa ridere loro e quelli come loro, c’è la narcosi e necrosi della sensibilità, quella che farà dire ad Adolf Eichmann di avere eseguito gli ordini, la banalità del male, insomma, magistralmente stigmatizzata da Hannah Arendt.
E qui giungo al secondo tema che si ricollega al primo. Se l’egotista Piergiorgio Odifreddi ha scritto, furbacchione, il suo celeberrimo e vendutissimo Perché non possiamo non essere cristiani (meno che mai cattolici), mica stupido il Pigi, contraddicendo Benedetto Croce, evidentemente, io dico: come possiamo, in tempi di Pasqua, dichiararci cristiani e fare strage di agnelli e di altri animali? Non voglio sollevare inutili diatribe alimentari su cui, come ha detto recentemente Michele Serra dalla sua guizzante rubrica L’Amaca su Repubblica, si scatenano litigi e dispute peggiori di quelle che sorgevano un tempo a mettere insieme fascisti e comunisti a parlare di Stalin, del duce e di Hitler. Al di là di ogni dogmatismo che maldigerisco, si tratti di clericalismo o veganismo o ismo di qualunque sorta, vorrei pormi una domanda insieme a voi se è giusto festeggiare la Resurrezione di Gesù facendo strage di bestioline. E per lanciare la riflessione vorrei partire dall’appartenenza di Gesù alla setta degli Esseni per arrivare alla testimonianza del suo amore per gli animali.

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Gesù e Maria fanno parte di questa misteriosa e affascinante setta particolarmente rigorosa. Il loro è un voto di nazireato. I nazirei erano definiti meditativi, silenziosi e terapeuti e praticavano l’astinenza da alimenti non vegetariani e da bevande inebrianti. Come Gesù, non si radevano la barba, non si tagliavano i capelli e portavano abiti senza cuciture. I nazirei si ritenevano i veri custodi della religione d’Israele. I cristiani delle origini si nutrivano essenzialmente di frutta, miele, erbe, alghe, bacche, alimentazione che pare avessero appreso direttamente dal Maestro. Nei templi esseni non venivano consumati sacrifici di animali e ci sono moltissimi casi in cui il Cristo tiene nei confronti degli animali l’atteggiamento che gli è proprio, di amore e compassione. Alcuni esempi: scaccia i mercanti del tempio e libera le colombe e gli altri animali; sostituisce il sangue con il vino nel banchetto della Pasqua. Vabbè, diranno molti. E allora? Andiamo avanti. Nei Vangeli Apocrifi ci sono, a riguardo, citazioni interessanti e non solo nei Vangeli Apocrifi.

Alcune citazioni:
Vangelo degli ebrei

“Sono venuto ad abolire i sacrifici e se non cesserete di fare sacrifici non si allontanerà da voi l’ira di Dio”.

Vangelo degli Ebioniti

“Dove vuoi che prepariamo per te, per consumare la Pasqua? Gesù risponde: “Ho forse manifestato il desiderio di mangiare carne con voi questa Pasqua”?

Nei Rotoli del Mar Morto, scoperti nel 1947 laddove si presuppone avevano vissuto gli Esseni, l’Angelo dice a Maria:

“Tu non mangerai carne né berrai bevande forti perché il bambino sarà consacrato a Dio dal ventre di sua madre.” E ancora Gesù dice, nelle stesse scritture: “Siate rispettosi e compassionevoli non solo verso i vostri simili ma verso tutte le creature poste sotto la vostra tutela”.

Il Vangelo dei Dodici Santi recita così:

“Queste sono le creature vostre compagne della grande casa di Dio, sono vostri fratelli e sorelle e condividono lo stesso respiro di vita nell’Eterno. E chiunque si prenda cura di una delle ultime di queste donandole da mangiare e da bere secondo le sue necessità è come se lo facesse a me.” Prima di tutte le cose c’è l’amore, amatevi gli uni con gli altri e amate tutte le creature di Dio, e da questo tutti gli uomini sapranno che siete miei discepoli”.

Dal Vangelo Esseno della Pace di Gesù Cristo secondo l’apostolo Giovanni delle Chiese Cristiane d’Oriente, originale in aramaico del 3° sec. d.C. Bibl. Vat. 156-P, pubblicato nel 1928 da Edmond Bordeaux Szekely, tradotto da un antico manoscritto da lui scoperto nell’archivio segreto del Vaticano:

“Io in verità ve lo dico: colui che uccide, uccide se stesso e colui che mangia la carne degli animali abbattuti mangia un corpo di morte. Io vi chiederò conto del loro sangue spumeggiante, il loro sangue nel quale dimora l’anima. Io vi chiederò conto di ogni animale ucciso. Chi uccide un animale uccide suo fratello e la carne degli animali uccisi nel suo corpo diventerà la sua stessa tomba. Chi si nutre della carne degli animali uccisi mangia un corpo di morte. Non uccidete e non mangiate la carne delle vostre prede innocenti se non volete diventare schiavi di Satana: questo è il sentiero che conduce alla morte attraverso la sofferenza. Poiché la vita viene solo dalla vita e dalla morte viene solo la morte. Non uccidete dunque né uomini né animali perché i vostri corpi diventano ciò che mangiate e il vostro spirito ciò che pensate. Io vi chiederò conto di ogni animale ucciso come di ogni uomo”.

Il Libro Esseno di Mosè:

“Non ucciderai nessuna cosa vivente: la vita viene solo da Dio che la dà e la riprende”.

Oppure, basta guardare alla sapienza dei Padri della Chiesa.

Tertulliano scrive:

“Non è permesso a noi cristiani assaggiare pietanze nelle quali potrebbe essere stato mescolato il sangue di un animale” .

Azz!!

Andiamo avanti.P

Pietro nelle Omelie Clementine, XII,6 rec. VII,6. afferma:

“Mangiare carne è innaturale quanto la pagana adorazione dei demoni. Io vivo di pane e olive, ai quali aggiungo solo di rado qualche verdura”.

Girolamo: “Dopo che Cristo è venuto non ci è più consentito mangiare la carne”.

Ambrogio: “La carne fa cadere anche le aquile che volano”

Giovanni Crisostomo: “Mangiare la carne è innaturale e impuro”.

Gregorio di Nazianzo: “L’ingordigia di pietanze a base di carne è un’ingiustizia abominevole”.

Basilio il Grande: “Il corpo appesantito con cibi a base di carne viene afflitto dalle malattie. Si può difficilmente amare la virtù quando si gioisce di piatti e banchetti a base di carne. La carne è un alimento contro natura che appartiene ad un mondo passato”.

Clemente Romano dice che S. Pietro si nutriva di pane, olive ed erbe.

Porfirio: “Gesù ci ha portato il cibo divino, il cibo carneo è nutrimento dei demoni”.

Clemente Alessandrino: “La carne ottenebra l’anima. Dobbiamo cibarci come Adamo prima della caduta, non come Noè dopo il peccato. I nostri corpi sono simili a tombe di animali uccisi. Credo che i sacrifici cruenti siano stati inventati solo dalle persone che cercavano un pretesto per mangiare carne”. Diceva pure che Matteo si nutriva di semi, frutta ed erbaggi. (Pedagogo II,1-16).

Paolo: “Tutto è mondo, d’accordo: ma è male per un uomo mangiare dando scandalo. Perciò è bene non mangiare carne, né bere vino, né altra cosa per la quale tuo fratello possa scandalizzarsi (Lettera ai Romani: 14-20).

“Tutto è lecito ma non tutto è utile. Tutto ciò che è in vendita sul mercato mangiatelo pure, senza indagare per motivo di coscienza. Se qualcuno vi invita, mangiate tutto quello che vi viene posto davanti, senza fare questioni per motivo di coscienza” (Lettera ai Corinzi: 10-27).

“Forse che Dio si prende cura dei buoi”? (Lettera ai Corinzi. 9-9).

Nel concetto giudaico, la sofferenza e il sangue versato dell’innocente purifica le colpe del peccatore: “Quasi tutte le cose vengono purificate con il sangue e senza spargimento di sangue non esiste perdono” (Lettera agli Ebrei: 9-22).

E’ interessante ritornare ancora sui Vangeli Apocrifi. Nel “Vangelo dei Dodici Apostoli” una gattina si lamenta con Gesù perché nessuno le da mangiare. Gesù la raccoglie e le dà da mangiare e da bere. Alcuni si stupiscono e Gesù dice: “Sono vostri fratelli e sorelle. Chi si prende cura di loro, si prende cura di Me. Chi le maltratta, fa soffrire Me!”
Negli apocrifi, spesso sono protagonisti gli animali, in particolare la colomba, il cane, il serpente, il leone.
Nella vita di Cristo gli animali sono una costante e silenziosa presenza. Pensiamo alla nascita nella notte di Natale dove Gesù viene deposto nella mangiatoia e viene riscaldato dall’alito del bue e dell’asinello. Oppure quando entra trionfante prima della Passione a dorso di un altro asinello. O anche quando la Sacra Famiglia fugge in Egitto, c’è sempre un animale sullo sfondo.

Il Vangelo dello Pseudo Matteo completa le poche notizie della fuga in Egitto in maniera fantasiosa: in una grotta in cui la Sacra Famiglia si riposa ci sono dei “draghi” che adorano Gesù e fuggono da Lui mansueti. Il riferimento è a un salmo di Davide che recita: “Dalla terra lodate il Signore, o draghi, draghi e abissi tutti!. Anche i leoni, i leopardi ed altre fiere lo adoravano, mostrando la strada e chinando la testa, facendo festa con la coda”. E’ detto espressamente che rimanevano mansueti tra le pecore, e i montoni che avevano portato con sé dalla Giudea. Camminavano tra i lupi, avverandosi quanto era stato detto dal profeta: “i lupi pascoleranno con gli agnelli, il leone e il bue mangeranno insieme la paglia”.

Ancora nello pseudo Matteo, vengono ricordati alcuni prodigi dell’infanzia di Gesù: “…plasma con il fango dodici passeri e li fa volare dicendo: “andate e volate per la terra e per tutto il mondo, e vivete”.

A otto anni scese Gesù con i suoi a Gerico. Saputo che c’era una caverna dove una leonessa aveva generato i suoi figli, vi entrò: “Gesù sedeva nella caverna e i leoncelli correvano qua e là intorno ai suoi piedi, accarezzandolo e scherzando con lui… il popolo, a causa dei leoni, se ne stava discosto, non osando avvicinarsi. Allora Gesù prese a dire alla gente: “Quante bestie sono migliori di voi!… le bestie mi riconoscono e si fanno mansuete, gli uomini mi vedono e non mi riconoscono”. Con i leoni passò il Giordano. Disse loro di non nuocere alle persone. Ed essi lo salutarono “non con la voce soltanto, ma anche con il corpo”.

Scrittori diversi riportano gli “Agrafa di Gesù” ossia quelle parole a lui attribuite senza essere scritte. Ireneo, morto intorno al 200 d.C., descrivendo la fertilità del creato nel mondo futuro, riporta quanto l’apostolo Giovanni ricordava di aver udito da Gesù ed in particolare:”E tutti gli animali che ricevono il cibo dalla terra saranno pacifici, concordi tra loro e in amicizia con gli uomini”.

Non serve dire di Gesù che parla di agnelli e capretti come bestiole da proteggere e salvare, di lui stesso agnello sacrificale, preso a metafora dell’ingiustizia, né delle molte raffigurazioni che lo vedono sorridente con un agnello al collo.

Ne consegue da questa ampia dissertazione con cui vi avrò annoiato abbastanza che, per coerenza e per amore, se vogliamo essere davvero cristiani o comunque festeggiare la vita che risorge e la speranza di non morire più, inconscio desiderio di tutti, cristiani, atei e agnostici di tutti i tipi, dovremmo non solo onorarla questa vita ma anche proteggerla. Soprattutto quella dei più deboli e indifesi che non possono parlare ma urlare per farci giungere un grido di dolore. Bambini o animali che siano, di cuccioli si parla.

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Io rimango affascinato da Gesù nei cui confronti ho sempre provato una sorta di amore profondo, un’ammirazione eroica che non riesco spiegarvi e che susciterebbe l’ironia di molti.

Subisco il fascino di Gesù perché è il principe degli oppressi, il vendicatore dei derelitti, il difensore dei sensibili.

Amo Gesù perché sento che ama gli animali, si alza da quella tomba e se ne va, donando all’uomo la speranza. E anche a tutte le creature.

La speranza che non è la demagogia di papa Francesco che su certe tematiche è stranamente silente, forse per non urtare i Mc Donald che sorgono vicino piazza San Pietro. Come si sa, pecunia non olet. Chi è meritevole di questa speranza? Tutti o solo alcuni? La distinzione del grano dal loglio a chi spetta? Agli uomini o al Cristo?

Se tutti abbiamo bisogno di bellezza e di salvezza, se tutti vorremmo “vivere sempre” come ammoniva lo scrittore Mishima, abbiamo bisogno del Cristo che vince la morte.

E la festa pasquale deve essere festa di vita di tutte le creature.

Non a danno della vita degli altri e della morte di tanti innocenti. Giova ricordarlo. Se volete festeggiare la Pasqua in maniera degna, tocca provarci ad essere santi. Ed esser santi vuol dire, forse, amare e proteggere tutti. Uomini e animali in nome dell’amore di Cristo e di un mondo migliore.

Scusate la lunghezza della mia riflessione.

So di avervi annoiato. Me ne scuso e vi auguro Buona Pasqua. Io farò come Scanzi. Non prenderò la mia Harley. Prenderò la mia BMW Adventure e me ne andrò lontano. In cerca di amici da accarezzare e a cui sorridere.

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Il silenzio della bellezza

Il silenzio della bellezza.

 

Vitaleta 12 - 01-01-2017
Sulla strada per andare a Pienza, in Toscana, partendo da San Quirico d’Orcia, quasi adagiata dalla mano del Creatore in mezzo a colline di uno splendore trasognato, troviamo la piccola chiesetta della Madonna di Vitaleta.
Arrivarci a piedi, abbandonata la macchina molto prima, quel tanto che basta per immergersi nel silenzio di un mondo che appare “oltre”, è un’esperienza di abbandono alla bellezza più totale, quella che nel silenzio, sussurra.
Dalla chiesa, come si presume di origine tardo-rinascimentale, 1590, proviene la statua della Madonna attribuita ad Andrea della Robbia che oggi si trova a San Quirico d’Orcia. Il panorama, intenso e struggente, è uno di quelli più fotografati. Da sentirsene trafitti ogni volta, senza sosta. Restaurata nel 1184 dall’architetto Giuseppe Partini, questa deliziosa chiesetta è stata recentemente classificata come Patrimonio Mondiale dell’Umanità da parte dell’Unesco.

Vitaleta 15 -01-01-2017

Vitaleta 3 - 01-01-2017
Amo il cammino, amo fare trekking in questi luoghi. E’ come se il contatto con la bellezza risvegliasse il torpore della mente, scannata troppe volte da faccende inutili, aumentando la percezione con il senso immortale di molte cose. E il sentire si fa più chiaro, il sublime si avvicina con passo lieve per farsi non più eco ma sguardo e abbraccio. Ogni volta che ritorno in macchina dopo aver fotografato al tramonto queste colline, con la luce che taglia e sibila insieme al vento mentre intorno si fa buio, mi sento diverso. Accendo il motore e riparto mentre penso, cosa strana, in una sorta di misticismo delle emozioni, eccomi di nuovo sul Pianeta Terra dopo aver fatto un viaggio in una dimensione altra, parallela e silenziosa, dove tutto è grazia. E luce, e armonia.
Ritorno fisicamente nel mio corpo dopo essere stato oltre, in volo.

Val d'Orcia 1