L’infinito, un perturbante perduto

L’infinito, un perturbante perduto, la catarsi poetica e l’agnizione di luce nelle parole affilate e ruvide di Amelia Rosselli, figlia di Carlo Rosselli, poetessa della generazione degli anni Trenta.

Morta suicida come Sylvia Plath dalla cui poetica era stata rapita.

Con uno scatto effettuato nell’ora del crespuscolo a Lake Powell, al confine tra Arizona e Utah.

Per le cantate che si svolgevano nell’aria io rimavo
ancora pienamente. Per l’avvoltoio che era la tua sinistra
figura io ero decisa a combattere. Per i poveri ed i malati
di mente che avvolgevano le loro sinistre figure di tra
le strade malate io cantavo ancora tarantella la tua camicia
è la più bella canzone della strada. Per le strade odoranti
di benzina cercavamo nell’occhio del vicino la canzone
preferita. Per quel tuo cuore che io largamente preferisco
ad ogni altra burrasca io vado cantando amenamente delle
canzoni che non sono per il tuo orecchio casto da cantante
a divieto. Per il divieto che ci impedisce di continuare
forse io perderò te ancora ed ancora – sinché le maree
del bene e del male e di tutte le fandonie di cui è ricoperto
questo vasto mondo avranno terminato il loro fischiare…

Amelia Rosselli

crepuscolo2

Annunci

Che ne sanno

Che ne sanno,

di un tale disarmo,

questi sciattati minuti,

donati per sbaglio,

molte volte,

a persone incollate al mio tempo,

ingombre di rumore e di vuoto,

senza capire nulla,

né me, né loro.

Che ne sanno,

questi cavi insaponati delle mie spoglie,

che resistono, nonostante tutto,

allo sfrigolìo del mondo,

con le gocce,

quando lo scarpone, taciturno,

mi gronda il cibo dei giorni.

E’ che, in certi attimi,

ci vuole uno schianto,

uno spintone,

una fiammella,

che buchi questa sminuzzata carne,

donandole un pò di corteccia,

per farsi albero,

quando scintilla

la burrasca,

sulle rupi della mente, sconnessa si,

ma che sogna sempre,

infiniti orti, e fiori,

e le voci dei morti,

 a sorridere ancora.

Che ne sanno,

questi sgretolati pezzi,

di come matura un frutto,

di come respira un gatto,

di una festa per l’eternità, a luci spente,

se una gentile pelle si fa potenza,

sul piombo gelido,

di una mollezza gravida

che è lingua e sputo.

Basta un lucore, uno spillo,

un”armonia che sibila

e che mi entra nelle vene

a tessere un prodigio,

a risplendere,

mentre le spine,

queste impennate ustioni,

che fanno ombra al mio desiderio,

di luce e di cammini,

fino allo scortico,

diventano cocci allo sbaraglio,

mentre ritorna

una forma, una fessura, un buco,

nel petto,

da cui respiro,

un millimetro d’amore,

una grazia,

una lisergica bontà.

Foto e testi © Daniele Del Moro 2017

castelluccio5-luglio2016

Non andartene docile in quella buona notte

Una delle poesie più belle di Dylan Thomas, dove ad ogni parola, un sussulto dell’anima.
Così la vivo, così la sento.

Non andartene docile in quella buona notte.
No, docile non me ne vado.
Con una fotografia di un tramonto in Toscana, tra le colline di Pienza.

 

Non andartene docile in quella buona notte,
I vecchi dovrebbero bruciare e delirare al serrarsi del giorno;
Infuria, infuria, contro il morire della luce.

Benché i saggi conoscano alla fine che la tenebra è giusta
Perchè dalle loro parole non diramarono fulmini
Non se ne vanno docili in quella buona notte,

I probi, con l’ultima onda, gridando quanto splendide
Le loro deboli gesta danzerebbero in una verde baia,
S’infuriano, s’infuriano contro il morire della luce.

Gli impulsivi che il sole presero al volo e cantarono,
Troppo tardi imparando d’averne afflitto il cammino,
Non se ne vanno docili in quella buona notte.

Gli austeri, prossimi alla morte, con cieca vista accorgendosi
Che occhi spenti potevano brillare come meteore e gioire,
S’infuriano, s’infuriano contro il morire della luce.

E tu, padre mio, là sulla triste altura maledicimi,
Benedicimi, ora, con le tue lacrime furiose, te ne prego.
Non andartene docile in quella buona notte.
Infuriati, infuriati contro il morire della luce.

Vitaleta 10 - 01-01-2017

Come dice Remy, voglio mangiare solo cose buone

Come dice Remy, voglio mangiare solo cose buone.
A Pan di Via Bistrot.
“Se è vero che siamo quello che mangiamo, io voglio mangiare solo cose buone”.
Il delizioso e amorevole Remy,
topino protagonista dello splendido e geniale film Ratatouille, esprime la propria culinaria “weltanshauung”, scomodando nientemeno che il pensiero del filosofo Ludwig Feuerbach sul cibo.

Remy-Ratatouille

Si, una visione del mondo, avete capito bene. Perché è vero che ognuno di noi comunica se stesso attraverso uno stile. Se “il corpo è l’oggettità della volontà”, come ammoniva Schopenauer, il mangiare (assieme al bere) è una delle metafore più evidenti per capire di che pasta siamo fatti. Si dice spesso che il diavolo si annidi nei dettagli.

Saper mangiare, degustare, sapersi muovere tra calici e forchette, assaporare senza ingordigia, attraversare il mare del gusto con la sapienza dell’asceta che vive nel deserto ed è capace di rinunciare a tutto, ma per questo apprezza i sapori che sente perché ha sviluppato un più autentico “sentire”, ecco, questo si chiama avere stile.

Molto spesso oggi, nell’orribile tregenda della saga dei consumi, assistiamo alla Sodoma e Gomorra del cibo. Locali dove si sostituisce la qualità con la bulimia dell’abbuffata. Prezzo fisso stracciato e mangiare fino a scoppiare. Agghiacciante è la moda che punta a ingozzarti lo stomaco, lessandoti il palato invece che elevarlo ad altezze celestiali, magari fosse, pure eticamente corrette. Mangiare sushi a 10 euro, che tra l’altro detesto pure a prezzi improponibili, mi fa pensare all’acqua dei pozzi del film Erin Brokovich, piu forte della verità. Inquinamento radioattivo. E allora diciamocela questa verità: mangiamo meno ma di gusto. Come dice Remy, solo cose buone.

Io, che sono l’incarnazione viva di quanto ho scritto, la weltanshauung spocchiosa, si spocchiosa e pure antipatica, forse, che sul cibo fa particolare attenzione e seleziona il mangiare in una apologia di lussureggiante vita, come affondare i denti in un polposo frutto mentre aspetti l’alba sulle rovine di Qumran, dopo aver passato le mille e una notte o aver letto i Rotoli del mar Morto e aver scoperto l’essenza degli Esseni, ebbene, si, proprio io, che non sono facile a molte cose, ho incontrato un bistrot che è stato capace di raccontarmi una storia. Mi hanno attraversato la lingua non solo le delizie che ho assaporato ma anche le parole scambiate con gli ideatori di questo spazio creativo, Antonella Rabbia e Francesco Fugaro, dove mangiare e condividere una convivialità rilassata divengono realtà e non propaganda.

IMG_3948

Cucinare è come scrivere. Si plasmano gli ingredienti, si tagliano, si tolgono, si mescolano, per dare vita a qualcosa di speciale. Possibilmente.
I piatti sono serviti come si deve
: per il disegno e i colori che sprizzano, per l’assemblaggio degli elementi, un quadro nel piatto, non sai se mangiarli o portarteli a casa e lasciarli cosi. Per arredare e dare eleganza a qualsiasi ambiente. Ho assaporato qualcosa che è stato in grado di schiaffeggiarmi con un battito di sapori in grado di produrre attimi “estatici”, anche in un’anima complicata come la mia.

IMG_3937

IMG_3944

IMG_3928

Tra questi assaggi, tortino di melanzane con bufala affumicata e pomodoro torpedino, millefoglie con gamberi grigliati, carciofi e mousse al formaggio di capra, spaghettino di gragnano con torpedino confit e bottarga di spigola selvaggia, zeppoline di baccalà con melanzana affumicata su vellutata di patate ed erbe di campo saltate. Per finire, io che ai dolci oppongo un’aristocratica indifferenza, una selezione di assaggi particolarmente “medianici” in grado cioè di richiamare gli spiriti più golosi anche dal passato più lontano. Insomma, da far resuscitare i morti.

Antonella e Francesco, in Pan di Via Bistrot, che si trova nel centro di Latina, con la piacevole vista sulla piazza simbolo dell’architettura razionalista fascista, hanno puntato a realizzare un ambiente in cui qualità, chilometro zero, eleganza, tranquillità, convivialità siano le fondamenta.

FB_IMG_1490016022103

Il locale è posizionato al primo piano di un edificio e sembra di entrare in una splendida casa arredata in uno stile che mette insieme contaminazioni del moderno e di ispirazione shabby-chic. Atmosfera che acchiappa quella dei pochi tavolini posizionati sul balcone. Si mangia a lume di candela e si guarda l’architettura razionalista. Quasi immersi un quadro di De Chirico.

IMG_3952

20170311_122044

La particolare attenzione che Antonella pone ai dettagli, rende il locale ancora più “avvolgente”. Non solo per l’arredo ma per le piccole cose che danno ancora più sapore al tutto, come i vasetti sui tavoli ricolmi di fiori e petali, sapientemente riutilizzati in chiave “arredamento”. La clientela dimostra di apprezzare. Altro che manie “esoticchio-culinarie”. Qui ci vogliono bistrot, caffé, osterie, botteghe. Abbiamo bisogno di ricordarci della nostra trascurata identità. Come diceva Totò: siamo uomini o caporali? E allora via dal sushi a 10 euro e andiamo alla scoperta delle nostre radici e dei profumi che inebriavano le case delle nostre nonne. Che in un ricordo, arriva improvviso un sapore. E spesso ti sfama più di un fast food.

IMG_3901

Antonella e Francesco ci raccontano la loro storia in questa chiacchierata, in una “degustazione” di parole che hanno il sapore delle cose buone. Come Remy insegna.

Antonella, come nasce l’idea di Pan di via Bistrot e quando?

In teoria nasce principalmente dalla nostra passione reciproca per la buona cucina (famiglie e non),  per l’enogastronomia d’eccellenza e  per  la piccola distribuzione (preferibilmente artigianale) poi dall’esigenza reale di creare un posto che a Latina non esisteva e di cui avevamo bisogno. Abbiamo entrambi viaggiato molto, spesso individualmente, e il trovare in ogni luogo, anche lontano, un posto familiare e accogliente dove poter  trascorrere piacevolmente parte del tempo, ci ha sempre particolarmente emozionato.

Il nome, Pan di Via, richiama Il Signore degli Anelli: passione Tolkien?

In realtà, prima di dare un nome alla nostra attività, abbiamo chiesto a tutti i nostri amici più stretti di consigliarcene uno. Abbiamo scelto tra tutti Pan di Via perché, al di la del Signore degli Anelli, ci sembrava un nome che potesse calzare bene alla nostra idea; pane nutriente che sazia anima e corpo e che una volta veniva consegnato dagli anziani ai giovani prima che si mettessero alla prova con un lungo viaggio.

IMG_3877

Il tuo motto è: la felicità è una forma di coraggio. Puoi raccontare il senso di questa “visione”?

Potrei anche dire: “le scelte più facili non sono quasi mai quelle migliori, soprattutto se si guarda al futuro”. Ho sempre cercato di vivere la vita dando il massimo di me e soprattutto di dare sempre retta al mio istinto, ai miei desideri e ai miei sogni, abbinandoci il mio innato entusiasmo e la mia determinazione. Diciamo che ho fatto quello che volevo e l’ho fatto molto spesso coraggiosamente.

Perché un locale al primo piano di un palazzo nel centro di Latina e non il consueto “su strada”?

Perché volevamo che il nostro locale si distaccasse da quella forma di offerta commerciale volta soprattutto all’apparire e non all’essere. Intendiamoci, con questo non vogliamo dire che tutti i locali al piano terra siano commerciali, ma il nostro progetto intendeva creare un punto di rottura proprio nei confronti di questo stile e, il non essere “sul marciapiede” ha reso e rende  il messaggio molto più forte e chiaro.

Francesco è un ex farmacista. In che modo il concetto di salute interviene nella realizzazione della vostra cucina?

Interviene su tutto e non solo sulla cucina. Aver studiato in questo ambito ti rende molto più consapevole dei rischi che si possono correre sia nel trattare le materie prime sia nella loro trasformazione e sia nella gestione dell’igiene. In poche parole, al di là del comprare prodotti d’eccellenza e al di là del preparare piatti sani, vi è tutto un mondo che influisce direttamente sulla salute di tutti noi che frequentiamo locali pubblici. Detto questo, la conoscenza della chimica degli alimenti facilita notevolmente la scelta di materie prime e di una cucina sane e non solo buone.

Le vostre specialità? Il menù, i vini?

La nostra è una cucina che si ispira direttamente ai sapori della nostra infanzia, per entrambi, fortemente legata alla stagionalità, alla nostra terra di origine e ai cibi “poveri”. In questa ottica sono nati piatti come il cacio e pepe su vellutata di zucca; il tortello ripieno di burrata e bietole con salsa di acciughe di Cetara e pecorino Romano e altri che, sempre rivisitati e reinventati, vogliono principalmente rendere omaggio ai profumi e sapori della nostra vita.
La nostra carta è “breve” soprattutto perché la nostra cucina è espressa e le materie prime fresche.
La nostra selezione di vini riguarda poche cantine selezionate con grande cura. La cosa a cui prestiamo attenzione nella scelta é la qualità e il basso contenuto di solfiti.

Le caratteristiche principali degli ingredienti, da dove provengono, è insomma una sana cucina “made in Italy”, un tributo all’eccellenza del nostro buon vivere?

Decisamente SI! Noi siamo da sempre alla ricerca delle eccellenze, come filosofia di vita e questo approccio lo abbiamo ovviamente mantenuto anche per la nostra attività. Principalmente diamo attenzione a prodotti di chi si impegna fortemente nella ricerca e nella salvaguardia del gusto e della qualità. La nostra idea di Km 0 non è solo la ricerca di fornitori il più vicini possibili ma piuttosto mira a privilegiare piccole realtà produttive ITALIANE; anche un grande formaggio prodotto dal piccolo caseificio delle montagne delle Dolomiti o un mirto sardo prodotto da una micro azienda familiare sono per noi Km 0.

IMG_3925

IMG_3939

L’ambiente è caldo, raffinato, accogliente, rilassante: come avete ideato lo stile del bistrot e come ne avete composto gli arredi?

Diciamo che lo abbiamo considerato casa nostra, nel vero senso della parola. E’ venuto tutto da sé. Eravamo già partiti con l’idea di usare il più possibile cose delle nostre cantine (sempre ricollegandoci all’idea di “sentirsi a casa” e “sapori di infanzia”). Siamo partiti da 3 tavoli quasi distrutti comprati ai mercatini e da alcune sedie di una vecchia osteria ciociara, oltre a parte dei mobili che arredavano la vecchia farmacia di famiglia. Abbiamo aggiunto il resto cercando di non perdere mai di vista l’idea di creare un microcosmo in cui sentirsi accolti e avvolti, a casa, piuttosto che uno spazio semplicemente da ammirare a distanza.

La squadra che voi coordinate e che vi supporta ogni giorno nella realizzazione di un sogno in continuo divenire

Fra alti e bassi abbiamo avuto la fortuna di trovare validi collaboratori ma soprattutto belle persone, appassionate del proprio lavoro che, insieme a noi e al nostro locale sono cresciute. Per noi è fondamentale un ambiente sereno e gioioso ed è altrettanto importante la professionalità e la capacità di ognuno di noi di restare fedeli al nostro progetto anche in momenti difficili.

La buona cucina può rappresentare un motivo importante per la realizzazione della felicità?

Come si può essere felici se non si mangia bene? Non è importante quanto, ma come! La felicità è anche un sapore, un profumo, un piatto che ci porta a momenti felici o che ci fa chiudere gli occhi o sgranarli per la sorpresa delle sensazioni che proviamo. Troppo spesso le persone si fermano a guardare la quantità tralasciando la qualità o sono così abituate all’appiattimento dei sapori in un mondo globalizzato e commerciale come quello attuale, da non saper  più distinguere.

Qual’è il segreto per far innamorare le persone di un sapore?

Far sentire che dietro ad ogni piatto c’è tanta passione e tanta sperimentazione. Nulla è casuale o meglio nulla è servito tanto per servire qualcosa da mangiare. La cura parte dalla scelta quotidiana della materia prima fino alla scelta dell’impiattamento.

Nella realizzazione di un bistrot come il vostro, un segno distintivo per una città e un luogo di ritrovo capace di fare tendenza, cosa è più importante? Diamo una speranza a chi nel lavoro vuole tentare un sogno.

E’ importante avere a monte un  progetto vero e ben strutturato. E’ importante grande impegno, professionalità e senso del sacrificio. Chi pensa che bastino un pò di soldi e una location è destinato a fallire. Quindi assolutamente si a chi vuole perseguire un sogno ma solo se ha già una traccia del cammino e se è disposto a non scendere a compromessi pur di arrivare o se non pensa alla sua attività come ad una fonte di “soldi facili”.

IMG_3932

IMG_3893

Come è cambiata l’alimentazione e cosa chiedono oggi le persone che frequentano il bistrot?

Forse è scontato dirlo ma quei programmi televisivi che tanto parlano della buona cucina e delle buone materie prime hanno creato quanto meno una maggiore curiosità verso il lavoro dei ristoratori: in senso buono ma anche in senso cattivo. Dopo italiani tutti allenatori, incominciamo ad avere italiani tutti grandi chef. Purtroppo si passa da chi non legge neanche il menù e chiede piatti a piacere, a chi ha sempre qualcosa da dire a ragione o a torto perché fa “figo”. Per fortuna che poi ci sono i nostri affezionati clienti che si fanno consigliare secondo gusto e non secondo mode e danno giudizi costruttivi molto utili.

La vostra clientela internazionale: cosa amano di più gli stranieri del vostro menù?

Diciamo che dipende molto dalla nazionalità ma che, in generale, sono i nostri primi piatti a riscuotere il maggiore successo. Anche le nostre selezioni di salumi e formaggi molto particolari e ricercati, sono tra le portate più richieste.

I vostri progetti futuri e le vostre idee per fare ancora più tendenza: il nuovo locale

Di progetti ne abbiamo tanti ma siamo cauti. Dopo aver lavorato molto faticosamente per far decollare il bistrot, con la continua ricerca di offerte che ci caratterizzassero: dalla caffetteria alla sala da te (tutti rigorosamente in foglie) alla pasticceria artigianale alla ristorazione, siamo in procinto di intraprendere una nuova avventura con il solo scopo di migliorare ulteriormente i nostri servizi; ma di questo parleremo a cose fatte. Essere un po’ scaramantici non guasta.
Per quanto riguarda il discorso “del fare tendenza” non è mai stato il nostro scopo ma siamo felici di esserlo proprio per questo.

Concludiamo con una riflessione sui vostri clienti

Le reazioni dei clienti in questi anni nei confronti del nostro progetto ci hanno veramente colpito; finché non si sta dall’altra parte del bancone non ci si rende conto del variegato mondo dei clienti. Ti amano, ti odiano, ti esaltano, sono qui tutti i giorni per un mese e poi spariscono, insomma possiamo confermare che questo è uno dei mestieri più duri e difficili che esistano. Se non c’è passione non puoi farlo e soprattutto non puoi farlo per tanto tempo. Forse tutto questo non sarebbe esistito se non ci fossimo incontrati ma soprattutto trovati e sorriderci a vicenda ogni giorno ci da la carica per continuare il viaggio.

Come dice Remy, voglio mangiare solo cose buone.

Pan-di-via

 

Pan di Via

Tel. 0773 1533624

Corso delle Repubblica 141, Latina

Chiuso il lunedì

Pan di Via su Facebook

Distesi sulla sabbia, Dylan Thomas e le Seychelles

Vorrei stare disteso sulla sabbia. Allegro e grave. Come sono io. Dylan Thomas, tra i miei intimi “amici”, esprime magistralmente in questa poesia, tale sensazione di struggente sgomento che si prova, non senza inquietudine, quando ci si pone di fronte ad un improvviso lampo di bellezza. E’ “la musica del cielo sopra la rena”, quella sensazione che colpisce il cuore atterrito gioia, è il tempo che “risuona in ogni granello che s’affretta”. Mi piace la poesia di Dylan Thomas perché scuote e travolge, ti rapporta alla realtà con il vivere in tutto il suo essere. Non disgiunto dal dolore, né fintamente negato da uno stolido e insipiente ottimismo. Il bello del vivere è quello che è. In tutto il suo non trovare pace. Per riconoscersi in taluni momenti di beatitudine. Come i giorni d’infanzia in estate ad aspettare trascorrere il caldo eccessivo delle ore silenziose del primo pomeriggio. I ricordi di mio padre che mi raccontava storie sul Dio Pan, dall’aspetto spaventoso e inquietante, nella campagna estiva, assolata e muta. Uscire in cerca di bellezza e vita. Noi piccoli, io e mio fratello, a trattenere il respiro. Per non farci trovare dal Dio Pan. Quelle giornate d’estate in attesa di uscire di nuovo, in cerca di fresco e di amici. Ma intanto, sul letto, ad attendere il sole farsi meno cocente. In un senso inquieto di attesa. Tra letture di Zagor e desideri di avventura. Anche lì Dylan Thomas a farmi compagnia. Questa poesia mi riporta a quelle sensazioni. In tutta la sua straordinaria forza evocativa. Distesi sulla sabbia è tratta da Il mondo che respiro, raccolta del 1939. Il poeta gallese, in questo brano, condensa le proprie inquietudini, facendone un distillato di vita, succoso e vivido. Lo sorseggio con avidità. Esserci è fiorire ogni volta. Come su quella spiaggia della foto alle Seychelles.

Distesi sulla sabbia, l’occhio al giallo
E al grave mare, beffiamo chi deride
Chi segue i rossi fiumi, scava
Alcove di parole da un’ombra di cicala,
Ché in questa tomba gialla di rena e di mare
Un appello al colore fischia nel vento
Allegro e grave come la tomba e il mare
Che dormono ai due lati.
I silenzi lunari, la marea silenziosa
Che lambisce i canali stagnanti, l’arida padrona
Della marea increspata fra deserto e burrasca
Dovrebbero curarci dai malanni dell’acqua
Con una calma d’un unico colore.
La musica del cielo sopra la rena
Risuona in ogni granello che s’affretta
A coprire i castelli e i monti dorati
Della grave, allegra, terra in riva al mare.
Fasciati da un nastro sovrano, sdraiati,
Guardando il giallo, facciamo voti che il vento
Spazzi gli strati della spiaggia e affoghi
La roccia rossa; ma i voti sono sterili, né noi
Possiamo opporci alla venuta della roccia,
E dunque giaci guardando il giallo, o sangue
Del mio cuore, finché la stagione dorata
Non vada in pezzi come un cuore e un colle

SeychellesDylan

Seminando cristalli

La notte di luna

che gorgogliava

flagellava l’aria.

Fu in quel riflesso di lama

che vidi l’estasi

vestita di bianco

Era carne di brivido,  solitudine e sangue.

Masticando sabbia

 e indossando un velo d’ortica

mostrava denti splendenti

di tenui sorrisi.

Incedeva

su sentieri d’addio

accendendo fuochi al buio d’inchiostro

Seminava cristalli

sui grani dell’ansia

© Daniele Del Moro

estasi

La bellezza che salva dal mondo

La bellezza che salva dal mondo.
Le farfalle.

La-Casa-delle-farfalle-37

Non vedo l’ora di andarci. Mi ci butto a capofitto, non vedo l’ora. Amo ripetere: se la bellezza non salverà il mondo, almeno salverà me dal mondo. Ecco, icone magiche di questa bellezza, stilemi colorati, incarnazioni variopinte di chissà quali spiriti sono le farfalle. Le farfalle sprigionano sempre assoluta “pulcritudine”.
Volteggiano, librano, saettano nell’aria e basta vederle per sentirsi il cuore più leggero. Credo che una delle rappresentazioni più realistiche del paradiso possa essere questa: un giardino ricolmo di fiori e farfalle che si posano di petalo in petalo. Un po’ come il Botanic Royal Garden di Edimburgo. Un Eden terreno di assoluto bagliore. E poi, quale modo migliore per dare inizio ad una primavera fisica e metafisica ammirando tante farfalle tutte insieme? Detto, fatto. La magia è tra noi.

volantino-1.jpg

La Casa delle Farfalle sarà allestita dal 25 marzo al 4 giugno, in via Appia Pignatelli 450, a Roma. La mostra è un progetto realizzato dall’associazione culturale Imago, una squadra costituita da esperti e appassionati, amanti della natura, che puntano a sensibilizzare su tematiche ambientali, organizzando eventi, incontri e mostre come questa. Gli scatti che illuminano sulla bellezza che questi insetti sono in grado di donare a chi li guarda sono dei fotografi Diego Reggianti e Sascha Athos Proietti, artisti che hanno fatto del reportage naturalistico la principale fonte di ispirazione e di vita.
Alla Casa delle Farfalle, dunque, per merito della sensibilità del team di Imago, troveremo una serra di circa duecento metri quadrati, un incantevole spazio con l’atmosfera incastonata, scolpita, dal volteggiare ilare di numerose farfalle, circa venti le specie diverse, come ad essere avvolti da una dorata cupola di scintillante magia. Immagino sin d’ora la sensazione: far parte di una storia fantastica, di un fumetto d’altri tempi, immagino di passeggiare immerso in una policromatica pioggia di ali.

IMG_9429

“La mostra della Casa delle Farfalle è stata pensata per i bambini e per gli alunni delle scuole con l’obiettivo di far conoscere questi insetti e stimolare la loro curiosità” ha spiegato dalle colonne del quotidiano La Repubblica, Eleonora Alescio, allevatrice di farfalle, biologa e curatrice della mostra. La passeggiata nella serra dovrà essere effettuata con particolare attenzione. Potranno tutti circolare liberamente, scuole e visitatori, ma con passo felpato, delicato, “amorevole”, quasi carezzando la terra, per evitare di arrecare disturbo o, peggio, di schiacciare “questo tripudio di colori in volo”. Tantomeno si dovranno toccare per non spezzar loro le ali.

pa_051b

Tra le specie più interessanti che potremo vedere alla Casa delle Farfalle, la meravigliosa Cobra, una degli insetti tropicali più belli e più grandi del mondo, caratterizzata da un’apertura alare di trenta centimetri, con disegni e cromatismi che la fanno assomigliare al serpente. Potremo anche avvicinare bruchi, bozzoli di falene, crisalidi e tanti altri insetti come formiche, insetti a foglia e a stecco. Una vera curiosità sono le blatte fischianti del Madagascar, chiamate così per il sibilo che emettono dalle cavità respiratorie, peculiarità unica. Per apprezzare e conoscere al meglio tutte le specie, la visita verrà supportata da biologi ed entomologi spiegheranno le tecniche adattive e  le caratteristiche principali delle “regine alate”. A Roma se ne vedevano molte di più in tempi passati. Se oggi non si fanno più con una certa assiduità “incontri ravvicinati di questo splendido tipo”, la colpa è dello smog e dell’inquinamento atmosferico. Le farfalle, come ha ricordato la biologa Alescio, possono essere infatti considerate un vero e proprio termometro della salute ambientale. Ma non è solo questo. Togliere le erbacce dai giardini non aiuta la vita delle farfalle perché viene a mancare il nutrimento principale dei bruchi da cui nasceranno le crisalidi. Eppure le farfalle che possiamo incontrare in città sono di notevole incanto. Tra queste, le Licenidi, dal caratteristico colore azzurro e la Vanessa Atalanta, chiamata anche Vulcano, che si vede con più facilità durante l’inverno.

Vanessa_atalanta_1_Luc_Viatour

IMG_5354

La-Casa-delle-farfalle-40

Una visita alla Casa delle Farfalle è dunque una bella occasione per passeggiare all’interno di una serra tropicale e ammirare alcune tra le farfalle più appariscenti del mondo in mezzo ad una vegetazione rigogliosa. Imparando tante cose, soprattutto a conoscere questi splendidi insetti e ad amarli. Amando l’ambiente.
Una leggenda racconta che se una farfalla ci si poggia addosso, dobbiamo esprimere un desiderio perché questo si avvererà. Non rimane che desiderare di andarci quanto prima. Nella loro casa. E che l’ambiente torni ad essere quanto prima la migliore sistemazione possibile per il loro estatico volteggiare.

La Casa delle Farfalle, Roma
Via Appia Pignatelli 450
Orari:
Dal lunedì al venerdì, dalle ore 9 alle 13 e dalle 15 alle 19
Sabato e domenica dalle 9 alle 19
Biglietto 6 euro (ridotto 4 euro)
Info: 320 781 2651

Sfrontata inquietudine

E poi ti prende,

quell’inquietudine sfrontata,

molesta, indisponente,

che straccia,

digrigna e sgretola.

E mi viene da pensare a molte cose.

A mio padre,

a quando era il mio vascello,

il guscio forte,

per i miei riparati stenti.

Oppure alle paure

 a quelle ombre che si frappongono,

aguzze,

tra il mio guardare e il sole,

tra la vita e il respirare,

e non mi fanno, a volte, non sempre,

scorgere,

né l’attimo, né l’amore

che tutto intorno c’è, intorno a me.

Mi arriva in faccia,

d’improvviso,

un facinoroso gelo,

che non è certo un mantra,

è piuttosto, uno sbilanciato vuoto,

un gettito di buio,

una solitudine di nuvole

che non posso dire, non voglio raccontare.

E’ il timore secco,

che ciò che è fragile,

e che non è infinito,

che sento per ciò che amo,

che vorrei tenere sempre a me.

La segreta forza

di ciò che palpita

si fa più misteriosa ancora,

perché rintocca

tra idoli e un ciarpame di mondo inutile,

l’assalto alacre

di una nostalgia che si, è vero, non ha senso

perché non c’è ancora assenza.

E’ paura, è caducità.

Disvelata è la voce del metallo,

è il passo di una sentinella,

è un ignoto ticchettio,

di minuti, di un un tempo che si fa onda tra le rocce,

e non si ferma.

Mi basta, poi, passato questo scombussolamento,

un minimo bagliore che mi spigoli,

e mi disincrosti da questa bruciatura di pensiero,

da questa geldra rumorosa,

che mi fa letargo della gioia, certe volte,

in un sospiro.

Ho desiderio,

di un grumo di stelle e vento che mi dissolva,

dalla prigione di me stesso,

in un singulto rattoppato,

come quando da bambino

con un nonnulla, risorridevo dopo il pianto.

Non è solo lo squarcio di un ricordo,

non è solo l’rrazionale che si fa spazio dentro me.

E’ il suono che sgronda,

l’ignoto che sfessura,

sul presente, sull’infiammazione di ogni giorno che saetta,

ancor di più,

se la sera si fa lunga.

Foto e testi © Daniele Del Moro 2017

solitudo

 

Viaggio nel cerchio sacro dei nativi d’America

Viaggio nel cerchio sacro dei nativi d’America.”Cos’è la vita? È il lampo di una lucciola nella notte. È il respiro di un bufalo d’inverno. È la piccola ombra che attraversa l’erba e si perde nel tramonto”: uno dei pensieri più intensi attribuito ai nativi americani che sintetizza una saggezza di secoli, purtroppo, lacerata dall’avvento della modernità.

unnamed

Se penso ad uno dei viaggi più “catartici” , la mente vola subito in terra Navajo, a condividere “attimi” nel deserto rosso della Monumental Valley con i pronipoti di Tex, Aquila della notte. Per me quando “arrivavano i nostri” era sempre una delusione. Perché io stavo con gli “indiani” e i bambini non me lo perdonavano. Loro parteggiavano per le “giacche azzurre”, io mi sentivo sempre dalla parte di quei variopinti esseri che sprigionavano libertà. Nella mia stanza, il rifugio adolescenziale dal mondo (e la fuga da un certo tipo di mondo mi fa sempre compagnia) troneggiava una bellissima immagine di un bambino “indiano” abbinata alle parole di Alce Nero: “Non sapevo in quel momento che era la fine di tante cose. Quando guardo indietro, adesso, da questo alto monte della mia vecchiaia, ancora vedo le donne e i bambini massacrati, ammucchiati e sparsi lungo quel burrone a zig-zag, chiaramente come li vidi coi miei occhi da giovane. E posso vedere che con loro morì un’altra cosa, lassù, sulla neve insanguinata, e rimase sepolta sotto la tormenta. Lassù morì il sogno di un popolo. Era un bel sogno. Il cerchio della nazione è rotto e i suoi frammenti sono sparsi. Il cerchio non ha più centro, e l’albero sacro è morto”.

IMG-20170314-WA0015

La mia passione per i nativi americani passa nella lettura dei fumetti di Zagor, lo spirito con la scure, l’uomo dalla casacca rossa con il particolare simbolo al centro che lotta per la libertà degli indiani e contro le ingiustizie. Da piccolo, ma anche oggi, quando mi immergo in certi fumetti, la sensazione del tempo che non passa e che si ferma, è un dato di fatto. La forza dei ricordi, seppur struggente, nutre sempre, vivifica. Per non dire della mia passione per la poca cinematografia a favore degli indiani con film come Soldato Blu o Balla coi lupi. La scena in cui i Sioux liberano il protagonista e fanno giustizia di un manipolo di cialtroni nordisti, vendicando l’uccisione di “Due Calzini” e Cisco, beh, è un’ubriacatura di gioia. Scatto in piedi per dire: si, si, si.

L’amore per i nativi, per la loro storia e cultura, è quanto anima anche Tamara Sessa, fisioterapista che si occupa da anni di medicina psicosomatica e metamedicina, oggi anche insegnante di Rebirthing, una tecnica di respirazione utilizzata per migliorare il proprio stato psicofisico.

Tamara è ormai “una di loro” e frequenta i nativi, organizzando esperienze che definire di viaggio è abbastanza riduttivo. Quello che ha in mente è sensibilizzare sui problemi che i nativi hanno rispetto alla condizione di cittadini americani la cui identità è sempre più messa sotto scacco. O McDonald, o droga o alcool. Per distruggere una cultura e non farti pensare più. D’altra parte, se oggi in Italia è la Giornata nazionale del paesaggio, non bisogna dimenticare che la capacità “predatoria” dell’uomo nei confronti dell’ambiente, della natura e degli esseri umani “non allineati” è sempre la stessa. Pensiamo a quanto sta accadendo in questa “sTrumpalata” America con il gasdotto che passerà in terra Sioux e su cui il presidente degli Stati Uniti non ha voluto sentire ragioni, fregandosene dei popoli e  dell’ambiente.

IMG-20170314-WA0001

Tamara racconta, in questa intervista, come si svolgerà il viaggio in programma a giugno e con quali finalità.

Tamara, come nascono l’amore per la cultura e per la spiritualità dei nativi americani?

Non basterebbero giorni per parlare dei nativi americani, un popolo tanto vilipeso e maltrattato,  che, purtroppo, continuerà ad esserlo. Guardiamo a quanto sta accadendo con la DAPL, Dakota Access Pipeline. Parliamo della costruzione di un gasdotto di circa 1200 miglia che passerà in terra nativa, sotto il fiume Missouri. Il rischio reale è di lasciare senza acqua potabile circa 18 milioni di persone che abitano le zone interessate dal progetto. Il governo Obama aveva temporaneamente bloccato i lavori, in attesa del parere degli esperti sull’impatto ambientale. Il governo Trump, in maniera alquanto rapida ha annullato il divieto e riavviato i lavori di costruzione. Ha costretto con la forza lo sgombero di centinaia di persone che pacificamente e senza armi, da mesi, si erano accampate in prossimità del fiume dove passerà il gasdotto. Nella speranza di proteggere quanto di più prezioso hanno: l’acqua.

La mia stima per le popolazioni native americane, nasce molto presto. Da grande, la simpatia iniziale si trasforma in vera e propria passione, in seguito alla partecipazione ad un corso di Rebirthing (tecnica di Respiro Consapevole e di Guarigione che insegno dal 2004). Durante questa esperienza riemergono scene di vita vissuta in terra nativa come se fossi da sempre appartenuta a quel popolo. Che si trattasse di realtà o fantasia poco importa, l’amore per questo grande popolo era sbocciato. Essendo già fisioterapista e occupandomi da anni di medicina psicosomatica e metamedicina, decido di seguire una formazione come insegnante di Rebirthing.

Ho così la possibilità di constatare che molte persone, durante le sessioni, si sentono trasportate con la mente e i ricordi, in luoghi e scene di vita riguardanti gli indiani d’America. Incuriosita, faccio nel 2002 il mio primo viaggio nelle loro terre, in gruppo con il mio insegnante di Rebirthing, come guida. Quello che posso dire a distanza di anni è che, grazie a quell’esperienza, mi si è aperto un mondo e la vita ha assunto per me un significato ancora più bello e profondo.

Da quel primo viaggio ne sono seguiti altri nei quali ho avuto la possibilità, oltre che di visitare luoghi naturalistici incantevoli come il Gran Canyon, le Colorado Rocky Mountains, le Black Hills, le Badlands, anche quella di conoscere da vicino diverse popolazioni native (Ojibwe, Apache, Hopi, Lakota) e di entrare in contatto con la spiritualità e la sacralità dei loro riti e delle loro tradizioni. Da qui è nata l’idea di organizzare un viaggio che non fosse solo fisico ma anche e soprattutto spirituale ed interiore, che mettesse insieme luoghi e persone, cerimonie e riti sacri”.

20160626_161518

Quali posti visiterete?

L’itinerario è ricco di tappe in posti meravigliosi: da Pipestone alle Badlands, dalle Black Hills a Sylvan Lake, dalla Devil’s Tower alla montagna sacra di Bear Butte. Senza dimenticare i luoghi simbolo per i nativi come il cimitero di Wounded Knee  dove ci sarà un piccolo momento dedicato al raccoglimento, nel ricordo del massacro perpetrato a danno degli indiani Lakota Sioux da parte dell’esercito degli Stati Uniti d’America avvenuto nel 1890. In alcuni dei quindici giorni previsti, avremo l’onore di essere ospitati e potremo prendere parte a cerimonie sacre da centinaia di anni per il popolo Lakota. Per rispetto delle loro tradizioni e per una questione di riservatezza, però, su questo punto preferisco non approfondire ed entrare nello specifico, in privato, solo con chi farà il viaggio.

IMG-20170314-WA0005

Come è la situazione dei nativi attualmente?

Conoscere da vicino le popolazioni native è un’esperienza che tocca le corde più profonde dell’anima. Da una parte il loro amore per la natura e per “Madre Terra” è fonte di speranza perché possa esserci rispetto e amore per l’ambiente per ogni forma di vita, dall’altra il toccare con mano, da vicinissimo, il degrado nel quale sono costretti a vivere ormai da troppo tempo, confinati nelle Riserve, con un tasso di disoccupazione che sfiora l’80 percento della popolazione, è un motivo di grande dolore sulla loro condizione. Fa venire voglia di urlare ai potenti di tutto il mondo di mettere da parte un pizzico della loro avidità e permettere a questa gente di vivere dignitosamente. Senza fare più chiacchiere. Dalle nostre comode case, dotate di ogni comfort, non è facile immaginare una vita in prefabbricati decadenti, spesso senza alcun impianto di condizionamento, con temperature invernali di -25 C° ed estive di oltre 45 C°.

A tal proposito ti racconto un episodio che lo scorso giugno mi ha lasciato con l’amaro in bocca. Ogni anno, nei nostri viaggi, cerchiamo, nel nostro piccolo, di portare aiuti concreti come abbigliamento per neonati, bambini e ragazzi (la natalità da quelle parti è altissima, come la mortalità in giovane età, del resto). Dissi ad alcune donne che avevo dei vestitini per i loro bimbi. Si avvicinarono in pochi minuti parecchie giovani madri con i loro piccoli. Alcuni di loro tenevano in mano dei biberon con sostanze liquide colorate: fucsia, azzurre, rosse. Incuriosita, ho chiesto alle madri di cosa si trattasse. Una di loro mi ha risposto quasi sussurrando, ma con grande dignità, che era gatorade diluito in acqua, perché costava meno del latte che non tutti potevano permettersi di acquistare. Se avessi potuto sprofondare in quel momento lo avrei fatto. Perché è inumano quello che i cosiddetti “civili” abbiano fatto a questa gente.

IMG-20170314-WA0007

Parliamo del viaggio

Si svolgerà dal 14 al 28 giugno con rientro in Italia il 29. Ciascuno potrà partire dall’aeroporto più vicino con destinazione finale Rapid City, in Sud Dakota. Da lì ci sposteremo in comode auto anche in altri stati confinanti come il Wyoming e il Minnesota. Va detto, a onor del vero, che questo non è un viaggio per tutti, perché richiede un discreto spirito di adattamento. Durante i giorni delle cerimonie, alle quali parteciperemo, saremo infatti accampati in tenda, senza luce elettrica o comodità che si hanno in hotel, ma la vista notturna del cielo stellato americano ripagherà alla grande qualche piccolo disagio. Come è facilmente intuibile, lo scopo principale è quello di avvicinare ciascun partecipante alla consapevolezza di sé e alla natura. Ci saranno diversi momenti dedicati alla condivisione delle emozioni e dei vissuti emersi perché, che ci si creda o no, a livello interiore ed emotivo. avviene una profonda trasformazione, e poter condividere ciò che si prova è un arricchimento per tutti.

Da viaggi così non si torna mai a casa come si è partiti, si torna più grati e con maggiore chiarezza, si torna con i tamburi che risuonano dentro e battono all’unisono con i nostri cuori, e si inizia già dal giorno dopo il rientro a fare il conto alla rovescia di quanto manca al successivo giugno. Nutrendo la segreta speranza di poter tornare ancora e ancora a calpestare luoghi tanto speciali e sacri. Dal lontano 2002 sono passati parecchi anni; nel 2009 è uscito il mio romanzo L’Anima nei Piedi – un viaggio tra i Nativi Americani alla scoperta di sé… edito dalla Wip Edizioni. Grazie all’aiuto di amici sono inoltre riuscita ad ospitare in Italia nativi americani di diverse tribù che hanno condiviso con noi racconti della loro vita e la storia del loro popolo. Sebbene il nostro aiuto a loro sia solo una piccola goccia, non smetterò mai di credere che tante piccole gocce formano un oceano e che solo l’amore gli uni per gli altri, senza distinzione alcuna, ci salverà.

Mitakuye Oyasin (che in Lakota vuol dire Siamo tutti fratelli, Siamo tutti Uno, A tutte le mie relazioni).

IMG-20170314-WA0004

Info

Pagina Facebook TamaraSessaStudioBenEssere

Il programma dettagliato del viaggio sarà a breve sul sito www.rinascitainteriore.it dove è possibile leggere anche dei corsi di metamedicina di cui Tamara si occupa, dal Rebirthing al massaggio andino Qhaqhoy.