Droni al posto di api e farfalle? No, grazie

Ci mancava solo questa.

Tra le tante stranezze a cui ci sta abituando il mondo, ci mancava solo questa.

Droni in sostituzione delle api. Mo, vabbuò la tecnologia, va bene essere “smart”, “trendy” e chissà quale altra parole da trovare per coprire il vuoto ma i droni al posto delle api, no, proprio no.

Già i droni li maldigerisco se poi pretendono pure di sostituirsi alle api, mi scatta l’istinto “dronicida”.

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Questi attrezzi impollinatori sono praticamente minuscoli, grandi come colibrì e volano di fiore in fiore, proprio come le nostre amate api, rubando il polline con la loro pancia pelosa. Sviluppati all’Istituto nazionale di scienze e tecnologie industriali avanzate (Aist) di Tsukuba, i robot volanti hanno una struttura ancora tutta da definirsi (e meno male). Per ora vengono telecomandati dall’elemento umano ma in futuro, grazie a Gps e intelligenza artificiale, potrebbero volare autonomamente, formando sciami capaci di rimpiazzare i veri insetti impollinatori sempre più a rischio estinzione. I robot impollinatori sono stati progettati per rimpiazzare api e farfalle, che sono ormai in declino a causa dei pesticidi.

Ora: il problema non è trovare invenzioni di questo tipo ma impiegare tecnologia e scienza per dare davvero una soluzione concreta al problema della scomparsa delle api e degli altri insetti impollinatori.

I ricercatori giapponesi, coordinati da Eijiro Miyako, responsabile del progetto, sono giunti a questa scoperta utilizzando comuni droni a quattro eliche. Per farli diventare come veri e propri insetti impollinatori hanno applicato sul fondo dei droni una striscia pelosa ricavata dal crine di cavallo di un pennello. Le setole sono state ricoperte con uno speciale gel liquido ionico che, simile ad un collante, afferra e rilascia i granuli di polline di fiore in fiore. I ricercatori hanno dovuto effettuare parecchi test prima di arrivare al risultato perché governare un drone-colibrì e metterlo in condizione di raccogliere il polline non è stata operazione proprio semplice. I test hanno anche rilevato che il gel adesivo, colpito dalla luce, si mimetizza con l’ambiente circostante, in maniera da sfuggire ad eventuali attacchi di animali.

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Le api non producono solo miele ma svolgono un ruolo determinante nella produzione alimentare. Un terzo del nostro cibo (come zucchine, albicocche, mandorle, coriandolo, olio di colza e molti altri alimenti) dipende dalla loro opera di impollinazione. La sindrome dello spopolamento degli alveari (Colony Collapse Disorder viene definita in inglese) ha fatto la sua prima triste apparizione nel 2006. Nel 2007 in Italia sono morte il 50% delle api.

Pesticidi, perdita di habitat, monocolture e cambiamenti climatici minacciano la sopravvivenza di questi insetti e, di conseguenza, la nostra produzione alimentare, tanto da spingere gli scienziati a progettare una sostituzione di questo tipo.

Bisogna cambiare rotta.

Ve lo immaginate un cartone animato di nome Drone-Maia con tanto di motivetto che fa vola-vola-vola, il Drone Maia. Naaa.

Non è possibile pensare mini droni a svolazzare nei prati.

Sarebbe come inventarsi minuscole lampadine volanti a led per riconsegnarci alla magia delle sere d’estate in cui si aspettava in mezzo ai fiori, sotto le stelle, l’arrivo di quei piccoli puntini luminosi chiamati lucciole che ora non ci sono più.

E le lucciole arrivavano tra i fiori, dopo che le api, per tutto il giorno, ne avevano accudito i petali.

Ridateci la natura, toglieteci un po’ di mondo virtuale e utilizzate la tecnologia per sollevare il mondo.

Anche l’Ape Maia e i bambini ve ne saranno grati.

 

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Residui

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I residui sui volti consumati

fanno il peso di tutta la storia,

delicati frantumi allo sbaraglio.

Basta una tazza di luce,

e risplende pure una pelle scontrosa

mentre il ferro smagliato

si fa crosta

sul delirio fragile della carne.

Foto e testi © Daniele Del Moro 2017

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Riciclare fotografando

Occhio al riciclick. Impariamo a riciclare fotografando. Idee buone ce ne sono ed ogni tanto giungono a noi come una fresca brezza estiva e ci aiutano a respirare meglio. Mente e corpo. L’iniziativa promossa da RICREA, il Consorzio Nazionale per il recupero e il riciclo degli imballaggi in acciaio, ha il merito di unire creatività e divertimento, stimolando la sensibilità dei giovani all’amore per l’ambiente. E piano piano il cambio di mentalità, la consapevolezza che prendersi cura dell’ambiente significa avere cura di se stessi e della propria vita, diventano un fatto sempre più concreto, per lo sbocciare intenso di una primavera green che non deve durare una stagione ma deve essere infinita.

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Riciclick! Il riciclo degli imballaggi in acciaio si impara fotografando è il nuovo progetto educational per insegnare ai ragazzi a differenziare, barattoli, scatole, scatolette, lattine, fusti, bombolette, tappi e chiusure in acciaio. Il contest fotografico promosso da RICREA è dedicato ai ragazzi della scuola secondaria di primo grado.

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Daniel Pennac ha detto a proposito della fotografia, della passione che ribolle dentro l’anima di chi cerca di scrivere e non solo con la luce: “Ho fatto delle foto. Ho fotografato invece di parlare. Ho fotografato per non dimenticare. Per non smettere di guardare”. E per non smettere di sensibilizzare, quale migliore occasione di un contest fotografico dove abbinare il ricordo di un’esperienza istruttiva e ludica all’impegno in una tematica sociale dove tutti siamo coinvolti e possiamo fare “tendenza”?

Per partecipare al contest basta inviare uno scatto realizzato con il telefonino su un tema a scelta tra i due previsti: “Cose buone nell’acciaio”, dedicato agli imballaggi per alimenti, e “Mi rifiuto”, volto a sviluppare una maggiore maggiore consapevolezza su come fare la raccolta differenziata e avviare a riciclo nel modo corretto gli imballaggi d’acciaio come scatolette, barattoli, scatole, lattine, fusti, bombolette, tappi e chiusure.

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I ragazzi avranno modo di confrontarsi con la loro creatività e con l’utilizzo “intelligente” del cellulare che potrà trasformarsi, per un attimo, in un oggetto diverso da quello che, talvolta, sembra essere: un incandescente e sistematico magma di induzione alla compulsione di massa. E invece, con iniziative volte a capire in quale direzione “fare futuro” e come inebriarsi col potere “vivificante” di un’idea, i ragazzi più motivati potranno farsi autenticamente “rivoluzionari”. Folgorati dal loro nuovo amore, preferire il grande passo a tutto il resto: non imbarcarsi sul famoso cargo battente liberiana ma comprarsi una bella macchina fotografica e andarsene a zonzo per l’universo a immortalare attimi. Socializzando per strada e non solo su internet. E poi, travolti da un insolito fremere per la ricerca “estetica”, questi “cuori di luce” potranno pure decidere di “optare per il mare”.

Il sito dedicato al progetto http://www.riciclick.it mette a disposizione degli insegnanti e dei ragazzi informazioni e strumenti accessibili e divertenti, come il filmato “A come acciaio” e i tutorial per imparare a migliorare la propria tecnica fotografica, a cura del fotografo Paolo Carlini.

I ragazzi che vogliono partecipare al contest possono inviare entro il 7 aprile 2017 il proprio scatto attraverso l’app RiciClick che può essere scaricata gratuitamente da App Store o Google Play.

Le foto migliori verranno premiate da una giuria composta da un fotografo, un esperto di comunicazione, un giornalista, un insegnante e un rappresentante di RICREA, e saranno riprodotte su uno speciale supporto realizzato in acciaio ed esposte in una mostra realizzata in occasione dell’evento di premiazione del 28 aprile. Una selezione di 100 foto sarà pubblicata nella gallery presente sul sito http://www.riciclick.it.

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“RiciClick” è stato ideato e realizzato dall’agenzia Area ADV di Milano per RICREA. Gli insegnanti che desiderino ulteriori informazioni per iscrivere i propri alunni possono inviare una email all’indirizzo info@riciclick.it.

Quando creatività e consapevolezza si uniscono, la mente prende il volo e i sogni si traducono in realtà. Mentre gli occhi imparano a guardare lontano, molto lontano.

Intravedendo bellezza, fotografandola e aiutando il pianeta.

La luce del mondo

“La luce del mondo non viene dal mondo: viene dall’avvampare dei cuori puri, invaghiti, più che di sé, della radicale semplicità del cielo azzurro, di un gesto generoso, di una parola fresca”. E io aggiungo, che la luce viene da chi è capace di prendersi cura degli indifesi, di chi ha il cuore con i bisognosi di protezione e di sguardi.

Le parole dello scrittore francese Christian Bobin mi sono apparse subito come il miglior “attacco” per scrivere, ancora una volta, di un argomento che porta sempre tanta struggente bellezza ai mie occhi, nutrendo la mia anima: gli animali.

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Siamo abituati, però, a volte, pur nel nostro amore, a pensare solo agli animali domestici, straordinari compagni di cammino o, al più, a quelli da reddito. Ci rapportiamo meno al mondo degli animali selvatici che, avvicinandolo, è la scoperta di un universo che non ti aspetti ma solo presagisci. Certo, non puoi immaginare cosa possa significare avere appoggiato sulle gambe un cucciolo di cinghiale che dorme, o l’emozione che può darti soccorrere uno stambecco e ridare la libertà a una poiana ferita.

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No, non riesci a percepirne tutta la bellezza se non quando ti ci trovi davanti con tutto il cuore, come di fronte alla luce di un tramonto o una di quelle mattine, all’alba, che esci e ti si infiamma il cielo mentre respiri il freddo che vivifica nelle narici.

Ti taglia le parole quel momento e ti ritrovi gettato nel silenzio dell’istante, dell’attimo “creatore” di infinito.

E, come sottolinea ancora Bobin, “il cuore è un’intelligenza che viene persino agli imbecilli”. La luce del mondo di cui parla lo scrittore francese per me è questa. Senza se e sena ma. Sono le iniziative nascoste in favore dei più deboli, l’opera silente di eroici volontari – il nostro paese flagellato dal terremoto ne sa qualcosa – che operano solo per passione e per puro amore. Sono loro, sono questi volontari, la spina dorsale di un paese in cui è sempre carnevale. Dove tutto rischia di rimanere esercizio “dilettantistico”, dove molte volte vorresti volare alto come un falco, “senza catene” e molto lontano. Queste iniziative, questi volontari, invece, ti fanno venir voglia di rimanere ancora.

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Sono la luce del mondo, il sale della terra, quella terra a cui questi eroici soccorritori, in tutte le variegate forme in cui operano, fanno costantemente la respirazione bocca a bocca al pianeta, all’ambiente, a madre natura, risollevandola, rianimandola e dandole la forza di camminare ancora. E lei con il respiro di chi la ama, vive ancora e spera che possa sopravvivere a coloro che non amandola, non amano nemmeno la propria vita.

Voglio raccontarvi del Centro Recupero Animali Selvatici di Bernezzo, che si trova nel territorio della provincia di Cuneo.

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Il centro nasce sulle radici di un piccolo zoo, aperto a spese del responsabile Remigio Luciano, su un territorio di proprietà. Il progetto iniziale punta ad accogliere alcuni animali ospitati alle zoo di Cuneo dopo la sua chiusura, che avviene nel dicembre del 1984. Nell’estate del 1985, la struttura viene aperta al pubblico di nuovo come zoo. La strategia che viene concertata è progettata per affrontare al meglio le spese necessarie per la cura e per il mantenimento di linci, pantere, leopardi, scimmie che non trovano una sistemazione adeguata altrove. Lo scopo è quello di accudire gli animali fino al momento della loro morte e fargli fare una vita il più possibile “dignitosa”. Con la legge 70 del 1996, vengono stabilite nuove regole per quanto riguarda la gestione della fauna selvatica.

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Nasce l’idea di istituire il CRAS, acronimo di Centro recupero animali selvatici. L’autorizzazione arriva agli inizi del 2001 con le direttive che stabiliscono di individuare un responsabile affiancato ad un’associazione ambientalista o venatoria. Il rapporto nasce con la LIDA, Lega Italiana dei Diritti dell’Animale. Definita la questione burocratica, iniziano i lavori di rinnovamento e adeguamento delle strutture. Vengono perciò costruiti recinti, box, gabbie, adibendo alcuni locali preesistenti ad infermeria e sala degenze.

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Racconta Remigio Luciano: “Il territorio della provincia di Cuneo prevedeva due Centri: a Bernezzo per i mammiferi e a Racconigi per gli uccelli. La quantità di arrivi di uccelli era, però, molto alta anche a Bernezzo. Per questo motivo si è deciso di comune accordo con la provincia di accogliere entrambe le classi. La Provincia stabilisce un contributo finanziario, che si rivela ben presto insufficiente per ricoprire tutti i costi necessari al mantenimento della struttura e degli animali. A questo punto, le donazioni da parte dei privati diventano di fondamentale importanza. Col passare del tempo il rapporto con la LIDA si interrompe e alcune persone volontarie decidono di prendere a cuore la causa. Si decide perciò di formare un’associazione propria. Con la Direttiva Uccelli, l’Unione Europea istituisce una rete di Centri che per occuparsi di animali a rischio e vengono riconosciuti altri CRAS. Nel corso degli anni, però, alcuni di questi Centri hanno chiuso e la copertura a livello regionale è tornata ad essere di scarsa funzionalità”.

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Inizialmente sono solo tre le persone che si occupano di portare avanti questa splendida realtà, tra cui un veterinario. Ad oggi il Centro conta un passaggio di una quarantina volontari.

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Ester Cuffaro, tra i volontari più attivi, promotrice della petizione per aprire la facoltà di Zoologia che ha lanciato sul sito change.org/zoologia riscuotendo un successo enorme raccogliendo più di 25 mila firme da tutto il mondo, spiega come si svolge l’attività di volontariato: “Le persone presenti al Centro, oltre a due dipendenti, offrono tutte lavoro volontario, dai veterinari, a chi si occupa dell’aspetto burocratico per finire, non di minore importanza, ai lavori di pulizia e manovalanza. La giornata al Cras, per i volontari quotidiani, inizia con le prime luci dell’alba: c’è chi porta fuori i cavalli, chi prepara il cibo alle scimmie, alle nutrie e agli anatidi dei due laghetti, chi distribuisce granaglie e mangimi agli uccelli e ai cervidi e chi ripartisce la carne per i rapaci e gli animali carnivori. Nel pomeriggio i lavori sono i più disparati, in base alle esigenze; ristrutturazione di locali o strutture danneggiate, pulizia gabbie, organizzazione di progetti didattici, censimenti delle acque o delle zone limitrofe, liberazioni di animali riabilitati e tante altre cose perché imprevisti ne sorgono sempre e bisogna essere abituati a fronteggiarli. Chiunque abbia la giusta passione e voglia di fare può diventare volontario presentandosi al Cras o chiamando i numeri segnati sul sito web. Dopo un periodo di affiancamento il volontario potrà far parte di una bellissima realtà a contatto con animali dalle più interessanti personalità. Se non c’è la possibilità di agire in prima persona, si può far ricorso agli affidi a distanza e al 5×1000, importanti mezzi di sostentamento a cui il Cras fa affidamento”.

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A proposito di fondi e donazioni, viene spontaneo chiedersi come sia possibile mantenere in buona efficienza queste strutture e fare in modo che l’attività di tanti volontari e le cure per gli animali possano sempre essere garantite al meglio.

Risponde con molta chiarezza Remigio Luciano: “Ufficialmente i finanziamenti annui da parte delle Istituzioni equivalgono a 15.000 euro erogati dalla provincia di Cuneo e 5.000 euro da parte della Regione Piemonte. Purtroppo, però, non si può fare totale affidamento su queste somme in quanto ci sono considerevoli ritardi e non sempre le cifre previste pervengono interamente. Ad oggi, il CRAS può contare su convenzioni, stipulate personalmente dal Responsabile del Centro, che comprendono 63 comuni nella provincia di Cuneo su 252, in base alla quantità di animali che arrivano dalle quelle precise aree. Queste convenzioni vanno dai 50 euro per i comuni più piccoli fino a 500 euro, per pochi comuni di vasta area. La precarietà di questi finanziamenti ha messo in luce l’importanza del 5×1000, previsto per quelle organizzazioni non profit, di interesse sociale e ricerca scientifica. Con l’abolizione delle Province molti Centri in tutta Italia stanno riscontrando parecchie difficoltà finanziarie. Il CRAS di Bernezzo ospita più di  mille animali all’anno e deve far fronte ad importanti spese veterinarie, alimentari e di manutenzione degli animali e delle strutture. Il problema, col passare degli anni, aumenterà d’importanza, in quanto ad aumentare sono gli animali stessi che pervengono al Cras ogni anno, grazie alla maggiore sensibilità da parte dei cittadini. Lo Stato non prende in seria considerazione la questione in quanto promotore di una catena di deleghe svincolanti che passano dalle Regioni alle Province, finendo con i Comuni che agiscono in maniera indipendente”.

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Sono tanti, dunque, gli animali che arrivano al CRAS. Ricorda Ester Cuffaro: “Gli Animali al Cras sono aumentati esponenzialmente; dai 40 del 2001 ai 1100/1200 di oggi. Gli arrivi annuali riguardano principalmente uccelli (693) seguiti dai mammiferi (412) e dai rettili (10). Per entrare nel dettaglio delle attività recenti, basti pensare che nell’ultimo anno, sono stati registrati più di cento caprioli e più di cento rapaci, tra poiane, sparvieri, civette, gheppi. La maggior parte delle consegne di questi animali sono ad opera di privati (882), seguiti dall’Asl ( 61), dalle associazioni di volontariato (59), dalla polizia municipale (55) e dai vari comprensori alpini (13). Le cause principali per cui gli animali vengono portati al centro sono traumi da urto (393) e cause antropiche e ambientali (360)”.

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In cosa consiste concretamente prendersi cura di questi animali? “Una volta constatata la causa di arrivo, il programma di recupero consiste nel primo soccorso dell’animale e assistenza veterinaria per tutta la sua permanenza – sottolinea Ester Cuffaro – Una volta guarito e riabilitato, l’animale viene liberato in natura, in riserve, boschi o parchi protetti. In caso di malattia cronica e impossibilità di reinserimento, l’animale viene tenuto in degenza al Cras. Alcuni animali in degenza possono essere dati in affido a privati che dimostrino di avere le strutture e lo spazio adeguato per il loro benessere e le conoscenze etologiche e zoologiche necessarie per la gestione dell’animale in questione. Chi non avesse la possibilità di prendersene cura in prima persona può ricorrere all’affido a distanza”.

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Gli animali vengono poi costantemente monitorati attraverso soluzioni “tecnologiche” con anelli e collarini che consentono agli “addetti ai lavori” di sapere cosa sta succedendo. Gli animali più a rischio, su territorio nazionale, sono le lontre, il corvo, i caprioli italici, l’aquila del Bonelli, i lupi e l’orso marsicano in Abruzzo, il grifone, il gipeto, il gufo di palude e molti altri.

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Seneca affermava che l’uomo si rivela nell’azione.

E l’azione spesso è silenziosa, senza clamore. Trova la sua scaturigine nel disinteressato affetto, nella medesima direzione, del cuore che palpita all’unisono, sentendone le stesse strette, gli stessi groppi con gli esseri di cui ci si prende cura.

Si diviene una carne sola, come con la persona che si ama.

Si diventa compagni per tutta la vita, come i lupi, i falchi.

Non ci si lascia più in nome dello stesso destino, dividendola gioia, abbracciandosi nella sofferenza.

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Mi scortico

Mi scortico spesso,

quando mi chiamo.

Mi sbriciolo, pugnalo, confido, sgrano,

tra matasse incise,

in un disegno fitto,

talvolta senza ponti.

Poi col pugno chiuso, serrato,

provo ad aggiustare i cocci,

 e con dita laboriose,

a tagliare ancora, sminuzzare,

quelle crepe d’ombra,

che divarico,

per cercare luce

e uno sbocciar di soffi.

Non è la vecchiezza il male,

è quell’arsura,

quella fissa di farsi angusti,

su minuti e schiocchi,

quando invece c’è vita, c’è bellezza

d’occasioni dense, e di profumi.

Allora, se ci penso, e mi ravvedo,

con le suole, calpestando un maremoto,

faccio di me fessura,

per dire basta a questi graffi,

ai gonfiori della mente,

al mio sudore ombroso.

Dico basta agli sbattuti slanci,

agli scalci sgangherati,

per trovare chissà cosa.

E quel nodo poi si infrange

su quella sonda, quella speranza,

minuta e urlante,

che fa vertigine,

quasi paura,

di semplice serenità.

Ma sta qui il segreto.

Non è crescere senza polvere,

senza sfregio.

E’ farsi acqua sul dilaniato,

che capacità,

gioia, remo, calma, quasi ignaro,

anche quando, nell’aria prilla,

non so quale spirale d’angoscia

e spari.

Tenersi fermi,

se schiaffeggia,

la burrasca,

e il cristallo mi va negli occhi,

che fanno sangue.

Ricaricarsi,

questo è,

sarà più mite il tempo,

e discreto, ancora,

di nuovo,

sarà un lampo sulla cera,

lo splendore sulla fuga, e chiarità.

 

 

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Foto e Testo

© Daniele Del Moro 2017

I vicini che vorrei

Diffido sempre di chi non ama gli animali. Non mi piace. Le contrapposizioni non servono, però. Da una parte e da un’altra. Soprattutto in questo paese dove sorgono tifoserie anche per bazzecole, quisquilie, pinzellachere, come ricordava Totò. Poi gli estremisti di tutti i generi, i khomeinisti che con la scusa del bene, preparano le radici delle persecuzioni nell’intolleranza, non li sopporto proprio e li ho sempre evitati come la peste nera. Non vedono l’ora di attaccarsi al fumo della pipa per tuonare dal profondo dei loro molti squilibri proclami, giudizi e sentenze. Tu sei peggio, io sono meglio. Servirebbe determinazione per realizzare una rivoluzione nel cambio della mentalità. Non additando l’uno o l’altro né scrivendo sulla lavagna buoni e cattivi. Al di là della stupida superbia di taluni momenti, siamo tutti “difettosi”, fragili, di passaggio. Meglio darsi una calmata allora ed essere meno tifosi e più capaci di ascolto. Tempo fa, papa Francesco ha messo in opposizione il regno animale, con cui abbiamo un immenso debito e una necessità di riconciliazione, con il mondo umano. Non me lo aspettavo. Forse voleva dire altro, forse è stato manipolato nella parole che ha espresso. Papa Francesco è sembrato ammonire: c’è chi ama più gli animali che gli uomini. Ma forse, dico io, ama più gli animali perchè conosce gli uni e gli altri. Senza escludere l’amore per gli uni e per gli altri. E senza farne un problema di tifoserie, né di interessi ma di coscienza. Senza dimenticare la carità. E allora, forse, di questo doveva parlare papa Francesco. Di carità per gli uomini e per tutte le creature senzienti, per gli animali. Di quanto ci sia bisogno di esempi, di convivenza serena e amorevole tra umani e animali, in una forma di pace cui bisognerebbe aspirare per definirsi veramente progressisti e civili, caritatevoli e rispettosi della vita. Perché, come ha detto qualcuno, se non arriveremo a questo tipo di rispetto, a questa reale carità e civiltà, l’ombra dei campi di stermino continuerà sempre a proiettare la propria nera ombra su ogni vera speranza di libertà e di giustizia.

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Voglio raccontarvi ancora di un esempio di convivenza pacifica tra umani e animali, come ho fatto con la Fondazione degli Asinelli, della Fattoria delle Coccole, uno splendido esempio di integrazione fatta di amore puro, di protezione e cura per chi, come i bambini, non può difendersi e rischia di essere sempre oggetto di speculazione, crudeltà e indifferenza. Alla Fattoria delle Coccole c’è veramente tanta umanità, di quella vera, una testimonianza concreta che una forma alternativa di convivenza tra uomini animali, è possibile, è doverosa. Se vogliamo veramente amare la vita e rispettarla con azioni e non con parole vuote.

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Alla Fattoria delle Coccole, c’è carità, se con carità intendiamo amore per le creature e rispetto per la creazione. Sono queste persone, questi volontari, sono loro i vicini che vorrei. Umani che amano gli animali e non per questo sono indifferenti alla sofferenza e al dolore, di qualunque creatura si tratti. Anzi la sofferenza la sentono attraverso le creature che salvano. Questo si chiama amore, una parte delle infinite forme che questa meravigliosa forza è in grado di assumere per infondere calore all’esistenza. E chi lo prova per gli animali questo amore, impara ad averlo anche per gli uomini. Se è vero amore.

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La Fattoria delle Coccole è un’ottima palestra di bontà e di solidarietà. I volontari che ne animano le iniziative sono veri e propri “angeli di carità”. Parliamo di un nuovo modello di fattoria, dove tutti gli animali sono allevati per puro piacere e compagnia reciproca, senza alcuna forma di sfruttamento. Ecco cos’è la Fattoria delle Coccole, uno dei progetti di associazione “InGaia”. Per i fondatori, l’iniziativa è partita accogliendo animali presi in custodia dalle autorità, salvandoli da maltrattamenti e abusi. Ora, a distanza di un paio d’anni e con un numeroso gruppo di volontari al seguito, la Fattoria delle Coccole conta circa 300 animali salvati. Tutti sostenuti attraverso l’adozione a distanza! Una vera e propria oasi di pace e serenità, per asini, caprette, maiali, mucche, pecore e cavalli, ciascuno con storie e trascorsi diversi, ma tutti accomunati dal fatto di essere scampati a un triste destino.

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La sede del progetto è ad Appiano Gentile, ma visto il costante aumentare degli ospiti, il rifugio si appoggia attualmente anche a un’altra stalla a Guanzate, e a due alpeggi in Val d’Intelvi, dove gli animali possono vivere liberamente in ampi spazi immersi nella natura. Ed è proprio questo il principio che la Fattoria delle Coccole intende trasmettere: il valore della libertà per tutti, nel rispetto di uno stile di vita cruelty free. La Fattoria delle Coccole di Appiano è aperta al pubblico ogni sabato, dalle 10 alle 13 e dalle 14 alle 18. L’Alpeggio in Val d’Intelvi, invece, è attualmente aperto come albergo vegan, che offre svariate proposte per week end a tema. Per conoscere le loro iniziative, potete consultare le nostre pagine Facebook “Fattoria delle Coccole” e “Alpeggio delle Coccole”. Non potevo far mancare alle mie adozioni a distanza anche quella di una meravigliosa creatura della Fattoria delle Coccole, una coniglietta di nome Pupina. Grazie alla Fattoria delle Coccole, tanti animali ora vivono in pace, grazie. Siete davvero i vicini che vorrei e mi verrebbe facile non dimenticarmi mai di voi e delle vostre creature. Perché amore porta amore.

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Io sono così

Quando l’anima avvampa,

resisto ad ogni tortura,

pure sgusciato.

Scrosto foschie, maciullando gli apostrofi,

e tutti i dettagli che dondolano,

appesi, alla balaustrata cosmica,

della mia testarda sostanza,

talvolta, di ebbri terrori.

Rifaccio l’orlo,

ai risvolti stanchi

e riaggancio il coraggio,

per un altro viaggio,

rovistando nel petto,

un pò di fango e di luce.

E m’imperlo,

perché spero,

di nuovo, del nuovo,

e degli ignoti colori,

che porta ogni giorno.

Indago nel polso,

mi accarezzo in millimetri,

e ne schiocco

una grazia di solitudini.

Mi impallino

a quell’eco che oscilla,

tra burrasca e rimuginio,

sangue e linfa,

martoriato, forse,

ma pulsante.

Non ho più ghiaccio di spilli,

ma spruzzaglie di lucciole e arcobaleni di acrobati.

Uno scalcinato cuore,

che giace

in un morbido petto,

scheggiato,

d’infinita bellezza.

Insaponato,

picchietto una musica obliqua,

sempre una sinfonia,

pure a sghimbescio.

C’è pane,

però,

sotto la grandine.

Ne mangerò io,

ne mangeremo un pò tutti.

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Sfarinatura d’oro

Una forma liquescente,

una linea d’orizzonte,

che ti entra nelle vene,

col lucore di un diamante.

Vibrano accese le pupille

sotto le palpebre

per una sfarinatura d’oro

che ti entra nel naso.

Anche il buio si fa candido

in un opercolato

di polpa d’aria.

Io ho un capogatto

e mi faccio prigioniero

d’un asse metodico

che trapassa le feritoie

di un cuore, talvolta, di tenebra,

una dirittura di cielo,

un bastione di serenità,

che colpisce in gola,

pronto a dissolvere

masse accatastate di acque ribollite.

E diventi senza polvere,

né peso.

In certi mattini

anche Dio riposa,

sonnecchia, quasi sorridendo,

disteso al sole.

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