Lasciati lavorare

Quando un cielo ti squarcia

o un animale ti guarda

e tu non dici più nulla,

anche i morti sorridono

e il vuoto,

lontananza che tergiversa

sui vestiti stracciati,

si fa primavera.

Bevi allora dalle mani spellate,

con il freddo

che diventa diamante

mentre una pace minuta

che piove,

che cuce,

soverchia

quella memoria,

masticando sospiri.

E la polvere,

arriva nel vento,

sotto forma di borotalco

e vestigia d’immenso.

Non c’è né tribunale,

né commissione,

né stragi.

Lasciati lavorare.

C’è l’ombra perduta

che si ritrova e percorre

un antico petto,

e gambe,

col profumo d’estate,

e vita,

che si fa pelle di lupo

e odore di sesso.

Bene o male,

è una grazia,

una grazia che sfebbra,

una grazia che sbuccia,

un battito,

una bella dimora

dove le dita sfiorano

labbra di sole,

pugnalando il silenzio

e tutto rimane infinito.

Mentre la quiete e un abbraccio,

rivelano,

stasi del desiderio,

su guance e clavicole,

e arriva mutezza,

ancora,

dove anche l’amore si aggrappa

e sorride,

frusciando lieve,

tra echi di spighe

che baciano il tempo.

E il corpo fruttifica,

ricolmo di altitudini,

in una sapienza titanica,

sapientemente niente.

© Daniele Del Moro 2017

vitaleta-13-01-01-2017

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