Se non avessi me

Se non avessi me,

me che sento

e che scavalco il mondo,

me che accendo,

il fuoco nell’orizzonte,

per essere ogni cosa.

Quando trasudo bende,

avvito esistenze che dilagano su gusci,

mentre faccio,

di gemiti,

vaporose essenze.

E poi riprendo,

testa in cielo

e cuore in mano,

il mio percorso,

in pelle e ossa,

 incolume,

di fronte

a tante piccole pretese,

rimango nuovo,

col mio guardare,

e agguanto l’alba,

che fruscia e che consola,

sottovoce, di quel passo,

in lontananza dalle ore aguzze,

che in ogni caso,

è scappatoia,

è risposta,

una radiosa aurora,

di un cielo che spallina, che picchietta,

che trasale,

su carne di malinconia.

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Lasciati lavorare

Quando un cielo ti squarcia

o un animale ti guarda

e tu non dici più nulla,

anche i morti sorridono

e il vuoto,

lontananza che tergiversa

sui vestiti stracciati,

si fa primavera.

Bevi allora dalle mani spellate,

con il freddo

che diventa diamante

mentre una pace minuta

che piove,

che cuce,

soverchia

quella memoria,

masticando sospiri.

E la polvere,

arriva nel vento,

sotto forma di borotalco

e vestigia d’immenso.

Non c’è né tribunale,

né commissione,

né stragi.

Lasciati lavorare.

C’è l’ombra perduta

che si ritrova e percorre

un antico petto,

e gambe,

col profumo d’estate,

e vita,

che si fa pelle di lupo

e odore di sesso.

Bene o male,

è una grazia,

una grazia che sfebbra,

una grazia che sbuccia,

un battito,

una bella dimora

dove le dita sfiorano

labbra di sole,

pugnalando il silenzio

e tutto rimane infinito.

Mentre la quiete e un abbraccio,

rivelano,

stasi del desiderio,

su guance e clavicole,

e arriva mutezza,

ancora,

dove anche l’amore si aggrappa

e sorride,

frusciando lieve,

tra echi di spighe

che baciano il tempo.

E il corpo fruttifica,

ricolmo di altitudini,

in una sapienza titanica,

sapientemente niente.

© Daniele Del Moro 2017

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Amore infinito

Amo gli animali. Il mio blog è la rappresentazione di me stesso. Almeno così ho voluto pensarlo. Più o meno. Nel bene e nel male. Gli animali sono parte di me, in particolar modo i felini, e io sono uno di loro. Sono un uomo “sui generis”. In molte cose. E in molte cose diverso da tanti uomini. Come quando ero bambino. Amavo stare da solo, leggendo e facendo album. Non di calciatori. Di animali. E impazzivo letteralmente per un cucciolo che ho sempre chiesto ma non ho mai ricevuto dai miei genitori. E avrei avuto il migliore amico del mondo. La sofferenza degli animali mi trafigge, i loro occhi mi scrutano. Li amo e immagino il paradiso, ammesso che esista, come un luogo popolato di animali che parlano la mia stessa lingua, quella dell’anima che sussulta di un infinito e interminabile amore. Vi faccio questa premessa perché tornerò spesso a parlarvi sul mio spazio di questi miei meravigliosi amici e compagni di cammino e di pensiero perché ho sempre avuto una spiccata predilezione e simpatia per gli asinelli.

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Animali splendidi, simbolici, di straordinaria dolcezza. L’asino è tra i primi animali citati nella Bibbia. Il Cristo solitamente è uomo che cammina. Quando entra trionfante in Gerusalemme e la sempre mutevole folla lo accoglie al grido di Osanna prima del Crucifige, Cristo è trasportato da un asinello. La traccia cruciforme del pelo nero sulla sua schiena deriva da questo e di leggende sulla tradizione asinina ce ne sono moltissime. Per non dire dell’Asino d’Oro di Apuleio, del mito Isiaco e del mio amatissimo Pinocchio. Dalla metamorfosi dell’asino gettato in mare riemerge il bambino trionfante Pinocchio che non annegherà ma salverà il papà Geppetto, in una catarsi esistenziale. Poi una tendenza che si sta diffondendo. Tornando viaggiatori, turisti il meno possibile, si viaggia con l’asino. Il massimo che possiamo aspettarci dal nostro viaggio è di trovare un amico sincero. Davvero fortunato è il viaggiatore che ne trova più di uno” afferma Louis R. Stevenson. E infatti attraversa le selvagge Cévennes in compagnia della dolcissima e aristocratica asinella Modestine.

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Per me che agogno bellezza, il regno animale ne è una sintesi magistrale. E volendo parlare di bellezza, mi soffermo su alcune iniziative a favore degli animali che mi confortano, facendomi sperare in un diverso e più armonioso rapporto di convivenza con i miei amici di sempre. I miei sogni, le mie utopie. Uno di questi sogni che si è trasformato in realtà, “oltrepassando” l’idea “specistica” che gli animali vadano meramente sfruttati per compiacere il “dominatore”, e anche su questo discorso mi riprometto di tornare, è rappresentato dalla Fondazione “Il Rifugio degli asinelli ONLUS” di Sala Biellese, base italiana della no-profit inglese The Donkey Sanctuary di Sidmouth, nata nel 1969, un vero e proprio paradiso per animali in difficoltà. Il Rifugio degli Asinelli è un ente benefico ed è nato nel 2006. Si occupa di aiutare asini, muli e bardotti, che sono stati vittima di maltrattamenti e di abbandono, sottoponendoli ad una riabilitazione fisica e psichica, con immenso amore e tanta dolcezza. Le bellissime foto che riescono a documentare la straordinaria bellezza di questo “paradiso” sono di Rachele Totaro che riesce a documentare al meglio la nuova vita che queste creature riescono ad avere al Rifugio.

Il personale specializzato della struttura, oltre ad offrire il supporto professionale ai suoi ospiti, si occupa di monitorare le situazioni in cui gli asini vengono impiegati per manifestazioni fieristiche e allevamento, ma anche degli asini lavoratori. Quelli perfettamente recuperati dal punto di vista psico-fisico vengono invece preparati per l’onoterapia, altra grande prova di aiuto e contributo esistenziale che questi animali, come molti altri, riescono a dare nei confronti dell’essere umano. Attualmente sono 146 gli animali ospitati nel Rifugio: quelli più fortunati sono stati donati dai loro proprietari che non erano più in grado di prendersene cura, mentre la maggior parte ha purtroppo alle spalle una vita fatta di maltrattamenti e di sfruttamento.

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All’interno del rifugio, gli asinelli vengono ospitati a vita e, dove possibile, entrano a far parte del programma di “affidamento”, per il quale chiunque si trovi entro le sei ore di auto dal Rifugio e disponga di uno spazio adeguato, e voglia fare un vero atto, testimonianza d’amore, può fare richiesta per ospitare una coppia di asinelli. In maniera di farsi compagnia l’uno con l’altro. I rapporti di amicizia tra i singoli individui, sono infatti molto importanti: gli asini sono creature gentili ed affettuose e tendono a legarsi con estrema facilità, scegliendo anche, in molti casi, l’amico del cuore.

L’affidamento è dunque una bellissima opportunità di scambio tra asinelli e amanti degli animali, e dare vita ad una famiglia vera. Chi non avesse la possibilità di condividere uno spazio, può sempre optare per l’adozione a distanza che, attraverso la donazione di una piccola cifra, permette di offrire supporto all’associazione e di ricevere, tra le altre cose, continui aggiornamenti sulle attività del Rifugio e sullo stato di salute degli asinelli. Particolarmente interessante è quanto organizzato dalla Fondazione relativamente al mondo dei bambini con visite guidate, altamente educative per insegnare all’amore e al rispetto degli animali. Mi piace concludere con la splendida poesia della mia amata Alda Merini: “Perché amo gli animali? Perché io sono uno di loro. Perché io sono la cifra indecifrabile dell’erba, il panico del cervo che scappa, sono il tuo oceano grande e sono il più piccolo degli insetti. E conosco tutte le tue creature: sono perfette in questo amore che corre sulla terra per arrivare a te”.

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Ardore

 

Non so come l’anima faccia l’amore,

disincarnata da sé.

Ma so che l’ardore della sua tenera voce

dirada, con desideri di brace,

la cocciuta foschia sull’intera collina

dove la morte non ha più segreti, né terrori ubriachi.

Potrei forse dichiarare

come una piuma,

il battito accelerato del polso,

quando accolgo la sua essenza divina.

Però no, perché la scossa ferita del tempo che ho,

mi impone un ghiaccio di chiodi.

Ma so anche che è l’anima a farsi fessura,

tra i mondi,

dove non c’è più dolore né età

ma solo arcobaleni di spilli e spruzzaglie di stelle.

E’ lei, abisso di acrobati,

promessa indelebile

che subito venga l’aurora,

dove passa e accarezza le ore

con un’eleganza di tigli.

Per chi ha fame di luce,

non c’è sesso né tempo,

c’è bisogno di gioia

e di impavidi ritmi di mare.

E di lei, rovistatrice di azzurro.

Scheggiato cuore, scalcinato mondo,

disegni i contorni

di una infinita bellezza, che non si corrode né si ripara,

percezione remota, ora presente, ora illuminato pensiero,

che sorride e concede tenerezze di nuvole.

Dove tutto è orlo e pienezza,

di spiagge deserte,

in un giaciglio di morbidi petti

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Donna, artista, rivoluzionaria, Giuditta vendicatrice: Artemisia Gentileschi e il suo tempo

 

Donna, artista, rivoluzionaria, Giuditta vendicatrice: Artemisia Gentileschi e il suo tempo

L’ho sempre amata, Artemisia Gentileschi (1593-1653), nella sua trinitaria vocazione alla lotta, in un’epoca in cui tutto questo poteva significare segregazione, emarginazione, violenza. Artemisia fu pittrice, intellettuale, carne e spirito trapassati da una indomita forza di volontà e di affermazione che le permise di andare oltre le violenze subite, le difficoltà economiche, in un supremo anelito alla libertà e alla vita, agognante amore. Come confermato dalle lettere appassionate che scrisse al suo amante Francesco Maria Maringhi, raffinato aristocratico e tenero compagno di una vita.

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La mostra inaugurata a fine novembre al Museo di Roma a Palazzo Braschi, Artemisia Gentileschi e il suo tempo, rende omaggio allo straordinario talento di questa immensa pittrice, attraverso un percorso artistico di 100 opere provenienti da ogni parte del mondo. L’esposizione, in programma sino al 7 maggio 2017, nasce da un’idea di Nicola Spinosa ed è curata dallo stesso Spinosa per la sezione napoletana, da Francesca Baldassari per la sezione fiorentina, e da Judith Mann per la sezione romana. È abbinata ad catalogo edito da Skira che riporta le schede delle opere esposte, frutto dei più recenti studi scientifici e degli ultimi documenti rinvenuti.

Carattere indomito e spirito di brace

“Ritroverà l’animo di Cesare nell’anima di una donna” scrive Artemisia a Don Antonio Ruffo in una lettera del 1649. Artemisia Lomi Gentileschi, Artemisia Gentileschi, Artemisia. L’ombra del Caravaggio avvolge le opere di questa pittrice che straccia la luce, consegnandola in maniera vibrante ad un continuo amplesso con le ombre. Ne viene fuori una passione che è anima e carne, timore e tremore. Le figure delle sue Giuditte vendicatrici, Cleopatre, Ester, Maddalene, sante, dame o suonatrici, i colori e le ombre con cui Artemisia dipinge rappresentano il monito, l’urlo di un mondo terribile e vendicatore, il desiderio lucido di fare giustizia di una violenza che Artemisia porta fin sotto la pelle delle unghie.

Cresciuta nel mondo del naturalismo caravaggesco, la pittrice si forma nella bottega del padre. La giovane riprende da Orazio l’attitudine a registrare la realtà con una prorompente e profonda intensità, come dimostra il celebre dipinto del 1610, Susanna e i vecchioni. Artemisia sviluppa una spiccata capacità di ritrarre la figura umana, che è il tratto per il quale è più nota e ammirata.

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Vero è che per troppo tempo prevale, rispetto alla sua grandezza di artista, l’immagine costruita dalla biografia di Anna Banti, ossia quella della bambina violata dall’amico del padre, Agostino Tassi e dell’Artemisia sempre in cerca dell’approvazione del padre. Nella ricostruzione della Banti poi emergono anche altri tratti della figura di Artemisia. Una donna complessa che allontana Pierantonio Stiattesi, uomo amato e padre di sua figlia. La stessa figlia di Artemisia, nella ricostruzione della critica d’arte, sembra odiare quella madre troppo impegnata a farsi strada con autorevolezza in un mondo di soli uomini. È stata veramente questa Artemisia Lomi Gentileschi? In effetti, dai molti documenti dell’epoca emerge qualcosa di differente.

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L’artista appare pervasa da un vitalismo “rivoluzionario” e da un carattere che fa della sua vita l’iperbole avventurosa di un desiderio di “esserci”. Tra i grandi del suo tempo, nella storia dell’arte. Si fa nuove amicizie, non paga i debiti, è a Venezia, a Napoli, entra in contatto con personaggi di spicco assoluto, raccomandando famiglia e parenti, rimandando consegne di lavori, scrivendo lettere tanto supplichevoli quanto furbe. Scrive a Galileo di cui è amica. Il suo amante di sempre, Francesco Maria Maringhi, la raggiunge a Napoli. Girolamo Fontanella compone un’ode per lei e negli anni successivi addirittura sette per le sue opere. Parte per Londra, dove raggiunge il padre, e dove rimane anche dopo la sua morte per rientrare poi a Napoli dove lavora molto e molto promette, pur di farsi anticipare danari e colori. Secondo le fonti vien sepolta nella Chiesa di San Giovanni dei Fiorentini. “Heic Artemisia” sulla sua lapide. “Lo spirito di Cesare, nell’animo di una donna”. Artemisia, donna, artista, rivoluzionaria del suo tempo.

 Le opere

Nella prima sezione dell’esposizione le opere di Artemisia Gentileschi sono: Susanna e i vecchioni (1610), Danae (1612 ca.), Giuditta e la fantesca Abra (1613 ca.) accanto al David con la testa di Golia (1610 ca.) di Orazio Gentileschi e Maddalena in meditazione di Jusepe de Ribera. In mostra anche Giuditta consegna la testa di Oloferne alla serva di Giovanni Baglione, La morte di Cleopatra e Santa Cecilia di Antiveduto Gramatica, Giuseppe e la moglie di Putifarre (1610) di Lodovico Cardi detto Il Cigoli e Maddalena penitente di Carlo Saraceni.

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Il Periodo fiorentino: 1613-1620 – Artemisia a Firenze

Nel 1613 Artemisia, dopo la violenza e il processo subiti a Roma, Artemisia sposa Pierantonio di Vincenzo Stiattesi pittore fiorentino. Alla corte di Firenze entra in contatto con il fermento in atto per opera del raffinato gusto di Cosimo II de’ Medici. Durante i quasi otto anni di soggiorno presso la capitale del granducato toscano, Artemisia diviene personalità di primo piano come testimoniato dalle prestigiose committenze e dall’ammissione – prima donna della storia – all’Accademia del Disegno nel 1616.

Per Artemisia Firenze significa un intenso scambio con gli artisti attivi sul suolo toscano nella prima metà del Seicento, primo tra tutti Cristofano Allori, inventore della “poetica degli affetti”. La celebre Giuditta dell’Allori oggi a Pitti, con l’intrigante immagine della Mazzafirra, amante dell’artista, che seduce dall’alto della sua statura brandendo il capo mozzo dello stesso Cristofano nei panni di Oloferne, rimane senz’altro una lezione indimenticata da Artemisia.

Di rilievo assoluto per Artemisia che, lontana dal padre, riesce ad acquisire un proprio stile originale, è la figura di Michelangelo Buonarroti il Giovane (1568-1646), suo mecenate e protettore. Probabilmente è proprio il Buonarroti a fare da tramite tra Artemisia e la famiglia Corsi, e in particolare Laura Corsini, consorte del geniale Jacopo Corsi, l’inventore della Camerata de’ Bardi. Laura Corsini è la probabile committente della Giuditta oggi a Capodimonte, gemella dell’eroina che compare nella tela più tarda e di soggetto analogo oggi agli Uffizi, forse realizzata proprio a Firenze o comunque commissionata e ideata in Toscana, come attestano la composizione scenograficamente più curata in chiave teatrale, la cura dei dettagli e la vesta sontuosa.

Opere di Artemisia Gentileschi presenti in questa sezione sono: La Conversione della Maddalena (1616-17 ca.), Giuditta che decapita Oloferne (1620-21 ca.), Giuditta decapita Oloferne (1617, da Capodimonte il cui prestito è stato concesso dal 17 febbraio 2017), Giaele e Sisara (1620); accanto magnifiche tele quali Giuditta con la testa di Oloferne (1620) di Cristofano Allori, Giuditta e la fantesca (1620 ca.) di Andrea Commodi, Pietà (1618) di Filippo Tarchiani, Venere piange la morte di Adone (1625-26 ca.) di Francesco Furini, Davide uccide Golia (1620-1622 ca.) di Filippo Tarchiani, Apollo che scortica Marsia (1630 ca.) di Bartolomeo Salvestrini, Noli me tangere (1618 ca.) di Battistello Caracciolo.

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L’influenza di Artemisia nella pittura fiorentina del Seicento

Il legame di sincera amicizia tra Galileo e Artemisia è documentato anche dall’interesse mostrato, fin dagli esordi, dalla pittrice per gli studi dello scienziato sull’atmosfera. Se nella figura dell’Inclinazione, compiuta tra il 1615 e il 1616 per Casa Buonarroti a Firenze, risulta evidente l’omaggio a Galileo, ancor più palese è il richiamo nella grande tela raffigurante l’Aurora databile al 1625 circa che diventa un riferimento nell’immaginario del Seicento fiorentino come attestano il Ratto di Proserpina di Giovanni Bilivert (1633), il Pan e Siringa di uno dei suoi allievi più dotati, Agostino Melissi, le sensuali bellezze femminili di Francesco Furini, le eroine come la Ghismunda di Mario Balassi o l’Olimpia  e le Tre Grazie di Giovanni Martinelli e la Lucrezia di Felice Ficherelli.

Le opere di Artemisia Gentileschi presenti in questa sezione sono: Aurora (1625 ca.), accanto a Arianna abbandonata da Teseo nell’isola di Nasso (1625-30 ca.) di Francesco Morosini, detto il Montepulciano, Ghismunda riceve il cuore di Guiscardo (1635 ca.) di Mario Balassi, Olimpia abbandonata da Bireno (1640 ca.), Maddalena (1630 ca.) e Le tre Grazie, (1635-40 ca.) di Giovanni Martinelli, Tarquinio e Lucrezia (1640 ca.) di Felice Ficherelli, detto il Riposo.

1620-1627 Il ritorno a Roma

Artemisia torna a Roma nel febbraio del 1620. Nel 1621 abita in via del Corso con il marito, la figlia Palmira e i servitori e può permettersi anche l’affitto di una seconda casa in via della Croce. Fra gli artisti attivi a Roma in quel periodo, il pittore che probabilmente esercita una maggiore influenza su Artemisia è Simon Vouet, il quale ammira talmente le sue doti da volerla ritrarre in un celebre dipinto. La pittrice si ispira ancora a modelli caravaggeschi, come dimostra il Ritratto di gonfaloniere dipinto nel 1622, o la composizione sviluppata per la Maddalena penitente.

Le opere presenti in questa sezione sono: Santa a mezzo busto (1630 ca.), Ritratto di gonfaloniere (1622), Ritratto di dama con ventaglio (1620-25 ca.) accanto a opere quali Il suicidio di Lucrezia (1624 ca.) e La circoncisione (1622) di Simon Vouet, Giuseppe e la moglie di Putifarre (1620 ca.) e Giaele e Sisara (1620 ca.) di Giuseppe Vermiglio, Giuditta con la testa di Oloferne (1626) di Domenico Fiasella, Sibilla (1618-21 ca.) di Orazio Gentileschi; Salomè con la testa del Battista (1627-28) di Charles Mellin, David con la testa di Golia (1625-26 ca.) di Nicolas Regnier.

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 Artemisia a Napoli

Nel 1629, lasciata Venezia, Artemisia dopo una breve sosta romana, si trasferisce a Napoli su invito del viceré, duca di Alcalá, che è stato già a Roma suo committente e collezionista, il nobile Don Antonio Ruffo (1610-1678). Si stabilisce un intenso rapporto con gli artisti partenopei, da Jusepe de Ribera e Francesco Guarino a Massimo Stanzione, Onofrio Palumbo e Bernardo Cavallino.

Tra le prime opere dipinte nella Capitale meridionale l’Annunciazione del 1630 (Museo di Capodimonte) e la Nascita del Battista del 1635, appartenente a una serie di tele con storie del Santo (Museo del Prado) per l’Eremitaggio di San Giovanni nel parco del Buen Retiro a Madrid, realizzata su incarico del viceré, conte di Monterrey, da Massimo Stanzione, con la partecipazione anche di Paolo Finoglio.

Opere di Artemisia Gentileschi presenti in questa sezione sono: Ester e Assuero (1626-29 ca.), Lasciate che i pargoli vengano a me (1629-30 ca.), Annunciazione (1630), Cleopatra (1640-45 ca.), Corisca e il satiro (1635-37 ca.), Maddalena penitente (1640-42 ca.), Nascita di san Giovanni Battista (1635 ca.) accanto a opere come Salomè con la testa del Battista (1625 ca.) di Battistello Caracciolo, Madonna con il Bambino nella bottega di san Giuseppe (1640-42 ca.) e Compianto su Cristo morto (Pietà) (1633) di Jusepe de Ribera, Lucrezia (1630-35 ca.), Commiato di san Giovanni Battista dai suoi genitori (1634-35 ca.) e Loth e le figlie (1635-40 ca.) di Massimo Stanzione, Santa Lucia (1645 ca.), Santa Cecilia al cembalo (1640-45 ca.) e Maria Maddalena pentita (1640-50 ca.) di Francesco Guarino, Allegoria della pittura (1645) e Santa Lucia (post 1645) di Bernardo Cavallino, Giuditta mozza la testa di Oloferne (1635 ca.) di Filippo Vitale.

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Artemisia a Londra

Artemisia raggiunge a Londra il padre Orazio, ormai anziano e malato, che dalla fine del 1625 vi risiede, lavorando prima per George Villiers, duca di Buckingham, quindi, alla sua morte avvenuta nel 1628, per la corte di Carlo I Stuart e della regina Henrietta Maria.

Le trattative per avere Artemisia a Londra sono lunghe e complicate e il viaggio appare tra i più misteriosi della pittrice per la brevità del soggiorno e per la scarsità di notizie ad esso legate.

La pittrice giunge in Inghilterra nel 1638 (certamente dopo il 28 novembre 1637, quando è ancora a Napoli) e lascia Londra per fare rientro in Italia circa un anno dopo la morte del padre, avvenuta nel febbraio del 1639, al principio del 1640. Nei suoi viaggi viene accompagnata dal fratello Francesco, agente del re e della regina.

Opere presenti in questa sezione: Loth e le figlie (1628) di Orazio Gentileschi e Cleopatra (1639-40 ca.) di Artemisia Gentileschi.

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Sede

Museo di Roma Palazzo Braschi

Ingresso da Piazza Navona, 2 e da Piazza San Pantaleo, 10

Informazioni

06 0608 (tutti i giorni ore 9 – 21)

http://www.museodiroma.it; http://www.museiincomuneroma.it; http://www.arthemisia.it

@museiincomune #ArtemisiaRoma

Orari

Dal martedì alla Domenica

Dalle ore 10 – 19 (la biglietteria chiude alle 18)

Giorni di chiusura: lunedì; 25 dicembre, 1 gennaio, 1 maggio

 

Catalogo

Skira