Nino Migliori, interpretare la realtà per consegnarla alla storia

Mi piace scrivere. Soprattutto con la luce.

Per questo amo la fotografia. Essere lì, in quell’istante in cui l’assoluto divampa e incendia la tua anima. Sento di essere più uno scrittore e forse, dopo, a certe condizioni, un giornalista. Troppo riservato, troppo delicato per essere un giornalista. Non ho peli sullo stomaco. Ho morbide ali piumate. Con cui spesso mi strozzo. Con la penna o con la macchina fotografica interpreto la realtà a mio piacimento e secondo la mia sensibilità. Posso essere ancora un giornalista? Si, ma non di trogoli. Di scaffali ricolmi, dove scegliere i momenti e tentare di dare un po’ di luce, un po’ di bellezza. Fare disinformazione con tutto ciò che oggi fa tendenza, essere trasgressivi rimanendo semplici. Da vero megalomane in ansia di cielitudine. Uno scritto o una fotografia che rinchiude l’eterno in un momento placa la mia fibrillazione d’assoluto e porta acqua alla mia gola, arsa dal mondo. E’ possibile interpretare la realtà senza essere gretti, senza strumentalizzare il dolore o la morte ma donando sollievo e allontanando questi due fantasmi.

Nino Migliori, fotografo di sovrumana intensità, è tra i migliori scrittori della luce.

Mi commuove ogni volta una sua fotografia. Mi pugnala in gola e mi fa precipitare nel vortice dell’attimo, senza esitazione. Nino Migliori interpreta la realtà con il silenzio di uno scatto.

Ogni sua immagine, scattata quando ancora la fotografia non era l’avanguardia tecnologica di oggi, imprime nella carne dell’anima il rumore di un assordante silenzio. Inesorabilmente, per sempre. Lavora con due tecniche di ricerca off-camera: i lucigrammi e le ossidazioni. Sperimenta parlando sempre di luce come elemento fondante dell’immagine, andando oltre le contrapposizioni tra analogico e digitale. 

Nel mio tentativo di imparare a fare click, ho fatto, da un bravissimo fotografo che si chiama Gilberto Maltinti, un vero corso di fotografia. Gilberto mi ha fatto scoprire Nino Migliori e lo ringrazio. Non solo per avermi insegnato a fare qualche scatto decente ma perché mi ha trascinato in un Olimpo dove gli dei, distanti dal mondo degli uomini, si rincorrono tra colonnati e propilei marmorei e si scattano fotografie per dare un senso alla noia della loro immortalità. Qualcuno di questi dei deve aver deliziato Nino Migliori di qualche segreto e averglielo rivelato in una notte in cui le angosce della nostra finitudine parlano alle stelle. Ed è nata la sua fotografia immortale.

nino-migliori_tuffatore

Una di queste foto, Il Tuffatore, racchiude più di molte altre, questo infinito arcano.

L’attimo, la perfezione, la dimensione di silenziosa solitudine, la bellezza di un corpo olimpico, la maestosità delle scena che sacralizza la realtà.

Ecco il potere della fotografia per come la intendo io: sacralizzare un istante del flusso del divenire. Non la smania di svuotare, desacralizzare. Nonostante ogni desacralizzazione, gli dei rimangono sempre augusti e lontani, sorridono delle umane pretese di avvicinarsi al cielo, bestemmiando. Lo scatto che raffigura il tuffatore è di una magnifica intensità. Parla, dice tutto. Vieni gettato in questa dimensione di olimpica estasi, rimanendo mortale. Eppure, per un attimo, non lo sei. Ti senti un dio. Dell’acqua, del corpo, del nuoto, un Tritone della solitudine. Il bambino seduto è quasi icona della meditazione, indifferente alla composizione esemplare della scena che proietta un imprevisto e quotidiano teatro, verso la maestria dell’azzurro e del mare. Il merito è di Nino Migliori.

Il Tuffatore è una immagine che Nino scatta nel 1951 al molo di Rimini con una Rolleflex 6×6. Di questo click Nino ha detto: “Non mi identifico in questa foto perché è frutto del caso”. Eppure in questa foto più che di caso si parla di destino, di weltanshauung, di una visione del mondo. “Ero a Rimini sul molo dove volevo esaminare questo tipo di tuffi che erano fatti in modo particolare con una corsa di due o tre metri e il salto. Volevo capire se riuscivo a riprendere una posizione orizzontale del tuffatore nonostante la rincorsa così breve”.

Il risultato, per quanto mi riguarda, coincide con la storia della fotografia, semplicemente la storia che si trasforma in una icona capace di incarnare l’estetica di una prorompente vitalità. Senza cedimenti. Una vitalità ascetica, atletica, composta. Divina, appunto.

nino-migliori-frati-volanti-1956

Come Frati Volanti.

Ma non si creda, erroneamente, che nella mia personale interpretazione della fotografia di Nino Migliori, ci sia spazio solo per la visione di una realtà che percepisco in maniera totalitaria come una scheggia d’assoluto. No. Affatto.

La struggente immagine del Portatore di pane si sottrae a questa dimensione che io  presagisco come di austero splendore, per riconsegnare l’umanità allo struggimento del Neorealismo di cui Nino Migliori è figlio. Il Tuffatore rappresenta in pieno il momento della ricostruzione e del desiderio di libertà del nostro paese uscito dalla guerra. Ma se nel Tuffatore questo desiderio è attimo ludico, nel Portatore di pane diviene fatica. La smorfia del ragazzino, un piccolo San Sebastiano trafitto dalla quotidianità di un’Italia, nonostante tutto, immarcescibile, travalica ogni possibile interpretazione. Siamo lì, soffriamo con lui. Sentiamo la sua piccola schiena, in contrasto col volto di adulto, gocciolare, grondare di un sudore che è dolore. Di essere e di vivere.

Trovo la sperimentazione di Nino Migliori, poi, particolarmente avvolgente, palpitante, di una trasognata e onirica essenza, quella attinente allo scatto intitolato Uomo qualunque.

Una figura distinta, elegante, longilinea attraversa uno spazio carico di ombre. E’ la percezione di una metafisica solitudine in un passo, figurato, che realizza e taglia la scena.

L’Uomo qualunque diventa la metafora di una umanità preda del suo rimuginare sui significati della vita, forse, in una meditazione camminata in cui il respiro si fa sospiro alla ricerca di una risposta.

L’Uomo qualunque, in realtà, diventa altro. E’ la solitudine di chi cerca la luce attraverso le ombre, la solitudine dell’artista, consapevole del dono segreto che viene consegnato a lui dagli dei. L’incantesimo a cui questa solitudine lo condanna è non poterlo rivelare.

E’ continuare a procedere con passo elegante, cercando di portare luce, ma facendo solo intuire da dove essa proviene. E non poterlo rivelare a nessuno. Nel tumulto dell’esistenza.

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