Un salutare spasimo 

poggio-covili-2-1-gennaio-2017

Un salutare spasimo d’esserci dentro

ad una solitudine raggiante

con le ombre del cielo e delle cime

portate nelle parole

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Si geme di un brivido. Anche

Si geme

di un brivido.

Anche.

In pochi steli di bagliore,

quando,

macinando

schegge ossute,

riporti alla tua bocca

la vita che si adora.

Senza saperlo,

si trema,

dentro un cielo di vetro,

quando il colore sfavilla

sulla vigna e sulla strada

e trancia i ventricoli al dolore.

E’ allora che non sanguina

o forse meno

il filare della lacrima

che rimane ferma

per paura

di bagnare quell’attimo che infuoca.

Ecco: la mia mutezza

 è la speranza

che sigilla

un mistero che respira,

apparentemente inerte,

appena un niente,

un velame trapassato

su righe d’oro e cascame porpora.

Se ne va però,

questo mistero inerte,

a zonzo,

cantando a squarciagola,

si tuffa, senza spine,

nell’ardore che rallegra.

Lo senti,

il delicato tocco, quasi un rintocco,

perché sparge, delicato,

un pò di gioia,

sulla gola asciutta.

E tu,

ne bevi un pò,

di quel sole liquido,

che rallegra ogni spaccatura, pelle e caos.

Dici amore, non si sa,

dici volare,

bramosia di festeggiare.

Ogni tanto,  è questo forse che succede,

cade quella polvere in un tonfo che rimbomba.

Sull’anima, appena stesa,

ad asciugare,

con un soffio di farfalla,

riposano, quiete,

leonesse che covano l’aurora.

E giocano.

Coi detriti

delle tenebre.

natale-2016-2

Sono attratto

Sono attratto, irresistibilmente, talvolta, da una bramosia,

da un desiderio falòtico di visioni che destino la mia sonnolenza,

schiudendo una divina indifferenza,

ad una immarcescibile e silenziosa grandezza

la-grandeur

Parigi, Louvre, 2010

Buon Natale con le parole di Mariangela Gualtieri

Io sono dei vostri, alberi, sono dei vostri
Animali eleganti, io sono dei vostri. Credetelo.
Sono dei vostri. Ci separa soltanto un fiato infantile,
ma lo so, lo so, sono io tutto quel
manto, sono io il tronco e lo storno e il
falco. Ci separa un niente, colore, capello,
piccolo piccolo nome: l’impianto del
respiro è solo apparente diverso.
Ci guarderemo fraternamente.
Io sarò migliore.
Larga come l’andare di un fiume
grande, ci capiremo con l’albero e col seme,
capiremo l’insetto e la grandine.
Risplendiamo. Adesso.
Essere il mondo, voglio. Sentirmi
a casa nel cosmo. E le maree saranno
la strada del gonfio cuore. Sarà d’amore
se cresco. Se avanzo o calo. Sarà d’amore.
E luce voglio. Così m’impetalo, che mi spensiero,
che rido mentre corro, come la rondine,
mi moltiplico a stelo, gocciolo, mi biforco,
mi alzo e tramonto, mi slargo, mi infaldo,
divento cima e svetto, mi innevo e frano.
Tutto questo io voglio, dolcemente, perché
fuori dell’umano il dolore è uno sparo
minimo e la più gran parte è ridere,
mi pare, il grande canto.
Lo senti il firmamento ? Com’è sereno!
Anche noi siamo dentro.
Abbiamo polverine nelle vene, antiche come il cielo,
sono disciolte nel sangue, hanno dentro
l’impronta di un’andare semplice e grande,
come le grandi sfere. Abbiamo sfere nel sangue,
cartine geografiche con strade d’argento
e vedute telescopiche fino ad
Aldebaran. Abbiamo Vega nel sangue
la stella prodigiosa, e istruzioni precise
per il viaggio per l’appontaggio
e coraggio abbastanza per ogni volo
MARIANGELA GUALTIERI
Una splendida poesia per augurarvi Buon Natale
e abbracciarvi forte forte
buon-natale-2016

Mi attanaglia, a volte, morde

Mi attanaglia,

a volte,

morde,

una bramosia di luci

e piccole ali impunturate,

sulla schiena,

come un delirio di volo,

che mi faccia spazio

tra le chiuse del vento,

per poi attraversare

le tacite trasparenze

del buio della notte.

Vorrei uno straripare

di vertiginose ore,

perforare

il labirinto del mio vivere

e poi affondare

nell’infinità,

con le mani appese,

alle stelle che brillano

di tutto ciò che non muore.

sp1

Cosa è questo Natale?

Cosa è questo Natale?

Una corteccia, una montagna che non si muove,

una febbre in gola,

dove tutti stracciano i minuti per poi cantare?

O è forse, quando un Dio

ti accarezza il petto

con un impasto spalancato

di luce, col succo dell’aurora?

Non so, ma come credo,

è un pò celeste

è anche rosso e verde,

e viola e giallo,

ogni Natale.

E’ anche una memoria

delle notti tarde,

macinate a curar dissesti

di bambino,

con le voci

maturate come chicchi,

di fine anno,

tra pan pepati e fuochi accesi.

E’ quella speranza che si rinnova

non solo del Dio che nasce,

quanto, piuttosto,

dell’io che cresce,

nel mentre la marea del tempo

si fa mistero e neve,

e tacitati movimenti.

C’è una legge che non comprendo

ma che si fa profumo

in certi inverni

di quando tutto era stare insieme

a infilare stelle

negli aghi delle feste.

Si tremava, quelle sere,

d’incandescenti attese,

si trema ancora,

ma diversamente.

Di ciò che senti e si fa battito

sul vissuto e su ciò che vedi.

Non tanto per adorare, non ne sei capace,

ma per l’antichità profonda,

sparsa in quella zolla

che sa d’infanzia,

a fiotti

e di parenti saltimbanchi

tra covate e facce brille.

Intanto, in silenzio,

  brinda l’invisibile,

forse,

ma per fatti suoi.

natale

Stando molto fermi

“Si può sai, stando qui,
stando molto fermi
sostenere una stella…
Stando molto fermi si crea una fessura
perché qualcosa entri e faccia movimento
in noi e ci lavori, come capolavoro…
Si festeggia la gran potenza
che esalta il sole nella sua prestanza
e lo depone ad occidente
nell’ora stanza – quando ognuno guardando
prova una leggere indicibile pena.
La luce entra allora
anche nella più tetra delle notti
e l’occhio chiuso può contemplare
del buio immenso del corpo
dove il respiro si spande…
E l’aria
è cielo. Cielo che viene a noi,
con particelle di cosmo, antiche polveri,
fiato di tutto ciò che è stato,
e del presente e vivo esserci…
Tutto il pensiero esplode, stando fermi”…
Mariangela Gualtieri

Con foto in volo verso la Scozia

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