Una botta di salvezza

Vi propongo, per iniziare questo venerdì, una delle più intense poesie di Erri De Luca, Botta di salvezza.

Mi perdonerete se la abbino ad una foto che mi ritrae ma la sento particolarmente “mia”.

Buon venerdì

Ho bisogno d’inventare una rima

tra quello che sta succedendo

e qualcosa di altro.

Ho bisogno di accoppiare un vicolo cieco

in cui mi sono cacciato

a qualche sconfinata prateria.

Mi fa da ormeggio per non naufragare.

Sono predisposto al soccorso della poesia,

che non è un’arte di arrangiare fiori,

ma urgenza di afferrarsi a un bordo nella tempesta.

Per me è pronto soccorso, la poesia,

non una sviolinata al chiaro di luna.

È botta di salvezza.

 

 

memoto3

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7 pensieri su “Una botta di salvezza

  1. Molti scrittori dichiarano che per loro la scrittura è una salvezza, l’unica soluzione per evitare di impazzire.
    Ma io penso: non è tanto la scrittura in sè, quanto il pensare che qualcuno ci leggerà. NO? Non è così?
    La “salvezza” è la scrittura in sè oppure la possibilità di comunicare con qualcuno?
    E’ un discorso che mi interessa particolarmente. Non sono uno scrittore, ma in fondo… non è forse ciò che facciamo tutti noi che abbiamo un bloggers?

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    • E’ un bel dibattito e grazie di questa riflessione. Credo che sia molto come è stato detto in questa frase: “scrivere è urlare nel silenzio”. Se questo grido arriva a qualcuno che risponde ugualmente con un grido è comunicare. Altrimenti è sempre importante. Perché ci si esprime e si dà corpo a quel fuoco interminabile che si porta dentro. E lo si lascia divampare nel vuoto per non farsi consumare. Chi arde non avrà mai freddo. Pur nella solitudine. E se qualcuno ci leggerà è piacevole, sennò avremo urlato di tanto in tanto. Provando vita e sangue nei polsi. Un abbraccio e buona giornata a te

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    • LA POESIA (PABLO NERUDA)

      ACCADDE IN QUELL’ETÀ…
      LA POESIA VENNE A CERCARMI.
      NON SO DA DOVE SIA USCITA,
      DA INVERNO O FIUME.
      NON SO COME NE QUANDO, NO,
      NON ERANO VOCI,
      NON ERANO PAROLE NE SILENZIO,
      MA DA UNA STRADA
      MI CHIAMAVA,
      DAI RAMI DELLA NOTTE,
      BRUSCAMENTE FRA GLI ALTRI,
      FRA VIOLENTE FIAMME
      O RITORNANDO SOLO, ERA LI SENZA VOLTO
      E MI TOCCAVA.

      NON SAPEVO CHE DIRE,
      LA MIA BOCCA
      NON SAPEVA NOMINARE,
      I MIEI OCCHI ERANO CIECHI,
      E QUALCOSA BATTEVA
      NEL MIO CUORE,
      FEBBRE O ALI PERDUTE,
      E MI FECI SOLO,
      DECIFRANDO QUELLA BRUCIATURA,
      E SCRISSI LA PRIMA RIGA INCERTA, VAGA,
      SENZA CORPO,
      PURA SCIOCCHEZZA,
      PURA SAGGEZZA
      DI CHI NON SA NULLA,
      E VIDI ALL’IMPROVVISO
      IL CIELO SGRANATO
      E APERTO, PIANETI, PIANTAGIONI PALPITANTI, OMBRA FERITA, CRIVELLATA DA FRECCE, FUOCO E FIORI,
      LA NOTTE TRAVOLGENTE,
      L’UNIVERSO.

      ED IO,
      MINIMO ESSERE,
      EBBRO DEL GRANDE VUOTO COSTELLATO,
      A SOMIGLIANZA,
      A IMMAGINE
      DEL MISTERO,
      MI SENTII PARTE PURA DELL’ ABISSO,
      RUOTAI CON LE STELLE,
      IL MIO CUORE
      SI SPARPAGLIO’
      NEL VENTO.

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      • Ecco uno degli aspetti della scrittura come la intendo. “Sentirsi” parte. Di sé e di un mistero. Guardare l’abisso, cullandosi tra le stelle e sparpagliarsi al vento e, qualche volta, fare bagni di luce, rischiarando le proprie ombre…

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