Perfezione

L’ordine della perfezione genera libertà,

il silenzio è il suo cantore.

Uncinando istanti,

puntelli architravi di gioia.

La mia solitaria visione del lago di Loch Ness

ordine

Annunci

Riprincipiare

 

conoscenza

Riprincipiare.

In queste ore roventi.

In un deserto

dove anche l’Invisibile tace.

Nemmeno una carezza di vento.

Nessuno si aggira.

Solo una evanescente risacca,

un ricordo,

mentre la terra risuona

la sua nenia di tenebra.

E le cime rimangono sole.

Con il cuore che fatica

e si sbriciola.

Teniamoci per mano.

Si faccia avanti

chi fa cuccia col mondo,

chi sorride,

chi accoglie tra le mani

il muso dei gattini.

Si faccia avanti,

chi sa far lievitare il pane,

chi raccoglie le spighe.

Riprincipiare.

Da qui,

da questa promessa.

Tenersi per mano.

Con le gambe intrecciate,

come dopo aver fatto l’amore,

respirando vicini.

Con gli occhi che immaginano vita.

Infinita.

© Daniele Del Moro 2016

Amore, il peso di ogni legame

una-stella-incoronata-di-buio-benedetta-tobagi

Ho scoperto questo libro per merito della fenomenologa Roberta de Monticelli. Le scrissi, improvvisamente, una delle mie mail di getto con il desiderio di argomentare, dibattere e domandare. Su tante cose. In uno di quei giorni in cui il famoso “Ovosodo” del film di Virzì non andava né su, né giù.  E allora, per digerire un giorno che pesava sullo stomaco, scrissi alla professoressa De Monticelli. Rimasi colpito non solo del fatto che trovò il tempo di rispondermi. Ma che la risposta fu, come lei stessa ebbe a definire la mia mail, di quelle che fanno bene e che danno speranza. Nel corso del nostro riflettere, mi propose la lettura di questo libro: Benedetta Tobagi, Una Stella incoronata di buio (Einaudi) e mi disse di scriverle di nuovo perché ci teneva a sapere cosa ne pensassi. Ebbene. Vi propongo un brano particolarmente bello di questo volume, un tentativo particolarmente riuscito di analisi di fatti di un passato recente. La figlia di Walter Tobagi, giornalista ucciso dall’estrema sinistra negli anni di piombo, parla delle stragi che hanno insanguinato il nostro paese. Attraverso gli occhi del dolore di Manlio che sopravvive alla sua Livia nella bomba che esplode in piazza della Loggia a Brescia il 28 maggio del 1974, si chiede ancora per che cosa  valga la pena vivere. La risposta è nel brano che vi propongo, che dice tutto, oltre ogni retorica della celebrazione e della politica, per la speranza di un amore che continua. Dentro, anche quando la morte sembra apporvi il suo ultimo sigillo. Un brano che dice tutto. L’amore è cura, attenzione, presenza. Il resto è sentimentalismo. Questo brano è una dichiarazione di vita e di immortalità.

salita

“L’amore ha sempre un peso. Ogni legame è un vincolo. Costa molto, in termini di libertà. Si paga a caro prezzo, con la paura di perdere le persone amate, il terrore di vederle soffrire e ancora di più di soffrire noi stessi, di perderle, di essere abbandonati. Si paga con il rischio di un dolore così grande che qualcuno non riesce a sopravvivergli. Non sono poche le persone che rifuggono un rischio simile, specialmente se sono state già ferite. Ma sono i  legami con gli altri e con il mondo a dare continuità, a conferire un’ossatura solida alla vita. A costruire senso. Rifiutarne il peso non significa volare come uccelli, ma soltanto farsi trasportare dal vento, come una piuma. Rinunciare a esistere fino in fondo. Siamo tutti come l’angelo del Cielo sopra Berlino di Wim Wenders: per vivere, per amare, dobbiamo accettare il peso di essere uomini tra gli uomini, nel bene e nel male. Una valigia stracolma, da portare insieme”.

Un peso enorme, da portare insieme, la vita. Una vita autentica che dia valore alle cose reali per proiettarci ogni volta verso la speranza che il nostro fluttuare abbia un senso di eternità.

legami3

In ascolto

Lo ascolto

fino al battito delle parole

Come si muove e come tace.

Quel suo respiro

tra stelle e amore.

Il palpito di un fiore.

Di notte,

si rovescia sul fasciame

quel pezzettino di pietà

dando arrocco

e mosto alla radice

che permane,

in frammenti

di silenzio e luce

edimburgoortobotanico2

Non è l’amore che va via

capossela-20160116131942

Per me è una delle più belle. Non è l’amore che va via di Vinicio Capossela, poeta ubriacone, a quest’ora, chi può, con un sorso di vino rosso.

Mi piace molto la sua vena struggente e disincantata.

Musica per chi sa coglierla. Come la vera bellezza. O il vero amore. Nè ciarliero, né promettente. Silenzioso e presente, attento e premuroso.

AMAT VICTORIA CURAM, il mio tatuato braccio.

Questo brano è struggimento. E’ strappare vita al tempo che passa, è fare proprio l’attimo fuggente, è dare un calcio alla tristezza, trasformandola in dolce malinconia.

Buona serata e buon ascolto

Cuori di tenebra

Cuore di tenebra. Il titolo mi piacque subito. Il libro di Joseph Conrad è stato uno dei miei elementi di catarsi applicata alla lettura. Come il film, Apocalypse Now. Monumentale, inquietante, visionario, potente. Sono questi i cuori di tenebra che lanciano schegge di infinita bellezza. All’improvviso. Come la luce struggente del tramonto. Se in Apocalypse Now, la voce dell’orrore diviene il tribunale attraverso cui la splendida figura del colonnello Kurz fa la sua arringa contro il mondo, Cuore di tenebra è il lampo della bellezza, dell’ignoto e della paura in forme che non esito a definire “orgasmico-struggenti”. Un cadere al di là, in una morte apparente, per tornare di qua. Come nell’atto d’amore, e nella sua fiamma divoratrice. Cuore di tenebra racconta di una discesa verso gli inferi. Ne ho sempre subito il fascino misterioso. Come voler fuggire e non voltarsi indietro. E magari avere un motivo per tornare. Sempre. Una fortuna, reale e spesso sottovalutata. Ma intanto, lungo l’infinito percorso dell’ignoto, divenire per essere finalmente capaci di sentire, di “vedere”.
Capaci di maturità e discernimento. Per poi fermarsi, stremati dal giorno e dalla fatica dei passi, con il respiro che brucia dalla passione di questa ricerca, e godere della luce che attacca dentro. Quella del tramonto, che vi propongo in questa mia foto, che illumina tutto con il fascino della nostalgia. Come scrive Kundera, anche la ghigliottina. Ecco un passo di Cuore di tenebra che amo particolarmente e in cui mi trovo faccia a faccia con me, con le mie luci e le mie ombre: “Eravamo in vena di meditazioni, a nient’altro disposti che a una placida contemplazione. Il giorno finiva in una serenità di calmo e squisito splendore. L’acqua scintillava pacifica; il cielo, senza macchia, era una benigna immensità diluce pura; sulle paludi dell’Essex, la foschia stessa era come una garza trasparente e radiosa che, impigliata ai pendii boscosi dell’interno, drappeggiava le sponde basse nelle sue pieghe diafane. Solo l’oscurità a ponente, che incombeva sui tratti superiori del fiume, diventava sempre più tetra, come irritata dall’avvicinarsi del sole. E infine, nella sua caduta obliqua e impercettibile, il sole toccò l’orizzonte e dal bianco incandescente passò a un rosso opaco, senza raggi e senza calore, come stesse per spegnersi all’improvviso, colpito a morte al contatto di quella oscurità che incombeva sopra una moltitudine di uomini. Anche sull’acqua ci fu un cambiamento repentino, e la serenità si fece meno brillante, ma più profonda. Il vecchio fiume riposava imperturbato al declinare del giorno, dopo secoli di onorato servizio reso alla razza che popolava le sue rive, disteso nella tranquilla dignità di una via che conduce ai confini più remoti della terra. Guardavamo quel venerabile corso d’acqua non nella passeggera vampata di un giorno che compare e poi scompare per sempre, ma nell’augusta luce dei ricordi duraturi”.
L’oscurità potente e la passeggera vampata di un giorno che compare e scompare rimanendo nell’angusta luce dei ricordi duraturi. L’infinito che ti penetra e ti scuote. E poi le parole del colonnello Kurtz, nella magnifica e ossessiva flemma di Marlon Brando: “Noi siamo gli uomini vuoti, noi siamo gli uomini impagliati, appoggiati l’uno all’altro, la testa piena di paglia. Ahimè! Le nostre voci, disseccate che bisbigliano tra loro, sono sorde e prive di significato, come il vento sull’erba rinsecchita, o zampe di topo sopra frammenti di vetro, nelle nostre cantine aride. Volume senza forma, ombra senza colore, forza paralizzata, gesto senza movimento”. E ancora Kurtz: “Ho osservato, una lumaca, che strisciava sul filo di un rasoi. È un sogno che faccio, è il mio incubo, strisciare scivolare lungo il filo di un rasoio e sopravvivere. Ho visto degli orrori,orrori che ha visto anche lei, ma non avete il diritto di chiamarmi assassino, avete il diritto di uccidermi, questo sì, avete il diritto di farlo ma non avete il diritto di giudicarmi. Non esistono parole per descrivere lo stretto necessario, a coloro che non sanno cosa significhi l’orrore.” Penso anche alla bellezza sconvolgente del Battello Ebbro di Arthur Rimbaud, un altro cuore di tenebra. Il Battello ebbro è un altro veicolo di “conoscenza”. Avevo chiamato così la mia chitarra quando suonavo. Il battello ebbro danzava con me.  Ve la propongo in questa rassegna di schegge di infinito e di meravigliosi cuori di tenebra:
Poiché discendevo i Fiumi impassibili,
mi sentii non più guidato dai bardotti:
Pellirossa urlanti li avevan presi per bersaglio
e inchiodati nudi a pali variopinti.Ero indifferente a tutti gli equipaggi,
portatore di grano fiammingo e cotone inglese
Quándo coi miei bardotti finirono i clamori
i Fiumi mi lasciarono discendere dove volevo.Nei furiosi sciabordii delle maree
l’altro inverno, più sordo d’un cervello di fanciullo,
ho corso! E le Penisole salpate
non subirono mai caos così trionfanti.La tempesta ha benedetto i miei marittimi risvegli.
Più leggero d’un sughero ho danzato tra i flutti
che si dicono eterni involucri delle vittime,
per dieci notti, senza rimpiangere l’occhio insulso dei fari!

Più dolce che ai fanciulli la polpa delle mele mature,
l’acqua verde penetrò il mio scafo d’abete
e dalle macchie di vini azzurrastri e di vomito
mi lavò, disperdendo àncora e timone.

E da allora mi sono immerso nel Poema
del Mare, infuso d’astri, e lattescente,
divorando i verdiazzurri dove, flottaglia
pallida e rapida, un pensoso annegato talvolta discende;

dove, tingendo di colpo l’azzurrità, deliri
e lenti ritmi sotto il giorno rutilante,
più forti dell’alcol, più vasti delle nostre lire,
fermentano gli amari rossori dell’amore!

Conosco i cieli che esplodono in lampi, e le trombe
e le risacche e le correnti: conosco la sera
e l’Alba esaltata come uno stormo di colombe,
e talvolta ho visto ciò che l’uomo crede di vedere!

Ho visto il sole basso, macchiato di mistici orrori, illuminare lunghi filamenti di viola,
che parevano attori in antichi drammi,
i flutti scroscianti in lontananza i loro tremiti di persiane!

Ho sognato la verde notte dalle nevi abbagliate,
bacio che sale lento agli occhi dei mari,
la circolazione di linfe inaudite,
e il giallo risveglio e blu dei fosfori cantori! […]

Ho visto fermentare enormi stagni, reti
dove marcisce tra i giunchi un Leviatano!
Crolli d’acque in mezzo alle bonacce
e in lontananza, cateratte verso il baratro!

Ghiacciai, soli d’argento, flutti di madreperla, cieli di brace!
E orrende secche al fondo di golfi bruni
dove serpi giganti divorati da cimici
cadono, da alberi tortuosi, con neri profumi! […]

Quasi fossi un’isola, sballottando sui miei bordi litigi
e sterco d’uccelli, urlatori dagli occhi biondi.
E vogavo, attraverso i miei fragili legami
gli annegati scendevano controcorrente a dormire!

Io, perduto battello sotto i capelli delle anse
scagliato dall’uragano nell’etere senza uccelli,
io, di cui né Monitori né velieri Anseatici
avrebbero potuto mai ripescare l’ebbra carcassa d’acqua

libero, fumante, cinto di brume violette.
o che foravo il cielo rosseggiante come un muro
che porta, squisita confettura per buoni poeti,
i licheni del soie e i moccoli d’azzurro;

io che correvo, macchiato da lunule elettriche,
legno folle, scortato da neri ippocampi,
quando luglio faceva crollare a frustate’
i cieli oltremarini dai vortici infuocati;

io che tremavo udendo gemere a cinquanta leghe
la foia dei Behemots e i densi Maelstroms,
filando eterno tra le blu immobilità,
io rimpiango l’Europa dai balconi antichi!

Ho veduto siderali arcipelaghi! ed isole
i cui deliranti cieli sono aperti al vogatore:
È in queste notti senza fondo che tu dormi e ti esìli, milione d’uccelli d’oro, o futuro Vigore?

Ma è vero, ho pianto troppo! Le Albe sono strazianti.
Ogni luna è atroce ed ogni sole amaro:
l’acre amore m’ha gonfiato di stordenti torpori.
Oh, che esploda la mia chiglia! Che io vada a infrangermi nel mare!

Se desidero un’acqua d’Europa, è la pozzanghera
nera e fredda dove verso il crepuscolo odoroso
un fanciullo inginocchiato e pieno di tristezza, lascia

un fragile battello come una farfalla di maggio.

Non ne posso più, bagnato dai vostri languori, o onde,
di filare nella scia dei portatori di cotone,
né di fendere l’orgoglio di bandiere e fuochi,
e di nuotare sotto gli orrendi occhi dei pontoni.

 

 

 

Un desiderio di luce

Vi propongo una delle mie scrittrici più amate, Simone Weil, in abbinamento ad uno scatto effettuato passeggiando al tramonto a Pralins, nelle meravigliose Seychelles, qualche anno fa. La sera è il momento migliore per aprire il petto e respirare, quasi per fare spazio al cuore, oppresso dalla fatica del giorno. Quella sera, come molte altre volte mi capita al tramonto, mi sono percepito, ho ascoltato la presenza di essere vivo. Il cammino, il profumo del mare, i colori avvolgenti del cielo, mi hanno trasferito oltre. Nel mio mondo immaginario e palpitante di luce e di lampi d’ombra, dove spesso mi ritrovo insieme a scrittori, artisti, filosofi, musicisti del passato. E dialogo con loro, mentre i miei amici animali, sostengono la conversazione nel loro armonioso silenzio. E sono dentro ai miei sogni. Eppure sono lì. “Un tesoro che nulla al mondo ci può sottrarre”…

Il desiderio di luce produce luce.
C’è vero desiderio quando c’è uno sforzo d’attenzione.
E si desidera realmente la luce quando manca qualunque altro movente.
Se anche gli sforzi d’attenzione
rimanessero per anni apparentemente sterili,
un giorno una luce a essi esattamente proporzionale
inonderà l’anima.
Ogni sforzo aggiunge un pò d’oro
a un tesoro che nulla al mondo ci può sottrarre.

Simone Weil

passeggiata