Gino Vannelli, Wild Horses

Cominciamo “cool” dire che quando si parla di anni Ottanta, mi vengono le lacrime agli occhi.

Nemmeno mi avessero chiamato alla Camera a fare il corrispondente parlamentare.
Per me che ho sonori 53 anni, 54 a giugno, sempre a Dio piacendo, gli anni Ottanta sono stati il diamante dell’età e della speranza.

Pensate: anche il calcio mi attraeva, riuscivo anche a capire le formazioni, declamate da istituzioni “radiotvcronistiche” come Pizzul e Martellini.

Gli anni Ottanta, per me batterista in odore di precariato, come col giornalismo, precario sempre, come essere classicista sovversivo e contemplativo con vigore, sono stati anche la musica.

Si chiama “resistenza culturale” contro un mondo che “non ci vuole più, il mio canto libero sei tu”, o bellezza.

O forse semplicemente gioventù si chiama e quando senti il tempo che si consuma, non solo il prurito si fa più aggressivo ma anche la tendenza a idealizzare diventa nostalgia militante.

Insomma, sabato sera con Gino Vannelli, 1987, tardi anni Ottanta, quasi Novanta, buoni pure quelli alla fine, musicalmente parlando.

Gino Vannelli, italo-canadese con origini di Ripabottoni, in provincia di Campobasso, lo ascoltavo dalle mie Altec Lansing abbinate ad ampli Luxman L114.

Altro che mp3.

Erano serate di gloria. A dissertare e a smanacciarsi con la persona giusta. L’unico attimo di pausa era giustificato per voltare il vinile al lato B.

Wild Horses mi dà di libertà e composta “dionisicità”. Come piace a me.
Buona ascolto, dunque, e buona serata.

As the sun goes down on the arizona plain
and the wind whistles by like a runaway train
hey hey hey it’s a beautiful thing
well it’s me and you and a flatbed truck
my heart kicking over like a whitetail buck
hey hey hey in the middle of spring
You can cut me deep
you can cut me down
you can cut me loose
don’t you know it’s okay
you can kick and scream
you can slap my face
you can set my wheels on a high speed chase
hey no matter what you do
Wild horses could not drag me away from you
Wild horses could not drag me away from you
As the sky falls down from the midnight blue
spittin’ like bullets on a hot tin roof
hey hey hey it’s a beautiful sound
well it’s me and you in a flatbed truck
in a foot of mud just my luck
hey hey hey a hundred miles out of town
You can call me a fool
you can call me blind
you can call it quits
can’t hear a word you say
cause if I had you once
I’m gonna have you twice
I’m gonna follow my heart instead of good advice
hey no matter what you do
Wild horses could not drag me away from you
Wild horses could not drag me away from you
Quando il sole tramonta sulla pianura dell’Arizona
E il vento fischia come un treno in fuga
Hey hey hey è una cosa bellissima
Bene, siamo io e te e un camion a pianale piatto
Il mio cuore scalcia come un cervo dalla coda bianca
Hey hey hey nel mezzo della primavera
 Tu mi puoi ferire in profondità
Tu mi puoi abbattere
Mi puoi parlare fuori dai denti
Non sai che va bene?
Puoi scalciare e urlare
Puoi prendermi a schiaffi in faccia
Puoi lanciare le mie ruote in un inseguimento ad alta velocità
Hey non importa cosa fai
Nemmeno cavalli selvaggi potrebbero trascinarmi via da te
Cavalli selvaggi non potrebbero trascinarmi via da te
 Quando il cielo precipita dal buio della mezzanotte
Crepitando come proiettili su un tetto di latta incandescente
Hey hey hey è un suono bellissimo
Bene, siamo io e te in un camion a pianale piatto
Su una base di fango la mia fortuna
Hey hey hey un centinaio di miglia fuori città
Puoi chiamarmi pazzo
Puoi chiamarmi cieco
Puoi dire che questo passerà
Non sento una parola di quel che dici,
Perchè se ti ho avuto una volta
Ti avrò una seconda
Seguirò il mio cuore invece di un buon consiglio
Hey, non importa cosa fai
Cavalli selvaggi non potrebbero trascinarmi via da te
Cavalli selvaggi non potrebbero trascinarmi via da te
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Viaggia con me

Cresce la voglia di evasione. Io, poi, vorrei cambiare paese. A Dio piacendo prima o poi lo farò. Portogallo, più fattibile, Australia, più difficile.

Detto questo, voglio segnalarvi, riportandovi con i relativi link, alcuni miei contributi che ho inserito nel sito http://www.scrittoreinviaggio.com, a cui ho dato una veste grafica leggermente diversa, con altre etichette di navigazione.

Nel primo link, vi racconto una mia riflessione sul turismo esperienziale che si sta sempre più diffondendo.

Nel secondo vi segnalo una mostra che mi ha veramente interessato. Sulla Olivetti e su alcune leggendarie macchine da scrivere come la Lettera 22 che per me è sempre stata un mito. La mostra si chiama Olivetti. 110 anni di immaginazione.

Eccovi i link:

https://www.scrittoreinviaggio.com/turismo-esperienziale-in-crescita/

https://www.scrittoreinviaggio.com/olivetti-110-anni-immaginazione/

Nel rinnovato sito http://www.scrittoreinviaggio.com ho puntato più sui contenuti giornalistici e sui viaggi. Ho anche inserito una etichetta di navigazione che ho nominato Moto Adventure dove vi racconterò le mie esperienze “on the road” e un’altra dedicata ai miei “cammini“.

Il viaggio è comunque un modo di interpretare la realtà. Sia che si tratti del proprio fisico che palpa la terra, sia che si tratti della mente che libra nell’aria.

Cercherò di distinguere un po’ questo spazio dall’altro. Sempre di più. Differenziando i contenuti.

Forse, anche partendo dal nome e nominando questo blog Viaggia Con Me, rievocando il divano di Parla con Me con la Dandini dove si rifletteva e ci si alleggeriva anche un po’.

E anche pensando a viaggiare insieme che è sempre divertente e catartico.

Non vi nego: mi farà piacere, per chi lo desiderasse, l’iscrizione al sito http://www.scrittoreinviaggio.com. Che vorrei tentare di far crescere.

A chi vorrà iscriversi, anche su http://www.scrittoreinviaggio.com, viam mail o anche tramite wordpress stesso, nulla di più, spedirò in maniera assolutamente “free” il mio volume di poesie in formato pdf.

Grazie a voi tutti e buona serata. Sempre viaggiando insieme. Fisico, cuore e anima.

 

 

 

Beat Generation in immagini

Inaugurata oggi alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma la mostra fotografica e documentaria Beat Generation. Ginsberg, Corso, Ferlinghetti. Viaggio in Italia, a cura di Enzo Eric Toccaceli, autore di numerosi libri e “frequentatore” di personaggi come John Cage, Julian Beck, Judith Malina, Allen Ginsberg, Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti, Anne Waldman, John Giorno, Ed Sanders.

L’esposizione, in programma sino al prossimo 2 aprile, ripercorre i momenti più significativi della Beat Generation  con circa 200 fotografie in bianco e nero realizzate dallo stesso curatore, tutte inedite e
tutte acquisite dalla Galleria Nazionale.

Allen Ginsberg e Fernanda Pivano, Milano, 1996

Le fotografie, accompagnate da un apparato di circa 600 documenti (prime edizioni, vinili, manifesti, inviti, locandine, ritagli stampa), descrivono gli ultimi viaggi in Italia di tre dei più importanti esponenti della Beat Generation, che si recarono in Italia diverse volte in occasione di incontri e performance: Allen Ginsberg, Gregory Corso e Lawrence Ferlinghetti, il più longevo dei tre artisti, ormai quasi centenario.

Gregory Corso: “Gregory slept here in 1958”, Colosseo, Roma, 1997

In un arco di tempo che prende avvio dalla fine degli anni Settanta per arrivare sino
agli anni più recenti, Enzo Eric Toccaceli ha seguito e fotografato Ginsberg, Corso e
Ferlinghetti in tutte le loro peregrinazioni nelle grandi città e capitali dell’arte: da Milano a Venezia, Roma, Firenze, per giungere fino allo Stretto di Messina.

Gregory Corso al Foro Romano, Roma, 1997

Si tratta, dunque, di una sorta di moderno grand tour espresso e sintetizzato con immagini, documenti, manifesti, articoli e diverse rarità e curiosità, in un percorso capace di “mescolare” arte, cronaca e storia.

Lawrence Ferlinghetti (ripreso di spalle) alla sua mostra “60 ANNI DI PITTURA” “Museo di Roma in Trastevere”, Roma, 2010

L’idea della mostra ha preso avvio nel 2017, nel ricordo di Allen Ginsberg, a venti anni dalla sua morte e nel solco delle celebrazioni per il centenario della nascita di Fernanda Pivano, amica e traduttrice dei tre poeti, la prima a parlare in Italia della Beat Generation e a farla conoscere in tutte le sue svariate sfaccettature ad un ampio pubblico di tutte le età.

Lawrence Ferlinghetti, performance al “Teatro India” Roma, 2008

Alla presentazione della mostra alla stampa sono intervenuti Mita Medici, Maria Anita
Stefanelli e Carlo Massarini  che hanno condiviso con il pubblico presente i ricordi, la poesia e la conoscenza della Beat Generation, attraverso testimonianze e letture dei tre personaggi.

Penso a Jack Kerouac, per me uno dei simboli principali del movimento poetico, artistico e letterario che nasce in America alla fine degli anni Cinquanta e mi vengono in mente queste parole, più belle di tante altre spesso citate: “A me piacciono troppe cose e io mi ritrovo sempre confuso e impegolato a correre da una stella cadente all’altra finché non precipito. Questa è la notte e quel che ti combina. Non avevo niente da offrire a nessuno eccetto la mia stessa confusione”.

Confusione, però, la vita, tutta da sperimentare.

INFO

In programma sino al 2 aprile 2018
Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea
Viale delle Belle Arti 131, Roma

Orari di apertura
Dal martedì alla domenica: 8.30 – 19.30
ultimo ingresso 45 minuti prima della chiusura

Biglietti
intero: € 10,00
ridotto: € 5,00
T + 39 06 32298221

lagallerianazionale.com
#LaGalleriaNazionale
#BeatLikeClick

 

Allora senti, Chandra Livia Candiani

“Allora senti
ci sarà un lupo
e sarà bianco
tu sarai bendata
e gli starai in groppa
in piedi
correrete insieme
slacciàti dalla ragione
legittimi alla velocità dell’aria.
Non ci sarà bisogno di fidarsi
avrà fiuto e tu equilibrio.
Dovrai tener caldo alle parole
tenerle in un orto sotto la camicia
a stretto contatto con la pelle.
Bruceranno e graffieranno.
Lasciati bruciare.
Passerete dalle città
non levarti mai la benda
anche quando sentirai chiamare
lusingare invocare resta dritta
in piedi in groppa al lupo.
La memoria è una fabbrica
che non smette mai
fa i turni di notte e non ha festivi.
Il lupo slaccerà i ricordi
uno per uno ne farà
fiocchi di neve.
Il vuoto sarà vasto
e alto e profondo
lo chiamerai carezza.
Allora senti”…

Chandra Livia Candiani
FATTI VIVO, Einaudi 2017

Sperare in un mistero

Mi piace sapere, scoprire, approfondire.

Ci sono molte cose su cui è necessario fare luce, su cui “farsi” passione.

Come San Giovanni della Croce, e come sottolinea il filosofo Edgar Morin, ritengo che ci sia “una nube tenebrosa” sui cui non riusciremo mai a fare davvero chiarezza.

Come scrive Edgar Morin nel suo ultimo libro Conoscenza, Ignoranza, Mistero (Raffaello Cortina Editore, Traduzione di Susanna Lazzari, pp 160, euro 12) : “Cosa si conosce, cosa si può conoscere della realtà? La conoscenza, diventata problematica, rende problematica la realtà stessa, che rende altrettanto problematica la mente produttrice della conoscenza…”.

Si tratta, dunque, di una sfida alla certezza proposta dall’arido “scientismo”, una polemica con la pretesa della ragione di sapere ogni cosa.

Interessante quanto afferma Morin a questo proposito: “Einstein si incanta davanti alla ragione superiore che regge l’universo. Ma io la vedo intrisa di follia”.

Come non dargli “ragione” a Morin?

Che continua così: “Giungiamo alla relazione inseparabile e circolare tra realtà, conoscenza, mente e cervello. Scopriamo un ignoto in ciascuno di essi e, cosa paradossale, l’ignoto si trova all’interno di ciò che conosciamo e di chi conosce”.

Faccio ancora più mie queste parole di Morin: “Ciò non ha spento la mia sete di conoscenza ma l’ha intensificata e aumentata allo scopo di tentare di conoscere la conoscenza stessa, le sue possibilità, i suoi limiti… Sento sempre il piacere delle scoperte, delle elucidazioni, nei riguardi sia dell’universo sia della realtà quotidiana. Ciò ha suscitato in me, sempre più fortemente, lo stupore, talvolta la meraviglia, talvolta la vertigine, di essere in vita, di camminare, di stare al sole, di guardare la luna che si leva nel cielo notturno, di contemplare gli ammassi di stelle, minuscoli ai miei occhi, enormi alla mia conoscenza”.

Ecco il punto. Stupore, meraviglia. Di fronte alla vita e a ogni singulto che siamo ancora capaci di provare davanti al giorno che sorge e alla sera che giunge.

Bisogna averne di capacità, di sensibilità, per avere questo stupore davanti al mondo che ci hanno costruito attorno. Quando incrocio lo sguardo di un animale, ascolto un brano di musica che manda segnali alla mia anima, quando stringo la mano di chi amo o bacio e abbraccio chi soffre in un letto di ospedale, mi stupisco dell’essere e del segreto che, saggiamente, ci viene tenuto nascosto.

Aggiunge Morin: “Quando il grande Einstein resta incantato della ragione superiore che regge l’universo, io non posso impedirmi di pensare che questa ragione superiore è tutta intrisa di follia smodata, con le annichilazioni di materia da parte dell’antimateria, le collisioni e le esplosioni di stelle, le ininterrotte disintegrazioni di tutto ciò che è integrato, senza dimenticare i cataclismi che la storia della vita ha conosciuto e, se passiamo all’umano, le estinzioni di civiltà, gli annientamenti culturali e il dilagare di massacri e deliri e crudeltà di ogni sorta”.

Eppure, nonostante i tempi che viviamo, con  i non violenti che inneggiano alle foibe, i giustizieri che sparano sulla folla, i continuamente riveriti che fanno scempio di diciottenni di cui non rimane nemmeno più la sacralità di un corpo, nonostante Francesco che ha svuotato le chiese e la Chiesa di ogni ritualità e speranza “ultraterrena”, continuo a cercare lo stupore e la meraviglia nella vita stessa.

La realtà è che il mondo è un continuo gioco di ordine e caos, un’alternanza di possibilità e impossibilità che non posso che tentare di esperire al meglio, cercando che prima o poi il segreto mi disveli.

Almeno augurarmelo che ci sia un segreto, davvero una intelligenza superiore a farci chiarezza sul perché dell’ingiustizia e dell’orrore del mondo, di certo mondo. C’è un mistero in tutte le cose. Non un algoritmo supremo, versione matematica iperstratta del Dio Creatore, come la definisce Morin.

No, c’è di più. La sensazione che l’irrazionale non sia lo stigma dell’ignoranza sintetizzato dai razionalisti.

C’è qualcosa che sfugge. Il mistero forse si disvela a chi sa guardare nel quotidiano, nella gioia delle piccole cose. Forse.

È forse questo mistero a farci uomini.

Perché, come scriveva Dostoevskij, “L’uomo  è un mistero. Se, per chiarirlo, vi si passa la nostra intera vita, non abbiamo perduto il nostro tempo”.

Come il Principe Katsumoto ricorda nel film L’Ultimo Samurai: “Il fiore perfetto è una cosa rara. Se si trascorresse una vita a cercarlo, non sarebbe una vita sprecata”.

Come cercare bellezza e sperare in questo segreto. Di rivelazione e di giustizia per tutti.

 

 

Magnum Photos, esposizione all’Ara Pacis

Oggi ho partecipato ad una conferenza stampa di quelle che prediligo.
Quando si parla di arte sono contento ma quando l’evento che presentano racconta di fotografia, vado in estasi.

La mostra di cui vi racconto su Green Planet Edizioni che in questi giorni sta diventando Green Planet Edizioni Stampa e Comunicazione è davvero bellissima.

L’esposizione ripercorre i 70 anni della leggendaria agenzia fotogiornalistica fondata da Robert Capa, la Magnum Photos.

Se vi va di leggere, vi allego il link che vi riporta al sito che ora è diventato anche testata giornalistica.

Ecco il link: https://www.greenplanetedizioni.com/70-anni-magnum-photos-mostra-allara-pacis/

Per aggiungere qualcosa sulla nostra Green Planet, mi piace dirvelo, siamo tornati alla nostra vocazione originaria ossia agenzia di notizie, comunicazione, editing di servizi editoriali.

Abbiamo deciso di lasciare il magazine AgriKoltura 4.0 on line ma senza farlo più pagare. Sinceramente perché i risultati non sono stati quelli attesi. E poi perché, fare notizie, informazione, tramite la nostra agenzia-testata giornalistica, ci è più congeniale e ci piace di più.

Un giorno arriverà forse anche qualche guadagno 🙂 . Per ora, credo molto nella volontà di dare voce a cose interessanti e belle. Se possibile, a fare un po’ di fenomenologia, portare luce sulla realtà.

Ma soprattutto a fare quello in cui ho sempre creduto: un po’ di informazione corretta, giornalismo al servizio di chi legge.

Perché, da un grande potere (che io non ho perché non sono un giornalista di potere, non solo sono mai stato), derivano grandi responsabilità.

Che ho sempre sentito. Nei confronti di chi ha voglia di leggere e di informarsi.

Questi sono tutti i miei datori di lavoro, i lettori, anche voi, tutti coloro che mi fanno stringere i denti quando fare altro, sarebbe stato più facile e più redditizio.

Ma scrivere è nutrirsi, portarsi al centro. E farsi vita.

Buona serata e sempre viva la bellezza e la fotografia.

 

Un cuore a strappo

Sono.

Un cuore a strappo,

un palpito col detonatore.

Sono di me.

Un pastore di momenti,

un errante coi ricordi,

un trapezista sulla cenere,

uno smisurato aperto

che straccia tasche alle virtù.

Separo e stringo,

disbrigo e custodisco,

Mattini.

Ubriachi d’ali e di cieli,

sussulti e sipari.

Mentro conto.

Tempo e sentimenti.

 

Antidoti degni. Di un attimo.

La sera viene meglio se si hanno i giusti antidoti.

Degni dell’attimo.

Ed Sheeran con Photograph e i Massive Attack con Unfinished Sympahty mi sembrano particolarmente adatti stasera.

Così, per prendere al volo chi avete accanto, abbracciarvelo e ballare insieme.

Animale o umano che sia.

Così, senza motivo. Non state a pensarci. fatelo. Ora.

C’è sempre una buona ragione per abbracciarsi, tenersi stretti e ballare in silenzio.

Guardando oltre ogni rovina.

Buona serata bloggers.

Vi abbraccio anche io. E ballo con voi 🙂

 

Il momento d’oro della canapa

È il momento d’oro della canapa. In soli tre anni le superfici agricole dedicate a questa coltivazione hanno registrato un segno +200%

Gli utilizzi sono davvero numerosi. Andiamo dall’impiego come combustibile sino al campo alimentare, farmaceutico, tessile, cartario, per arrivare alla bioedilizia con un potenziale economico già di per sé altissimo che con l’introduzione della nuova legge darà aumentare ancora di più. Negli ultimi tre anni, la coltivazione della canapa è passata dai 950 ai 3.000 ettari.

Per la canapa, senza esagerare, possiamo parlare, insomma, di una nuova età dell’oro. Vediamo quanto riportato da Cia, Agricoltori Italiani: “La canapa rappresenta un’occasione unica per i territori italiani. Da una parte contribuisce a ridurre il consumo di suolo, diserbare i terreni e bonificarli dai metalli; dall’altra è una produzione davvero versatile grazie ai suoi mille impieghi.

Prima di tutto in campo alimentare: dalla pasta al pane alla farina, che non contiene glutine, fino all’olio ricco di Omega 3 e dalle spiccate proprietà antiossidanti e antinfiammatorie.

E poi nel settore abbigliamento e arredamento, con la produzione di tessuti resistenti e green perfetti per maglie, vestiti, borse, tappeti, ma anche sacchi, corde, teloni e imbottiture per materassi”.

C’è poi la nuova legge  che disciplina l’uso della cannabis a scopo terapeutico. Il provvedimento garantisce ai pazienti equità d’accesso, promuove la ricerca scientifica sui possibili impieghi medici e sostiene lo sviluppo di tecniche di coltivazione e trasformazione.

Previsto anche lo stanziamento di risorse per un milione e 700 mila euro per la produzione nazionale. Intanto, pochi giorni fa, l’Italia ne ha ordinati 100 kg all’estero perché si erano esaurite le scorte per i malati.

Ricordiamolo bene: parliamo di cannabis ad uso terapeutico. Altra cosa è la cannabis legalizzata di cui ha ridetto qualche giorno fa Emma Bonino in un post sulla pagina Facebook della Lista +Europa. “Un’Italia più europea, non abbiamo dubbi, è un paese dove l’uso della cannabis è legalizzato””, ha sottolineato.

Io invece, a tal proposito, di dubbi ne ho sempre avuti parecchi ma questo è un altro discorso.

Continuando con la Bonino, il movimento ha anche annunciato di voler “autorizzare l’auto-coltivazione fino a 5 piante, una regolamentazione della produzione e della vendita con regole precise, con chiare indicazioni sul livello di THC e con un efficiente sistema di sanzioni” ma anche che “la cannabis terapeutica sia garantita alle persone che soffrono di determinare patologie, e che vi sia un monitoraggio da parte del Ministero della Salute”.

Le ragioni della proposta sarebbero non quelle di promuovere l’uso della cannabis ma “all’opposto, regolamentarlo. Perché? Per sottrarre profitti alle mafie e alla criminalità collegata alla produzione e allo spaccio.

Per liberare la ricerca scientifica applicata allo sviluppo di nuove terapie per decine di malattie. Per ridurre il sovraffollamento delle carceri (quasi il 30% del totale della popolazione carceraria)”.

Spesso si tendono a confodere canapa e cannabis. Queste due piante appartengono alla stessa specie vegetale. La differenza sta nel loro quadro genetico.

Ciò che separa in due categorie distinte questa specie vegetale è la quantità di tetraidrocannabinolo, o THC, prodotto dalle piante, il responsabile degli effetti psicoattivi indotti dal suo consumo.

Il Dipartimento di Sanità del Canada ha sottolineato che: “Nei Regolamenti Industriali per la Canapa, la canapa industriale comprende anche piante di Cannabis e porzioni della pianta stessa, di qualsiasi varietà contenente uno 0,3% di tetraidrocannabinolo (THC), o inferiore, presente su foglie e fiori.”

Tornando alla vera e propria canapa, essa viene solitamente coltivata all’aperto, richiede poche sostanze chimiche per poter crescere correttamente ed offre un elevato potenziale industriale. Era, ed è tuttora, usata per produrre una vasta gamma di prodotti, dal settore alimentare a quello cartario.

Dalla canapa si ottengono anche mattoni ecologici per la bioedilizia e e pellet per il riscaldamento delle case. Senza poi tralasciare gli utilizzi per detersivi, tinte e colori, solventi e inchiostri.

Parliamo dunque di una produzione polivalente che, grazie anche all’entrata in vigore della legge 242 del 2016 sulle “Disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa”, ha permesso il rilancio di un settore che fino agli anni Cinquanta era un cardine della nostra economia.

L’Italia, infatti, era il secondo produttore mondiale di canapa dietro l’Unione Sovietica con 100.000 ettari seminati e un milione di quintali prodotti.

Per il settore primario, infatti, questo nuovo sbocco potrebbe allargare il giro d’affari e portare almeno 15 mila posti di lavoro.

La canapa, insomma, una grande risorsa che vive la sua nuova età dell’oro.