Le mie notti

Questa notte non riuscivo a dormire. A volte mi capita. Non prendo sonno oppure mi sveglio e il flusso dei pensieri mi scorre accanto come un ruscello di montagna. Una volta avrei detto come un molestatore irriverente. Oggi, con un po’ più di pace, dico un ruscello che scorre e mi passa accanto ma il cui rumore ascolto quasi volesse dirmi qualcosa. quasi con amore.

E allora la notte, certe volte, non diventa un incubo ma si trasforma in una piccola magia. Eppure i pensieri sono sempre velati di nostalgia e di malinconia. Rivado indietro.

Stanotte pensavo a come era diversa la vita. Mondano non sono mai stato. Però uscivo la sera, a cavallo della mia Supertenere, una birra con un amico o con un’amico, dalla mia ragazza, cose semplici ma “identitarie” a cui ancora oggi va il mio pensiero. Pensavo anche a cose comuni. Tipo: arrivavo qualche volta più tardi del solito e parcheggiavo la mia R4 lontano dalla via in cui abitavo.

Mi piaceva tornare di notte e camminare, come sempre, ascoltando solo il rumore dei miei passi. Il silenzio della notte una volta lo adoravo, oggi è meno “spensierato”. Sono anche i tempi che sono cambiati. Camminare per parecchio di notte, da soli, non so quanto sarebbe salutare. Però era bello una volta.

Come i rumori della notte. Mi piaceva, ricordo bene, dormire con la finestra aperta d’estate e dialogavo nel silenzio della mia stanza con lo zampillare di una fontana mel giardino del palazzo dove abitavo con i miei, pensavo ai pesci rossi, mi alzavo per giardarli dall’alto e mi rimettevo a letto.

E continuavo a dialogare con la fontana che scrosciava. Oppure rientrare a casa quando abitavo da solo, aprire la porta e immergermi nel buio della casa e guardare dall’alto i monti dei castelli Romani. Abitavo ad un terzo piano che in realtà era molto rialzato e godevo di un panorama intenso.

Rientravo in casa, mettevo la mia musica di sottofondo e rimanevo almeno un’ora prima di andare a dormire così, tra sguardi amorosi con la notte e con la musica nella mia beata solitudo.

Passa il tempo, passano molte cose e rimane giovane chi non dimentica. Questo rapporto con la notte è una costante della mia vita. Non la notte dello sballo ma la notte dei pensieri.

Ricordo anche la notte prima del mio esame di maturità. Siamo nel 1983. Sono andato al mare per staccare dallo studio. Mi sono ustuionato e passo la notte ad ascoltare Pink Floyd. Sempre guardando la fontana coi pesci rossi.

E ripenso a quando non chiudevo la porta della mia camera quando abitavo ancora con i miei genitori. Rivedo la luce accesa della camera da letto dove mio padre legge fino a tardi. Ecco, mio padre è anche quella luce nella notte e lo è ancora. Quando sono a letto mi pare di verla quella luce accesa.

O anche quando viene a controllare per rassicurarsi se sono rientrato. E forse viene ancora perché i morti non ci abbandonano mai. Oppure quando facevo i concerti. Torno tardi. Non ho sonno e mi butto a leggere. Ho passato le mie notti migliori così.

O quella volta in moto in Abruzzo per vedere la luna e le stelle agli Altipiani delle Rocche o al mare a Santa Severa a sentirne il profumo. O magari a godersi un bel film fino a tardi. Ancora oggi per me l’orario ideale di un buon film inizia alle 23. Braveheart, film che ho amato, lo vidi fino alle 2 di notte, preso in cassetta.

Quando ovviamente non ero in deliziosa compagnia a fare in modo che la notte non finisse mai. Che già da solo mi inebriava, figurarsi con la compagnia. Ricordo ancora a fare mattina davanti al camino acceso e a vedere le nostre ombre proiettarsi sul muro mentre il fuoco arde. In tutti i sensi.

E ho anche pensato a come mi piaceva prendere la moto o entrare nella macchina fredda d’inverno e sentirne il calore, accedendo la mia solita musica, guardando le luci del cruscotto. Guidare di notte, dopo una giornata di lavoro, tornando a casa da Formello. A volte, tutto questo mi manca molto.

Forse la cosa peggiore del tempo che passa è che il vissuto esiste e come ricordo è presente, è vero, è bello. E la vita ti insegna che ogni giorno può essere straordinario. Solo che non sai quando. E la notte certi ricordi ti abbracciano ma ti danno anche qualche sospiro. Ma va bene così.

Maturità spirituale è dire grazie, starsene in silenzio, essere umili, divenire selettivi ma inevitabilmente, farsi consapevoli. Che serve mettersi nei panni degli altri tante volte e che bisogna godere di ogni attimo perché almeno la notte si possa uscire dagli incubi, sognando un po’. Con qualche ricordo e con la speranza che ne arrivino altri. Di momenti da ricordare e da starci sveglio, la notte, in compagnia di me stesso e di ciò che ero e di ciò che sono diventato.

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Viaggio intorno agli anni Ottanta

Abbiamo bisogno di spensieratezza. Io, che sono figlio degli anni Ottanta, mi traghetto molte volte col pensiero a certi momenti. La musica l’ho vissuta dal vivo negli anni Ottanta. Suonavo e facevo concerti. Era davvero un “nuovo miracolo economico”, non di quelli alla berlusca o forse è solo la mia nostalgia di gioventù a farmi idealizzare gli anni Ottanta?

Tutto comincia dopo i mondiali del 1978. Il Settantasette e il punk stanno per diventare post. Ai mondiali di calcio l’Argentina ha battuto in finale l’Olanda di Re Cruijff, che però non gioca per protestare contro il Regime, alla sua seconda finale dopo quella con la Germania del 1974. Non c’è niente da fare.

L’Olanda gioca un calcio strepitoso ma per due finali consecutive si trova davanti la Germania di kaiser Franz Beckenbauer e l’Argentina del Conducator Menotti, quella che fuma in giacca blu in panchina e sembra un ufficiale nazista. Gli argentini lo sanno, di essere protetti, al governo ci sono i generali di Videla e i giocatori menano più dei “falconisti”. L’Italia sarà l’unica squadra a battere l’Argentina campione del mondo e il calcio azzurro del 1978 sarà, a mio avviso, il più bello giocato dall’Italia in tutta la sua storia.

Io vado a scuola. Passo dalle medie al liceo e in un attimo mi ritrovo alla maturità classica. È il 1983. Ci si riunisce a casa di una nostra amica, punk e post-punk, ad ascoltare musica e a guardare Videomusic. Pippi, come è soprannominata questa straordinaria amica, icarna alla perfezione l’energia tutta anni Ottanta, tiene banco tra proposte di nuovi gruppi e sberleffi alla Ruota della Fortuna condotta da SuperMike. Pippi si veste come Howard Jones.

La situazione politica è quello che è, tra rapimento Moro, Ustica e strage di Bologna, fatti che solo apparentemente appaiono disgiunti. In ogni caso, si parla ancora di politica quando decenni dopo troneggerà il regno della fuffa e dell’imbroglio.

Paninari, pensiero positivo, edonismo reaganiano, drive-in e il rock-barock delle discoteche con le feste ad ascoltare Falco, gli Alphaville, Pop Muzic, i Duran Duran e gli Spandau. Tanto per citarne alcuni. Il conflitto nella testa che avviene tra ciò che vogliamo ricordare e ciò che vogliamo dimenticare, nel caso degli anni Ottanta per me è solo ricordare.

E il ricordo diventa mito. Forse perché è più facile idealizzare il passato, forse perché la nostalgia canaglia fa parte di me, tant’è che la storia degli anni Ottanta con le proprie contraddizioni e rivoluzioni mi affascina.

È indubbio che la spensieratezza di quegli anni giochi un ruolo fondamentale. Il potere esercitato sull’immaginario collettivo riesce ad influenzare ancora il presente. Molti più, almeno per me, degli anni Sessanta, che mi dicono poco, e degli anni Settanta che, se non fosse per qualche gruppo e celebrità musicale, mi dicono zero o quello che non vorrei sentirmi dire, cioè, lasciamo perdere.

L’impegno sociale negli anni Ottanta comincia a trasformarsi in un riflusso nel privato e nella ricerca di un espressione artitstica personale. Io ascolto molto i Japan e i Police. Le zazzere colorate di David Sylvian e dei Police sono un’icona. Ricordo ancora quando in un concerto in piazza ci presenteremo con il mio leggendario gruppo anzi complesso, come si amava dire, The Panjandrum, new-wave allo stato puro, ci presentiamo sul palco in chioma rosa fucsia. Nel 1984 la mia prima automobile, renault 4GTL blu, nuova, 4 anni di rate, 250 mila lire al mese con tanto di bollettini postali.

Come ha detto uno dei guru di quegli anni Roberto D’Agostino (chi non ricorda una trasmissione cult come Quelli della notte?) si passa “dal sinistrismo al narcisismo, dalla rivolta a Travolta“. In realtà, forse, una ribellione c’è ma è diversa.

Il riflusso nel personale avviene perché gli anni Settanta, tutti sesso, droga e rock&Roll, (mi regalano il 45 di Ian Durie in terza media quando vado in gita a visitare la casa discografica RCA, alla faccia che eravamo adolescenti invitarci subito allo sballo ipotetico) e i Sessanta con la Rotonda sul mare hanno fracassato i cabbasisi a parecchia gioventù. Forse. E allora, si vuole altro.

Intanto una ricomposizione colorata di tutta questa drogatissima disperazione degli anni di Manson e dell’hippitudine che di gaio aveva poco. Se non l’evasione nell’amore libero. Negli anni Ottanta passiamo dai Sex Pistols ai Duran Duran, le giacche hanno spalle imbottite, il look ha la sua importanza ma non siamo ancora al delirio ossessivo-compulsivo dell’attualità aristo-dem e fintamente proletaria, caratterizzata dai tratti esotico Piazza di Spagna.

No, il look diventa parola magica e collante sociale. Non più oppostui estremismi. I giovani si distinguono per lo stile di abbigliamento e il pensa positivo diventa un imperativo kantiano perché il futuro è nell’immediato. Sono gli anni della Thatcher e di Reagan che se la intendono. Il presidente americano taglia del 25 percento l’imposta sul reddito d’interesse, aumenta le spese militari e annuncia l’uscita dalla recessione. Sembra un trionfo. In realtà, lascerà un debito pubblico enorme.

In Italia è l’epoca del motto “Torna a casa in fretta, c’è un biscione che ti aspetta”. nascono le tv private, il commodore 64, al cinema abbiamo Blade Runner, Guerre Stellari, E.T. e Ghostbusters. Il Boss e Madonna dettano legge. La Veronica Ciccone arriva anche in Italia e nel 1987 il concerto di Torino viene trasmesso in diretta tv con oltre 14 milioni di telespettatori.

Lo scenario me lo ricordo, insomma, più che di anni felici, di anni spensierati. Che, considerando la vita, è già una grande ricchezza visto che con l’aumentare della consapevolezza e dell’età i pensieri mordono. Avrei voluto infiniti gli anni Ottanta. Mai finiti, come la mia gioventù, pur non essendo stata facile ma semplicemente gioventù.

Gli anni Ottanta terminano con il crollo del Muro di berlino, il 9 novembre del 1989. Io parto per fare il militare a dicembre del 1989, 9° contingente 89, Cavalleria. Prima di finire ai Lancieri di Montebello farò un mese di CAR a Falconara, il posto più freddo del mondo con le pozzanghere ghiacciate alle 11 di mattina.

Nulla sarà più come prima. Sia per il mondo che per me. Le macerie del muro cambiano tutto, il futuro si fa incerto, tangentopoli non ci porta una minchia, solo una classe politica più inetta e spudorata nel rubare, come ha detto Piercamillone Davigo.

Il rock-barock diventa minimalismo, arriva l’esotismo che fa tendenza e il desiderio di cancellare tutto ciò che siamo. Finisce la guerra fredda e inizia la dittatura su cui aveva ammonito Junger: tecnologia e finanza che sono il Grande Leviatano.

Il mito si fa ricordo. Io finisco il militare nel 1990. Mi diranno: divertiti ora che dopo il militare cambia tutto e sarai più vecchio. La banalità del bene penso io. In effetti, tutto cambia dopo il 1990. Mi laureo, anni dopo, tra mio padre che mi vuole nella sua atttività e io che appena posso scappo, inizio il precariato militante come giornalista, un precariato mai finito.

Forse aveva ragione lui che mi voleva avvocato ma in fin dei conti al negozio con lui e basta. Inizierò a fare il giornalista precario solo anni dopo che lui se ne va. Non riesco ad abbadonarlo e sono lacerato tra i miei sogni di scrivere e il dovere di stargli accanto. Rimango, oggi, un giornalista atipico che crede poco al giornalismo indipendente con tanti sogni e che non perde la speranza.

Non di avere un contratto, per carità e chi ci crede più. Di continuare ad avere fiducia, a non dermodere, a non cedere al demone meridiano della disperazione. Che certo, il mondo dopo gli anni Ottanza, con i minchioni che ci hanno portato in dono, è un mondo che un pochino rischia di essere “disperante” e straccione. Mentre negli anni Ottanta eracamo tutti Wild Boys, mica Yuppies. Pessimista? Beh, un po’ sì, sono finiti gli anni Ottanta.

 

 

Siate ribelli, vivete eleganti

Mi aggrappo al mondo per capirne il senso. E questa nostra epoca, ribalda di mediocre sciatteria esistenziale, di conati ininterrotti di idiozia politica, non la capisco. Che fare? Scrivere, leggere, ascoltare buona musica, vedere bei film, camminare, circondarsi di persone belle, quelle che come fiori eleganti e colorati, sono in grado di emanare il profumo della vita.

Bene. Come sempre parto da lontano per una delle mie dissertazioni nostalgicononsoquanto di qualcosa che intuisco e presagisco e a cui mi arpiono. Eleganza sì ma un mondo forse da me troppo idealizzato in ogni caso pulsante qualche alito in più di bellezza. Soffro il caldo, soffro la massa, soffro il rumore, soffro la sporcizia e talvolta mi blocco. Come l’aorta di un infartuato mi ostruisco da solo e dico stop, è tempo di guardare altrove.

Come ora, mentre scrivo. Dopo aver letto e sentito coglionate su coglionate, l’oscar del coglione probabilmente del 2018 va a tale Ariano di cognome andate a leggere perché, mi metto a guardare un film. Totò, la Banda degli Onesti. Per parlare di eleganza parla da qui. Eleganza come rispetto e come dignità. Moltissimi film dell’Italia del dopoguerra sono pregni di questi valori.

Quando ancora non ci si doveva vergognare a sentirsi italiani senza essere fritti e rifritti nell’unto retorico delle censura antisovranista, io che aggiungo, sono pure regionalista, umanista, unitista nella diversità più diversa. Ebbene, l’umile portiere, Totò, mio adorato, il tipografo, Lo Turco e il pittore, Cardone, sono degli squattrinatissimi galantuomini alle prese con la vita.

Non quella di oggi che lascia le ditate sul cellulare e la muffa sul passato. No, quella di un tempo dove anche le persone umili indossano la giacca, il cappotto, hanno il dovere di un’alta tenuta. Ecco, quanto sia elegante questo film di Totò, come tanti altri di quel tempo, la dice tutta su come questo paese, un minestrone scalcagnato di finta umanità, paese che oggi ti fa venire voglia di essere come Pizarro con Atahualpa e ti monta la nostalgia pure per Zaccagnini.

La realtà orrida è che nemmeno puoi insultare come vorresti (non sarebbe elegante) tanti di questi pupazzi della politica e ti accontenti di pensare a quello che avranno detto i tifosi al povero Ventura che gli ha cannato i mondiali. Andiamo avanti. C’è un’aria in questi film di alta tenuta appunto, di resistente dignità allo sbarco del Lunario che, in pratica, Salvate il Soldato Ryan nella scena iniziale con i tedeschi che falciano gli americani sulle coste della Normandia, ci fa la celebre pugnetta.

Proprio come i nostri amati tempi, che se salti su un autobus, tra odori e serenità di viaggio in certi contesti, sei come un narcotrafficante incazzato che si guarda il suo bel campetto di coca sotto sequestro o come l’equipaggio del barchino di oggi a cui sono stati “zottati” 200 milioni di euro di hashish. Cronache moderne dell’intestino crasso, non c’è che dire. E ti chiedi: comme finirà sta cazz di epoca?

Proseguendo, e tornando al concetto di eleganza, sulla Banda degli Onesti sono tutti eleganti, badate bene, nella miseria: dai protagonisti ai sottoposti, i bambini figli del portiere Totò, il cavaliere che ha lavorato al Poligrafico dell Stato, la moglie tedesca di Totò, il ragionier Casoria che ruba sui bilanci del condominio, Michele, il figlio grande finanziare di Totò, il tabaccaio, Marcella, la figlia del tipografo Lo Turco, Peppino De Filippo, Mustafà, il cagnolino della famiglia Buonocore.

Insomma, un’orgia di bellezza semplice dove il mio orgasmo è essenzialmente aristocratico e si chiama estasi, senza farsi troppe risate. Arrivando ai giorni nostri, non è possibile non rilevare, per chi ha simili orgasmi, ben altra cifra rispetto all’attualità tipo, notizia fresca,  dell’inaugurazione di bordelli con bambole in lattice.

Rimpiango Playmen, dove per altro, senza occuparmene direttamente, ahimé, ho lavorato per 15 anni. Con la casa editrice che lo inventò e produsse per circa 40 anni.  Con le bambole di lattice e molte altre cose, direi,  siamo alla frutta, direi alla sambuca con tanto di mosca. La dittatura militare della mediocrità trasborda in tutti gli ambiti del vivere “incivile”. Siamo agli avanzi estetici, alla volgarizzazione dell’essere di cui la vita politica è solo la punta non dell’iceberg ma di un’altra cosa dal colore diverso.

Per carità l’è dura per tutti. Pure per queste nostre facce di water che rumoreggiano aria dalla bocca soluzioni politiche. Ma ci siamo abituati alla sciatteria esistenziale, è un dato, dove il trash semplifica ciò che è complesso per ridurlo in poltiglia. Non dico di educarci ad una alterigia aristocratica, no, non questo.

Ma un ritorno alla semplicità disvelatrice di valori fondanti come rispetto e dignità, questo si. E rispetto e dignità passano anche attraverso la cura di sé. Non a caso il buon Schopenauer, immancabile in libreria vicino alla cassa nelle edizioni Newton Compton, tuonava che “il corpo è l’oggettità della volontà”. Se il corpo l’abbiamo, vale la pena di farne uno specchio, tiè per i più elitisti, pure santificarlo.

Pensiamo alla padronanza dell’italiano degli studenti di una volta. Penso allo splendido film Mio Figlio Professore con Aldo Fabrizi e il confronto non regge. Costruzione dei periodi e vocaboli sembrano il Generale Cadorna a Caporetto, quello che “non sapeva mordere”. La visione del mondo era molto più complessa e articolata e questo accadeva in una società dove ancora l’analfabetismo era dilagante.

Cosa siamo diventati? Eleganti affettati col rolex cinese o finti proletari? Peggio, rischiamo di morire “aristodem” ed era molto meglio perir dademocristiani, come si diceva un tempo, sui baffetti di Fanfani.

L’eleganza in architettura? Vogliamo parlare del razionalismo dell’Eur o di quella che una volta era la stazione Termini dove ci si vedeva alla lampada Osram per sperare in un bacio e ti drogavi al massimo di Luneur? Oggi la Stazione Termini da sintesi architettonica tra classicità e futurismo è divenuta l’incarnazione di quella tendenza che Massimo Mantellini ha stigmatizzato nel volume Bassa Risoluzione come la volontà di sostituire beni e servizi esistenti con tecnologie di scarsa qualità. Il trionfo dell’americanismo con luci e lucette da postribolo in stile Las Vegas.

Una sensazione di scoramento ti prende quanto ogni traccia di bellezza, di quella che Agostino definiva Pulchritudo dei, armonia delle forme che proviene dalla grazia, la noti “occupata” dallo scadente e dal volgare, deturpata dall’incuria e dal menefreghismo. Sostanzialmente è per me un due di coppe con briscola a bastoni vedere questa trasformazione in atto.

I due Moloch, indifferenza e irrealtà, da cui molti fariseucci, soprattutto nelle alte sfere, sono posseduti, è un altro dato di fatto. fa più comodo cenare in terrazza con la quinoa ecosostenibile e parlare dei ceti poveri, malcelando un disprezzo di classe verso le periferie che non frequentano, giammai. E l’irrealtà in cui vivono frammista all’ipocrisia, li fascia come lo zucchero filato intorno allo stecco e non vedono, non sanno, non sentono. Fanno slogan o si stracciano le vesti. Se ne fregano, tanto hanno mutande di velluto. I nuovi ricchi cafonal.

Insomma l’unico antidoto a questi miasmi è la ricerca della grazia, la volontà di incarnare un po’ di armonia. Il cruccio degli intellettuali una volta era l’omologazione che oggi van predicando. Pasolini denunciava la perdita delle tradizioni popolari, dei dialetti e dei costumi del popolo mentre il progressismo militante voleva educare il volgo, per fare dei proletari i nuovi borghesi.

Il risultato è stata una evidente perdita di gusto e la costituzione di una ampia massa di arricchiti che di eleganza e cultura poco sanno. Ricordiamo le parole di Leo Longanesi: “Non c’è più fantasia, i nuovi ceti non sanno che farsene della fantasia. I grandi problemi della produzione, i monotoni miti dei nuovi ceti non tollerano più la fantasia. Tutto è destinato a ubbidire alle leggi del peso e della quantità. Oggi si procede soltanto a miliardi e tonnellate. (…) Si tende a mettere tutto in scatola: idee, frutta, sentimenti, carne. Non c’è posto per la fantasia, che è figlia diletta della libertà”.

O leggiamo Arbasino: “Il tipico ghignetto di saputaggine complice, da parte degli intellettualini di merda, che si sentono maestrini à penser quando colgono un amaro sarcasmo di èlite dentro lo schizzetto cheap di bile di massa”. Il gusto è un’altra cosa. Si chiama fantasia, tradizione, eleganza non formale. Bisogna opporsi all’omologazione con la capacità di uscire dalla marmellata, dal magma delle parole tutte uguali che sintetizzano la povertà vera di ciò che dentro si porta.

Una battaglia che è una questione di stile. Un modo per stare al mondo, comunicare coi vivi, ricordare i morti e fare testimonianza. Gentilezza, modi semplici, cordialità spontanea e attenzione ai dettagli. Mi tocca ancora citare Pasolini: “Ora, uno dei luoghi comuni più tipici degli intellettuali di sinistra è la volontà di sconsacrare e (inventiamo la parola) de-sentimentalizzare la vita. Ciò si spiega, nei vecchi intellettuali progressisti, col fatto che sono stati educati in una società clerico-fascista che predicava false sacralità e falsi sentimenti. E la reazione era quindi giusta. Ma oggi il nuovo potere non impone più quella falsa sacralità e quei falsi sentimenti. Anzi è lui stesso il primo, ripeto, a voler liberarsene, con tutte le loro istituzioni (mettiamo l’Esercito e la Chiesa). Dunque la polemica contro la sacralità e contro i sentimenti, da parte degli intellettuali progressisti, che continuano a macinare il vecchio illuminismo quasi che fosse meccanicamente passato alle scienze umane, è inutile. Oppure è utile al potere”.

Concludo questa ampia dissertazione che vi avevo promesso, sperando di non aver abusato della vostra pazienza, con una frase Siate ribelli, vivete eleganti.

Ciclovia del Piave, nuovo articolo su Scrittore In Viaggio

Il “fiume sacro alla patria”, il Piave, mi emoziona. Molto più delle frasi di Mattarella sulle italiche sorti, ci vuole poco, molto di più delle fisime calcistiche per quello che oggi il calcio è divenuto.

Ho appena pubblicato un articolo sul mio sito dove parla di percorsi a piedi e in bicicletta in compagnia di Sua Maestà, il Piave appunto, con tutto quello chye, almeno per me, rappresenta.

Attraversare 220 chilometri di natura, storia patria, arte e cultura, a piedi o in bicicletta, non fa differenza. Si chiama bellezza. Una bellezza speciale perché porta tante riflessioni. Anche su 650 mila italiani che non ci sono più e che trovarono sul Piave il loro tragico destino. Anche se oggi, è forse ancora più tragico, aver timore di pronunciare la parola sovranità e sentirsi subito “fuorimoda”.

Chi se ne impipa. Le radici profonde non gelano e io, pur romano di tante generazioni, ho le mie radici anche laggiù. Buona lettura e al prossimo articolo qui. Sto meditando di scrivere qualcosa sul concetto di eleganza, almeno per come la intendo io. Spero che vi piaccia.

 

Audiolibri, una piacevole scoperta

No, vabbé, chiamatemi folle o come meglio credete. C’è gente che quando prova conati di angoscia, si abbarbica sui rovi della malinconia, si butta giù. Oppure per non pensare se la beve, se la fuma, si incoccia sul pornoweb, per non dire di peggio. Che ti faccio io? Mi sparo un audiolibro, mi inietto nelle vene una voce teatrale che mi inebria, una storia struggente e via, l’angoscia si ritrae, come un demone scornato.

Vi ho già accennato a questa piacevole scoperta. Ma dalla prova gratuita che ho effettuato su Audible allo sborso di 9 euro al mese per fare incetta di titoli, è un attimo. E mi sono convinto. Alla faccia di un ebete sputasentenze che incontrai una volta per lavoro, in una di quelle tavolate da rincoglionimento tale che passare all’Isis e farsi esplodere, sarebbe stata un’alternativa.

Asseriva, come un guru alla vaccinara anzi alla quinoa, visto il tipo, che questo no, e queest’altro pure, e Amazon, e il capitalismo e ci vuole una moneta alternativa, tutte cose sacrosante per carità, macchecojoni, con licenza parlando. Poi scassa i maroni su Amazon e lo vedo sedersi all’uscita sulla cadrega del Nissan Quasquai a suvvettare l’asfalto, coerenza da borotalco, di qua e di là.

Insomma, ebete a parte, se l’ebook ha fatto praticamente la fine di Renzi, per i classicisti sovversivi l’audiolibro è si una scoperta ma qualcosa che sembra venire da molto lontano. Intanto quando mi cuffietto e mi concentro sull’ascolto, mi sento come un inglese la sera davanti ai bollettini di Radio Londra. Massima attenzione, fottiti malinconia. C’è altro a cui pensare.

Ad esempio, dopo la lettura ascoltata di Pinocchio, ora sono ad uno dei romanzi più belli che abbia letto in passato: La Storia di Elsa Morante. Narrato da Iaia Forte con la sua splendida voce di attrice di teatro, davvero, sono momenti e sono soddisfazioni. Ce ne sono di titoli su Audible. E dire che La Storia alla sua prima lettura, 126 capitoli, mi entro davvero dentro. Un libro ricolmo di ricordi con mio padre a parlarle per ore, su una descrizione o su un’altra.

Oggi sono arrivato al capitolo in cui nasce il piccolo Giuseppe Felice Angiolino, figlio del soldato tedesco che usa violenza alla dolcissima Iduzza. Ecco, quando si dice struggente, struggimento, intenso, tormentoso, dolce, ecco tutto questo è La Storia del piccolo Giuseppe.

Ascoltato in totale immersione è malinconia che si trasforma nel cuore pulsante della vita, nel corpo che viene alla luce, nell’anima che risplende perché viene dalla luce. Un conato di nostalgia e via. Il ricordo, una voce, un attimo ben speso compensa ogni urto, lenisce il percorso, un antidoto dove anche la speranza prende le ali, così, solo perché c’è qualcosa che ti fa stare bene.

Anche un audiolibro può condurti a questo attimo. Dove i sogni si fanno passato, i morti dialogano, Elsa Morante mi pare di vederla scrivere, le memorie, di gioventù e di eternità, si fanno militanza, lotta, passione, amore, desiderio, studio, lavoro, riconoscimento.

Dove accoglienza significa prima di tutto essere lì, dove tu sei stato e sei ancora per ciò che vedi del tuo vissuto. E sei anche capace di ascoltarlo senza più litigarci. Come un audiolibro, si, proprio come un audiolibro.

Buona serata.

La grazia da un pomodoro

Il nuovo che avanza? No, il distacco. Rifletto e allora scrivo. Come sempre da piccoli atti, distillati quotidiani di vita, sgorga quell’attimo. Di grazia. Non una botta di culo, per carità. No per quella bisogna nascerci. Solo consapevolezza e presenza a me stesso. Che è molta più ricchezza del suddetto culo.

Sicuramente nella vita occorre fortuna. Ma prima di tutto, servono forza e  consapevolezza. Il culo non dura tutta la vita, forza e consapevolezza sono le magiche ancelle che danno all’età lo splendore della gioventù. Preferisco che di me si dica “mancò la fortuna, non il valore”. Piuttosto che “ebbe un gran culo”.

Il fatto quotidiano? Non il giornale ma una cosa semplice. Mi fermo in campagna dove capito per alcune cose da fare in zona. Una bancarella di frutta e verdura. L’ape regina, si chiama, già il nome mi piace.

Adoro comprare frutta e verdura, adoro i colori. Agguanto un pomodoro come fosse pane. Mi inebria il profumo, lo accarezzo, come pelle viva. Un pomodoro, estetica intellettuale della terra. Appunto come la grazia del pane.

Prendo friggitelli, pesche, un cocomero piccolino, mi accorgo di avere a disposizione una ricchezza da autentico re. Non è retorica. Penso a chi è malato, a chi ha problemi seri con la vita e con i suoi giorni, al mondo che latra e che soffre, guardo questi pomodori e me li immagino spaccati con olio, sale e basilico e trovo il mio reame.

Poi rifletto sui giorni che passano. Non ho alcun nodo alla gola ma solo presenza. Penso a me stesso e a ciò che sono diventato perché su me stesso ho imparato a contare. Il distacco, non mi arrabbio più. Quando sperimento, umana vita, come è difficile avere un po’ di “grandeur” non rimugino più, non mi corrodo davanti alle piccole meschinità.

Semplicemente vado oltre e penso a una bruschetta e a un bicchiere di rosso. C’è che si vende per niente, chi non ha niente da vendere ma vorrebbe imporre se stesso, c’è chi si dà arie di superiorità dall’alto della sua inferiorità, chi compete con tutto ciò che si muove, chi sostituisce un eroismo alla gioia della cooperazione, c’è chi non dimentica e si contorce di pensieri neri e non vede altrove, c’è chi sorride e finge, c’è chi erutta inconcludenza, chi la vomita, chi la sbandiera, c’è il lavoro recitato e chi vorrebbe vendicarsi della propria irrisolutezza sul primo che passa c’è chi si lamenta, chi attacca, chi fa violenza, chi semplicemente non guarda.

Ecco, io ho messo un punto a tutta questa emotività negativa. Lascio correre per immergermi nell’attimo dove essere presenti con tutto ciò che sei, crea come un cristallo magico. Ho imparato a starmene per conto mio, sia quando sto bene, sia quando sto male. E scelgo. E non fingo. Che le cose vadano alla grande per pomparmi l’immagine, né che non vadano. Semplicemente guardo poco a quello che gli altri pensano e che determinano.

Anche a chi sorridere, non dispenso più regali simili. Un sorriso ha potere, fa bene, va donato a chi lo apprezza. Mi faccio sempre più essenziale, elimino, scanso, seleziono, più tolgo, più metto.

Tolgo chi non ha rispetto, chi non lo dà a chi rispetto, a ciò che amo, tolgo gli isterici, i senza dialogo, i millantatori, i disturbati, gli egotisti, i “io so io e voi non siete un… “, aggiungo i sensibili, i solitari, i folli in cerca di una spiegazione, di un senso, di armonia, del profumo di un limone e di una mano da stringere.

Ecco, questo essere nelle cose, questo avere realmente presenza sul momento, credo che riesca a rappresentare abbastanza bene cosa sia distacco. Non farsi più travolgere dal negativo, dallo scontato come se la vita fosse infinita. Le paure, è vero, rimangono ma allentano la loro morsa sfacciata e urticante.

Si chiama vita, si chiama spero, si chiama fede o fiducia. Evadere dalla realtà non ha senso quando sei capace di attraversarla la realtà e immergerti nell’attimo. “O vita o mia vita”, diceva il professor Keating citando Whitman. Non solo possiamo contribuire con un verso ma possiamo dare gioia al ricordo senza vivere nel passato.

Ho imparato a pensare a chi non c’è più. A farlo vivere dentro di me. Penso a mio padre, alla nonna giornalista che mi fece entrare al Corriere dello Sport ma io, zuccone, non amavo il calcio e mollai.

Ho imparato a riconciliarmi con tante cose. A vivere di ciò che sono capace di scorgere e di apprezzare, di vedere e di abbracciare. Un antidoto ai veleni del mondo, la speranza che il veleno si ritragga. Ho imparato anche a sorridere alle mie malinconie senza più cercare sfoghi. Semplicemente aspettando che passi.

E poi a starmene lontano, il distacco appunto, e a preferire la compagnia di un pomodoro o di un animale, alla vuota presenza dell’irrisolto. E a sperare sempre, che vengano i giorni di ancora più presenza, non di vane illusioni.

Sono grande per credere all’irreale. E’ la realtà a cui possiamo dare forma. Scegliendo il giusto, il buono e il vero, la Trinità della bellezza che talvolta diviene amore. Amore per i giorni, per i minuti, per le cose che ci passano davanti, per i piedi che ci sostengono, per gli occhi delicati e buoni che incontriamo.

Io che cerco sempre che ci sia buono, io che vado al mare con gli audiolibri e mi immergo nell’ascolto, passando dal Deserto dei Tartari, ai Promessi Sposi, ai gialli per arrivare a Pinocchio e quando si commuove Mangiafoco mi commuovo anche io.

Ecco che allora, la mente ritorna a certe giornate che ho davanti come un film. Io che finisco di studiare, mia madre affaccendata, mio padre a lavoro. La mia stanza, un po’ di musica, poi buttato in terra o sul letto a leggere Zagor o Pinocchio.

In attesa dell’appuntamento atteso di fine giornata: ore 19.20 Happy Days da veder con Fabio, mio vicino di casa e oggi ancora amico che quando ci vediamo, sembriamo ancora quelli che passavano le serate sulle scale a parlare.

Poco di donne in senso maschile, molto dei progetti e delle cose che volevamo fare. Ecco mi pare di vedermi, anche ora che scrivo. Aspettare Happy Days e leggere Zagor che ancora oggi preferisco alla lettura di tanti giornali. Mi pare di essere lì, in quella stanza.

Poi, finito Happy Days, partiva la sigla di Almanacco del Giorno dopo. Ci si preparava per la cena, si aspettava mio padre. Dopo cena, tv intelligente e parlare con mio padre, dibattere, oppure ancora musica in camera e qualche telefonata o insieme a Fabio sulle scale, intabarrati nei nostri pigiami.

Ecco la grazie, fare del ricordo, il presente, una identità. Oggi, a questo proposito, leggevo uno dei post compulsivi di una “amicizia” Facebook: quando nasci ti danno un nome, una identità, una religione, una razza, una nazionalità e finisci per difendere tutta la vita una identità inventata. Di castronerie ne leggo ma questa di acchiappaclick è da Oscar. Come se dovessimo essere tutti “figli di nessuno” per stare meglio.

Ecco i miei ricordi mi danno un’identità. Tutti desiderano avere ricordi, sentirsi qualcosa. La negazione di questi fattori, anche quando le identità sono difficili da pacificare, si chiama sofferenza.

Si chiama psicofarmaco, si chiama psicoterapia. Io riguardo la mia stanza, ripenso anche alle mie angosce. Ma il tempo mi ha portato ad essere nel presente e a godere di quello. Di un pomodoro e di chi, come me, ne accarezza le pelle e ci sente l’estate.

Del resto, dopo tutto, che importa?  Edgar Lee Master nella celebre Antologia di Spoon River scrive in una delle poesie che amavo di più, allegrone: “quando ero giovane avevo ali forti e instacabili e non conoscevo il mondo. Quando fui vecchio, le ali stanche non tennero più dietro alla visione”.

Ecco, non voglio perdere la visione e fare in modo che le mie ali tengano. Per questo guardo al presente, accarezzando ogni ricordo e ogni momento. Vedo, spero.
Buona serata e spero di non avervi annoiato.

 

La Rivoluzione delle api: intervista e recensione

Quando si ha passione, si va avanti sempre. Il senso di un lavoro fatto bene è tra le migliori soddisfazioni. Anche quando talvolta al posto delle pacche sulle spalle, servirebbe anche altro. Ma non è questo. E’ che bisogna credere in quello che si fa.

Io ad esempio, lo sapete, amo dare voce alle cose belle, a quelle interessanti. Ho pubblicato ora su Green Planet News l’intervista a due giornaliste giovani e gagliarde, Adelina Zarlenga e Monica Pelliccia, che hanno fatto il giro del mondo raccogliendo storie per testimoniare l’importanza delle api per la nostra salute e per l’ambiente.

Lo stile è avvincente, narrativo, sempre approfondito e documentato, una via di mezzo tra la pappa reale intellettuale e il new journalism alla Truman Capote.

Il libro si intitola La Rivoluzione delle api. Come salvare l’alimentazione e l’agricoltura nel mondo con prefazione di Vandana Shiva. Le api sono il termometro dell’ambiente. Se stanno bene loro, stiamo bene anche noi.

Nell’intervista sono emersi alcuni punti importanti: i pesticidi stanno distruggendo l’agricoltura, quello che acquisti da una parte ha inevitabili ripercussioni su un’altra parte del mondo.

Significa che dobbiamo diventare tutti più consapevoli su cosa acquistare, prediligere il chilometro zero, scegliere prodotti locali e di fiducia, cambiare mentalità, scegliere una agricoltura alternativa.

La sfida, su molti fronti, si gioca sulla consapevolezza, come amo ripetere. Giova ricordare a questo proposito, quanto asseriva un uomo dall’illustre pensiero come Antonio Gramsci: “Cultura, non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri”.

Salvare le api significa salvare l’ambiente e la nostra sopravvivenza. Buona serata e buona lettura.

Un gioia di guscio

C’è una gioia di guscio
che sforbicia,
quando l’anima,
ingombra,
di inutile chincaglieria,
attraversa il solido delle cose,
senza farsi strascico.
È quando premo il tempo
sotto il suolo della mia fiducia
e la speranza non decade.
È quando al petto aggancio
i fulmini del mio temporale
e faccio strage
di lampi e tuoni,
ridonadomi all’essenza del paesaggio.
lo sciame delle api, la notte delle lucciole,
la lingua sulla lingua,
mentre sogno
di baci estivi e di carezze sulle guance.
Sono spiccioli, ma monete d’oro,
quando mi avvicino
in millimetri,
all’estasi che preme.
C’è ardore, scavando,
un rosso esclamativo che si accende,
una visione della strada,
in un percorso di silenzi e di parole.
Una grotta, un rifugio, un ristoro,
così, da vivere,
in un’aurora che ti piomba addosso,
tutta d’oro,
quanto la mente tace
e anche gli occhi
si aggrappano
a lembi di mondo.
Il respiro si allarga,
dalle viti sale,
una brace che scioglie,
il digiuno di bellezza.
E allora canti,
a squarciagola,
per seminare rose,
dalla gabbia della mia visione.

Non faccio una questione politica ma una domanda

“Temo che la sinistra, privata dalla sua classe di riferimento, il proletariato, abbia fatto dei migranti una sorta di foglia di fico per dimostrare di essere ancora dalla parte dei più deboli. Ma i migranti non sono il nuovo proletariato perché la loro coscienza identitaria non è qui ma altrove.

Hanno diritto a non essere culturalmente sradicati, a meno che non si tratti di una loro libera scelta. Viceversa gli abitanti dei quartieri più poveri in Europa, hanno diritto a non essere sradicati dalle loro usanze da parte di un’immigrazione culturalmente eterogenea. I migranti non risiedono in via Montenapoleone e non portano via lavoro agli amministratori delegati.

Decidere come fanno le élites che il popolo è brutto sporco e cattivo perché non vuole accoglierli è ingiusto. E’ il popolo che porta il peso dell’immigrazione con la perdita di valore del lavoro manuale. La svalutazione del lavoro in questi anni di ordoliberalismo e di euro, è stata possibile solo grazie all’esercito di riserva costituito dai migranti. E’ logico che le élites economiche siano favorevoli all’immigrazione. Le libera dall’incombenza di delocalizzare dove c’è disperazione, portando la disperazione direttamente qui”.

Ora parto da questa considerazione di Carlo Freccero non per fare politica ma per guardare alla realtà. Le elités economiche che sono favorevoli allo sfruttamento delle masse popolari stanno realizzando la società che abbiamo visto ieri all’opera in Francia durante i festeggiamenti. saccheggi, distruzione, caos. Cose che solo qualche anno fa sarebbero state impensabili su Champs Élysèè. Leggo dal commento di una mia amica su Facebook: “Croazia sfortunata. Francia fortunata, forte, multiculturale, che merita la vittoria, ecc.  Ok. ADESSO, TORNIAMO ALLA REALTA’. Questi sono i “festeggiamenti” a Parigi in queste ore. Bande di tutte le latitudini, individui sradicati e senza legge se non quella della propria “gang” che “si divertono” a modo loro. Ma questo é normale – direte voi – dopo le partite tutti si menano. Meno normale é che, in questi giorni, città come Nantes e Marsiglia siano state messe “a ferro e fuoco” da bande di periferia armate di tutto punto (dalla semplice lama al Kalashnikov). Questo é il MODELLO SOCIALE che qualcuno ancora esalta. Fatevi due conti … e levatevi le fette di ideologia dagli occhi, please”.

Sono molto preoccupato per quello che sta diventando l’uomo, per come l’Europa e l’Italia, un paese di rara bellezza, possano arrivare ad essere. Non faccio una questione politica che oggi mi ripugna per quel che vedo. Rimpiango i Berlinguer, i Moro, i De Gasperi, anche gli Almirante e i Craxi,  si anche loro.

Non faccio assolutamente una questione di sesso, religione, razza, e altre etichette che solitamente ci stampiamo a regola per non voler affrontare il problema. Come possiamo costruire una società equa, come evitare che “la banda armata” di individui sradicati e carichi di rancore possano metterci a ferro e fuoco?

Il mio è un accorato appello alla concordia che vorrei ma che non è possibile, mi pare. Almeno non con queste schiere invasate che puntano alla distruzione e alla violenza come linguaggio dell’essere.

Mi chiedo: davvero è questo il futuro che ci aspetta? Spero in una giustizia sociale che possa arrivare a colmare la rabbia questo si. Ma credo anche che di fronte a talune manifestazioni quanto asserito da Rula Jebreal che ha vinto la diversità non corrisponda del tutto a verità. Sento aria di retorica.

Mi pare che ovunque il rischio modello unico incomba: rabbia devastante, saccheggi, caos, divertimento di questo tipo che forse è un tantinello pericoloso valorizzare come risorsa.

Spesso sento parlare deglli anni bui della Repubblica. Del passato. Ho la sensazione che gli anni bui siano quelli che stiamo vivendo. Ho la speranza che qualcosa possa cambiare ma intanto rimango attonito davanti alla norma del caos come istituzione. Capisco la rabbia sociale ma qui c’è qualcosa di più.

C’è un nichilismo che non rispetta nulla, c’è una vita che non conta nulla per tante persone, che usano la violenza contro le donne e contro chiunque come prassi, ci sono istituzioni e persone che non intendono guardare al concreto. Finché non colpisce loro direttamente. Ho un sogno. Che l’uomo cambi e si ravveda. Soprattutto alcuni. E si possa stare insieme non a devastare ma a godersi quel che resta del giorno.

Buona serata e alla prossima riflessione.

Alea iacta est

Verrebbe da dire “Alea iacta est” o forse, più facile, come direte voi, chi se ne impipa. In pratica, ho fatto domanda come ufficiale riservista nell’Esercito Italiano. A 54 anni. Il bello è che il Ministero della Difesa mi ha risposto dicendo che la mia domanda è stata accolta, sono idoneo, insomma. Ora, non so se verrò mai richiamato ma parto da un fatto personale per allargare la riflessione.

Potrei essere richiamato per missioni di tutela ambientale, di supporto nelle zone in difficoltà e altre cose. Fondamentale era che fossi un giornalista laureato in Lettere. Io ho poi l’apparteneza al gruppo etno-demo-antropologico e quindi abbastanza ad hoc. La prima volta che nella mia vita la mia laurea potrebbe servire a lavorare.

Ecco il punto. Scrivere oggi in questo paese è considerata un’attività hobbistica. Anche quando metti tanto impegno e passione. Progetti ne ho parecchi in ballo, in testa, le pacche sulle spalle non mancano. Certo, farne economia vera è un’altra cosa.

Se non avessi un po’ le spalle coperte sarebbero i famigerati “volatili” di cui si sente spesso il volo. Soprattutto da dietro. Ho fatto il militare in Cavalleria, Lancieri di Montebello, incarico da secondo pilota radiofonista, sempre qualcosa di attinente alla comunicazione.

Stavo per mettere firma. Poi “più c’el dolor, poté il digiuno”. Di scrivere. E ho scelto di imbarcarmi “sui gommoni dell’esistenza intellettuale” che oggi appaiono navigare in pessime acque.

O vieni sfruttato dai trafficanti di parole o ti rimandano indietro, nei campi profughi della tua solitudine di sognatore e di scrittore, dove vivi assieme a tanti altri esuli (in patria), negli occhi lo stesso medesimo sogno.

E allora che fai? Pensi ancora come Dante: ““Né dolcezza di figlio, né la pieta / del vecchio padre, né ‘l debito amore / lo qual dovea Penelope far lieta, / vincer potero dentro a me l’ardore / ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto, / e de li vizi umani e del valore; / ma misi me per l’alto mare aperto”.

Intendiamoci: non sono mai stato uno di quelli che amava lo stile militare per machismo. Pure l’idea di vivere in promiscuità mi ha sempre fatto orrore. Però una idea di “alta tenuta”, una certa essenzialità, abituarsi al necessario, la divisa, ancora oggi io amo stare con scarponi e sahariana, insomma mi è sempre piaciuta.

Sono andato a cavallo per anni, avevo il mito dei fratelli D’Inzeo e di un certo codice d’onore. Sono anche diventato ufficale della Croce Rossa. Quando una minima sensazione di patria esisteva, ora che la patria è negletta e disprezzata, viene chiamata populismo e sovranismo, io ho sentito che, magari, potrebbe avere bisogno di me e io di lei perché a fare il giornalista, non si “pecunia” granché.

Almeno non ancora come si dovrebbe. Ad esempio con il nostro quotidiano online, Green Planet News, tanto lavoro ma anche diverse persone e se viene fuori qualcosa, dopo incontri, parole, confronti, dibattiti, sono spiccioli.

Mi accade un po’ come esperito quando suonavo come batterista. Ho fatto anni di concerti, due dischi all’attivo, poi però, drastico e con aspirazioni samurai, mi sono dato del tempo e mi son detto: se entro una certa età non sfodno, faccio seppuku e via. basta strimpellare. Bella scelta. Mi sono dato alla scrittura e mi diverto tanto, questo si. Però i risultati economici sono quasi come quelli della musica. Amen.

Detto questo, credo che davvero importante sia avere dei progetti sempre nella vita. Anche quando appaiono inutili. Bisogna sempre credere al proprio insostituibile percorso. Solo credendoci lo nutriamo e lo vivifichiamo. non con una speranza vana e illusoria che talvolta è lo stigma dei deboli che non vogliono vedere la realtà. Gli esempi in questi giorni non mancano. No, lo nutriamo della nostra forza. Bisogna averlo un progetto e non lasciarsi tentare dal demonio del meriggio, quello della stanchezza e dell’apatia.

Davvero quella che ci sussura e dobbiamo ascoltarla questa voce: verrà il nostro giorno. Punto. E come diceva Nietzsche: se il destino mi è avverso, tanto peggio per lui”.

Buona serata.