Di miele e di mercato

Da ieri, sul sito di Green Planet Edizioni (www.greenplanetedizioni.com), trovate questo mio articolo di cui vi allego il link https://www.greenplanetedizioni.com/miele-salute-e-globalizzazione/ e che vi invito a leggere. Se vi fa piacere.

Ho voluto intervistare un agricoltore e apicoltore della Sabina per capirne di più sulla reale produzione del miele che molte volte si “spaccia”, soprattutto nel circuito della grande distribuzione, per qualità e made in Italy.

La verità è che dietro alle etichettature e alle parole si nascondono molte altre cose. Sono sempre più convinto che abbiamo bisogno di una “decrescita felice”, di mangiare meno e mangiare meglio.

Soprattutto abbiamo bisogno di mettere nelle nostre azioni e dunque anche nel nostro nutrimento etica, solidarietà e consapevolezza.

Perché l’unica vera battaglia da condurre è quella del sapere, del capire. In maniera da autodeterminarsi per la scelta, per l’azione generata dalla presa di coscienza.

Da una intervista semplice, che ha voluto comunque dare voce a un produttore locale, “soffocato” dai meccanismi del mercato globale, una riflessione su tutto un mondo e tutto un sistema.

 

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La solitudine di Borg, come in un quadro di Hopper

IceBorg o forse meBorg, mi piacerebbe aver potuto dire un tempo. L’uomo di ghiaccio capace di vincere cinque volte di seguito il più prestigioso torneo di tennis al mondo, quel Wimbledon che una volta mi faceva passare giornate “gagliarde”. Quando la tv di stato non eruttava pubblicità e le partite dell’Italia erano precedute dalla sigla in Mondovisione e venivano giocate da facce proletarie con la maglia azzurra. Bei tempi, ben diversi dal calcio tatuaggiato e orecchinato di oggi.

Ieri sono andato a vedere il film Borg McEnroe. Non vedevo l’ora. Come accaduto con Rush, la storia epica che racconta di Lauda e di Hunt. Dico subito che il film su Borg mi è piaciuto. Non come Rush. Meno approfondita la psicologia dei personaggi, meno spettacolare il film che è principalmente concentrato sulla storica finale di Wimbledon del 1980, la quinta di seguito vinta da Borg.

Certamente fa vibrare il muscolo pulsante la storia e rivivere i cinque set di quella partita è pur sempre uno struggente ricordo. Però Rush è altra cosa.

La figura di Borg è “abbastanza” centrata, più di quella relativa a Crazy John Patrick. Il vecchio Bjorn Runa mi è sempre piaciuto. Se molti volevano essere John McEnroe, io volevo essere Borg. Provavo a fare il rovescio a due mani con risultati pessimi.

I due però mi affascinavano entrambi e più di altri tennisti. Per non dire della battuta di McEnroe e delle sue staffilate. Ad un certo punto del film si sente dire: “Borg è un martello pneumatico, John McEnroe un coltello che ferisce qua e là. Non senti niente e ad un certo punto ti ritrovi a morire dissanguato”.

Di Borg mi piaceva quello che mi piaceva di Lauda: la disciplina e la capacità profonda di convogliare la classe in un misto di “sole e acciaio”.

Di McEnroe e Hunt mi piaceva altro: lo scapestrato che non sono mai riuscito ad essere, il ribelle che covavo dentro ma che, tranciato dalle mie paure e insicurezze, non facevo uscire fuori. Anche la genialità maldestra, la classe scomposta.

Nella disciplina di Borg e di Lauda, nel loro controllo delle emozioni, cercavo di identificarmi. Per rimuovere le mie paure, le mie angosciose ansie. Con gli stessi risultati del mio rovescio a due mani. Praticamente un 6-1, 6-1 a favore dell’ansia.

Certo è che quando vidi Borg abbinarsi alla “scosceggiante” e incontinente Berté e Lauda separarsi da Marléne, compagna di soldi e di vittorie, beh, ci rimasi male.
Peggio di Baggio in Brasile dopo il calcio di rigore nella finale col Brasile del 1994.

Non per moralismo. Solo l’illusione giovanile che esistesse un mondo perfetto di amori fulgidi ed eroi vittoriosi.

Di questo film Borg McEnroe non mi è arrivata solo l’epica della storia, l’amicizia tra i due, che forse, peraltro, avrebbe meritato un maggiore approfondimento.

No, mi è arrivata la solitudine di Borg che forse ha coinciso molte volte con la mia, soprattutto in adolescenza dove se non sei “pallonaro” e “macho macho”, ed io forse ero più “micio micio”, sei un oggetto camminante non identificato.

Borg nella stanza di albergo che cammina a piedi scalzi sulle racchette per testarne l’accordatura assieme al suo fedele allenatore, Borg che siede sul letto da solo, senza Mariana Simionescu con cui ha poco dialogo, ebbene questo Borg, mi ha riportato ad un quadro del mio amato Edward Hopper: Escursione nella filosofia.

Nel quadro, un uomo fissa un tappeto di luce, come se si fosse seduto dopo averla raggiunta. C’è una quiete mortale nel quadro, come in tutti i quadri di Hopper. Nonostante questa luce di cui quest’uomo ha estremamente bisogno, la verità non viene accolta ma solo percepita.

E’ una vita muta, un silenzioso grido, una impotenza che in realtà è potentissima. Borg che guarda il vuoto è questa potente impotenza, il pensiero angoscioso del peso delle emozioni che digrignano ma che lui ha reso gelide e contenute dentro di sé.

Dopo l’esperienza della beatitudine, Borg sembra esserne consapevole. La caduta è in agguato, questo essere banditi dall’eternità che farà esclamare a Yukio Mishima,  prima di fare Seppuku, “la vita umana è breve ma io voglio vivere per sempre”.

Eccolo il destino della solitudine: la metamorfosi di ciascuno di noi in Adelchi manzoniano: “Soffri e sii grande, il tuo destino è questo”.

Nonostante il successo, nonostante i soldi, la solitudine di Borg è totalizzante, è una metastasi dell’anima. Come nel quadro. Una donna è distesa alle spalle dell’uomo seduto sul letto. Per metà è svestita, ha i capelli sciolti.

L’uomo è indifferente, sprofondato in sé stesso. Come Borg in preda all’indecisione e al dubbio di perdere, di non riuscire a entrare nella leggenda. Nonostante il suo mondo simbolico fatto di riti scaramantici e di emozioni soffocate. Sembra voler dire: chi ha fatto un bel sogno non potrà mai tornare alla realtà.

E’ la distanza dal piacere che sta per sfumare, la consapevolezza che, anche se giovane, è ormai sfibrato, usurato dall’essere il numero uno, è la solitudine dei numeri primi.

Nel quadro l’angoscia dell’uomo corruga la fronte. Forse la donna alle sue spalle è la bellezza stessa che lo ha tradito. Il quadro diventa metafora della vita e dell’eros di cui mette in luce il carattere contraddittorio. Il quadro registra l’impossibile unità, la cultura tragica di una distanza muta, irrisolvibile, l’uomo racchiuso nel silenzio e nella finitudine eternata. Borg è l’uomo del quadro.

In maniera opposta ma identicamente “oppresso” dalla volontà “emulativa” di essere come Borg ,è John Patrick McEnroe. Anche lui è solo. Davanti al pubblico di Wimbledon che lo fischia, davanti al mondo che lo contesta nello stile e nelle sceneggiate.

Solo perché è consapevole che sarà un fuoriclasse, ma che non diventerà come Borg, la leggenda. Soli entrambi, soli che diverranno amici. Come Lauda e Hunt e, come Hunt, anche Borg finirà per cercare di riempire il vuoto della solitudine angosciosa con l’evasione e la narcosi. Prima delle emozioni, poi della realtà. Che è poi un po’ la stessa cosa. dopo delle realtà.

La modernità si è nutrita di un sogno irreale di beatitudine, “venduto” dal mondo borghese e teorizzato dalle utopie socialiste. La modernità è l’epoca che più di ogni altra ha identificato il piacere con la vita stessa. Ma di fronte alle contraddizioni che la vita genera, la vita ha sempre di più finito per assomigliare a una morte silenziosa.

Come nei quadri di Hopper. I personaggi che sbarrano l’accesso alle difficoltà, alle contraddizioni, alle emozioni, alla realtà della vita sono le icone più rappresentative di questa vuotezza. Siedono immobili, hanno cercato la felicità senza trovarla o forse l’hanno trovata senza capirla.

Guardano il sole, conducono una vita agiata. Hanno creduto di trovare il godimento costante nel successo e nel piacere ma ora si trovano davanti al nulla e una luce incavata di buio si è insediata nei loro occhi, una luce non recepita.

Borg, come viene descritto nel film e dalla vita stessa, è un figlio della modernità. Pietrificato in un desiderio di immortalità. Non voler morire ma nemmeno riuscire a vivere fino in fondo. La rete di relazioni è distrutta dalla concezione moderna del tempo e dalla “volontà di potenza”. E’ questa la vera sconfitta di Borg.

Essere costretto a vincere senza liberarsi dal vincolo. L’essere umano “chiarificato” è anche quello capace di scegliere. Per questo, molte volte, la scelta viene rimandata dall’evasione. Mentre la forza della scalta accordata con il se chiarificato rimane il cuore del vero potere: quello che si ha su se stessi e sul controllo dei demoni del pensiero: il pensiero-rumore, quello prevaricatore, il pensiero-ideologia e quello intrattenimento.

Insomma, il film mi è piaciuto per quello che ho percepito e “sentito”.

Come sempre, tutto ciò che riporta al proprio io profondo, alla propria solitudine, alle proprie esperienze, al quella che io definisco, una certa distanza dal mondo “esperita” più volte, è comunque benefico. Quando genera consapevolezza e non rimuginio, il pensiero-rumore.

La presa di coscienza del reale e delle sue verità. Si chiama anche maturità cognitiva. In tutti i suoi aspetti che, una volta compresi. mordono meno. E’ questa la mia Escursione nella filosofia, è questo il mio pathos per certi “compagni di solitudine” come Borg e molti, moltissimi altri che tengono desto, in ogni caso, il mio piacevole cammino esistenziale.

 

Ho un cuore in anabasi

Ho un cuore in anabasi
che sgattaiola spesso
tra le pieghe della vita
in una frammentata catarsi,
struggente desiderio
erotico – velato
di un bagliore
di infinito e di sacro.
Carezzo
col piede nudo
quel profilo che fluttua
su terra amante
in un lattiginoso mondo.
Puntando a inaccessibili vette.
Eppure,
nel ghiaccio apparente,
cristallizzato,
di quotidiano fremito,
il muscolo pulsante, talvolta,
illumina
le pareti del precordio
da cui promanano
folgori.
Di inaudita speranza.
Per un attimo,
di gioia,
che è stilla, di una piccola essenza
e rumori smarriti.
Non c’è tremendezza,
nel fuoco,
ma crepitìo, scrocchio, profumo.
Mi spensiero, mi slaccio, mi spatisco
E, bum bum,
sono me stesso
e dico grazie

Non sono mai contento

Non sono mai contento. Lo so, me lo dicono spesso, me lo sono sentito dire tutta la vita. Un inquieto costantemente in cerca di perfezione. Non dagli altri. Da me stesso. E sentendo in piena consapevolezza la mia “fragilità”, appunto, non sono mai contento.

“Fedele alla linea” come ammonivano negli anni Ottanta i CCCP, ho cercato ulteriormente di perfezionare il mio blog.

Per facilitarvene la lettura e renderne la navigazione più immediata e meno noiosa.

Insomma, mi fa piacere se mi leggete. E allora, ho ulteriormente distinto le etichette di navigazione, i miei diversi tentativi “artistici”, mettiamola così.

Ho “staccato” le etichette giornalista e blogger. Nella prima etichetta, Il Giornalista, trovate separati eventi e mostre rispetto a quello che scrivo per Green Planet Edizioni e altri articoli. In maniera che se volete leggere subito di qualche evento, avete più facilità nella lettura. Nei sottoelementi che trovate distinti.

Nell’etichetta di navigazione Il Blogger ho inserito sottoelementi diversi come Reportage di Viaggio, Moleskine, il mio taccuino per le mie riflessioni, Kultur, quando scrivo di scrittori, poeti, filosofi e di tanti altri compagni di vita,  e poi Libri, Musica, testi e Film.

Alle diciture Il Fotografo e Il Poeta,  che non ho modificato e che già conoscete, appartengono i miei scatti e le mie poesie.

Spero che vi piaccia tutto e che continuerete a seguirmi.

Buona serata e buona lettura, allora.

Ma è davvero made in Italy?

Si parla molto di cibo, anzi di “food” che fa più fico, di prodotti tipici, di Made in Italy.

La verità è che, con la globalizzazione, tutto è cambiato. Il made in Italy diventa un’etichetta dietro cui non sempre si nasconde “un’eccellenza” del nostro paese.
Se poi si fanno anche accordi economici, “di libero scambio” per legittimare la contraffazione dei nostri prodotti, allora, viene proprio da dire, siamo alla frutta.

Vi invito a leggere l’articolo che ho scritto ieri per Green Planet Edizioni, una riflessione sui “padroni stranieri della nostra tavola” e sulle acquisizioni italiane all’estero. (https://www.greenplanetedizioni.com/gli-agricoltori-devono-fare-rete/)

Ho seguito, proprio ieri, tra l’altro, il premio Bandiera Verde Agricoltura 2017 con cui CIA, Agricoltori Italiani, ha consegnato prestigiosi riconoscimento in Campidoglio alle attività agricole più significative del nostro paese quest’anno.

Mi hanno colpito alcune cose. Da una parte, il video iniziale con cui hanno mostrato Arquata del Tronto, distrutta e lacera. Silenzio assoluto nel veder scorrere quelle immagini al suono di una musica particolarmente toccante. Pensiamo che, nonostante le chiacchiere e gli slogan elettorali dei nostri scarsi politici, le macerie sono ancora là.

Dall’altra, che a vincere sia l’agricoltura giovane in abbinamento al connubio tradizione-innovazione.

I quasi 5 mila prodotti legati al territorio e alla nostra storia oggi vengono promossi in maniera inedita grazie all’utilizzo di nuove tecnologie di ricerca e di marketing.

Varietà locali di vite, grani in estinzione come la Tintiliana molisana e il Khorasan Saragolla marchigiano. O ancora riportare in tavola ricette tipiche come quella della frittata preferita da Cicerone, la Patella Thirotarica.

Se questa è la tradizione, l’innovazione è costituita dalla spcializzazione sulla coltivazione intensiva del basilico genovese Dop a impatto zero, grazie all’uso di energie “green” e impianti fotovoltaici a biomassa. L’agricoltura si evolve ma rimane fedele alla sua vocazione e Cia se ne fa interprete raccontando storie di grande significato.

Tra le idee più innovative premiate da Cia, un agriturismo all’avanguardia che pratica l’agriwellness, unendo lettura e relax, una cooperativa sociale che si occupa di reinserire minori e giovani in condizioni di disagio tramite il lavoro nei campi, esempi di imprenditoria femminile e di aziende agricole che hanno saputo fare della tradizione familiare una vera e propria risorsa.

Spazio anche quest’anno all’agricoltura del Mediterraneo con il premio bandiera Verde 2017 che è andato a Farida Kabbaj, ingegnere agronomo del Marocco.

Buon sabato e buona lettura.

Gli “umili eroi”

Mi piacciono le sculture, amo gli animali, penso molte volte alla sofferenza dei soldati italiani in trincea durante la prima guerra mondiale. Ho anche uno stile di vita vagamente “militare”. In senso buono. Cercando di puntare all’essenziale, come un soldato di vecchio stampo. Decoro e alta tenuta.

Nella mostra che voglio raccontarvi, troviamo tutto questo. Non a caso uno degli sponsor è LAV, Lega Anti Vivisezione. Mi viene da apprezzarla ancora di più. Perché c’è, finalmente, un pensiero per gli “umili eroi”, quegli amorevoli asini che nel loro silenzioso faticare hanno accompagnato le vicende degli alpini e degli uomini.

Come gli animali fanno ogni giorno. Ancora oggi. Donando gioia alle nostre vite e portando luce sui momenti oscuri. Dovremmo ricordarcelo spesso tutto questo. Per vivere meglio, noi e loro. In armonia.

A proposito: apro una parentesi, lancio un sondaggio. Sono anni che penso di dare una forma ai miei pensieri, scrivendo un libro. Ne scrissi uno molto tempo fa, di quelli autoprodotti, il cui titolo era emblematico: Dell’Immortalità. Sempre cercando un senso.

Oggi la stessa esperienza mi porta a scrivere poesie. Ma il libro ho deciso di scriverlo sugli animali e sui gatti in particolare. Un ringraziamento per tutto quello che sanno dare alla mia vita e per esprimere quello che sento nei loro confronti. Il sondaggio è aperto e ditemi che ne pensate.

Detto questo, ritorno a parlarvi di questa mostra. “Realismo e Poesia. Lo sguardo di Pietro Canonica sulla Prima Guerra Mondiale” è il titolo dell’esposizione con cui si punta a evidenziare, nell’ambito della collezione permanente del museo Pietro Canonica, quelle realizzate in memoria del primo conflitto mondiale.

Il Museo Pietro Canonica è, a Roma, uno dei luoghi privilegiati delle memorie della grande guerra. Ospita una ricca collezione di sculture commemorative della prima guerra mondiale, opera dello scultore Pietro Canonica (1869-1959), e conserva nel suo archivio foto e documenti di grande interesse storico documentario.

Canonica, negli anni Venti e Trenta del Novecento, è stato tra gli artisti più prolifici nella realizzazione di monumenti dedicati ai caduti e le sue opere ornano le piazze e i giardini di molte città italiane.

L’esposizione, promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale -Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, è a cura di Bianca Maria Santese e Carla Scicchitano. Ad ingresso gratuito, sarà aperta al pubblico dal 15 novembre 2017 al 7 gennaio 2018.

La mostra raccoglie circa 30 opere, tra bozzetti e modelli in gesso di varie dimensioni, testimonianza dei monumenti all’Artiglieria di Torino, ai caduti di Benevagienna, all’Alpino di Courmayeur, all’Arco della Vittoria di Bolzano, solo per citarne alcuni, mentre nel piazzale antistante il museo sono collocati i monumenti all’Alpino e all’Umile Eroe.

L’esposizione è integrata dalle nuove acquisizioni del museo: due ritratti inediti in bronzo, un tondo a bassorilievo di Canonica e un altro piccolo bassorilievo di Enrico Malvani, generale di Cavalleria nella prima guerra mondiale, scultore e stretto collaboratore di Pietro Canonica, esperto nella modellazione dei cavalli, di cui era un profondo conoscitore.

È inoltre esposto il ricco materiale fotografico d’archivio relativo alle opere e ai modelli conservati nel museo, ma anche foto inviate da molti comuni a testimonianza dei monumenti presenti in tutta Italia.

La cruda realtà della guerra, con il suo carico di sangue e di dolore, 10 milioni di morti, di cui 600 mila italiani, 21 milioni di feriti, la fatica delle marce nei ripidi sentieri alpini innevati, l’amor patrio non declassato ad amor calcistico.

Canonica racconta l’Italia della “Vittoria Mutilata” senza retorica. Il suo sguardo è quello del dolore che si trasforma in poesia. Non è solo retorica, insomma. Faccio un esempio.

Il 4 novembre 1921 a Roma viene tumulata nell’Altare della Patria la salma di un soldato non identificato morto in battaglia durante la prima guerra mondiale. Il famoso Milite Ignoto, la cui storia mi ha sempre attirato. Sin da bambino.

Mi chiedevo chi ci fosse lì, perennemente illuminato dal fuoco e dal picchetto armato di due soldati. Estate, inverno, sempre. A scegliere tra undici caduti senza nome è Maria Bergamas di Gradisca d’Isonzo, madre di Antonio, arruolato nell’esercito austriaco, poi disertore e volontario con l’esercito italiano; caduto e mai ritrovato.

Nel duomo di Aquileia, la Bergamas ha un malore di fronte alla decima bara. Per le autorità militari è un segno inequivocabile. Il milite ignoto viene portato a Roma con un treno speciale, centinaia di migliaia di persone si posizionano lungo la linea ferroviaria per veder passare il convoglio.

Sarà, probabilmente, il più sentito momento di patriottismo e di unità nazionale della sua storia. A Roma la bara viene portata a spalla e inumata da diciotto medaglie d’oro al valor militare.

La storia del Milite Ignoto me ne richiama a mente un’altra di quelle che ho sempre amato per una sua virile poetica. Quella del feretro di Napoleone che torna in patria dopo l’esilio. Pur di guardare il passaggio dell’imperatore lungo la Senna, i suoi veterani si accampano sul greto del fiume. Molti moriranno assiderati nell’attesa dell’ultimo saluto.

L’arte di Canonica ha molto a che fare con queste sensazioni. Accanto al Cavaliere che avanza impavido con sguardo terribile e consapevole, un misto di coraggio e di orrore, marciano anche gli “umili eroi”, gli alpini con i loro fedeli muli, carichi di armi e provviste, protagonisti in prima linea al fronte.

Ai soldati caduti, rappresentati nello scomposto abbandono della morte, Canonica proietta come sfondo il faro di Trieste, città simbolo dell’irredentismo anti austriaco, con il sole nascente, promessa di un nuovo domani.

Una sezione della mostra è, infine, dedicata ai muli, “umili eroi” dei conflitti mondiali, costituita da un’esposizione fotografica dal titolo “Muli e conducenti! Tutti presenti! 1872-1991: il legame tra muli e alpini attraverso 120 anni di storia”.

Ideata e curata da Serenella Ferrari con il coordinamento di Susanne E.L. Probst, è organizzata dall’Associazione Amici dell’Arte Felice” di Gorizia in collaborazione con AssociazioneIsonzoGruppo di Ricerca Storica, Gorizia; Associazione Nazionale Alpini, sezione di Gorizia; Associazione Centro per le Ricerche Archeologiche e Storiche del Goriziano”, Gorizia; Lega Anti Vivisezione, Roma.

L’intento è di arricchire il percorso espositivo con materiale che documenti oltre al sacrificio degli uomini anche quello degli animali, silenziose vittime innocenti della Grande Guerra.  

Mi piace. Pensare a uomini e animali che condividono lo stesso destino. Amici, alleati, compagni di percorso. Silenziosi confidenti di tutte le nostre paure, indomabili bellezze in grado di amarci sempre. Nonostante la nostra “dis-umanità”.

INFO

 Mostra                                      Realismo e Poesia.
Lo sguardo di Pietro Canonica sulla Prima Guerra Mondiale

Luogo                                          Museo Pietro Canonica, Viale Pietro Canonica 2,

(Piazza di Siena) Villa Borghese, Roma

Apertura al pubblico           15 novembre 2017 – 7 gennaio 2018

Orario Museo                         martedì – domenica ore 10.00 – 16.00.

La biglietteria chiude mezz’ora prima; 24 e 31 dicembre 10.00-14.00

Giorni di chiusura: lunedì, 25 dicembre; 1° gennaio

Ingresso gratuito

 Promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali

A cura di                                       Bianca Maria Santese e Carla Scicchitano

Info Mostra                                Tel. 060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 19.00)

http://www.museocanonica.it; Twitter: @museiincomune

www.museiincomune.it

Servizi museali                           Zètema Progetto Cultura

Ricerche Storiche

e Documentazione                   Fabiola Polsinelli

Allestimento                                Paola Marzoli

Sezione Mostra Fotografica               Serenella Ferrari (ideazione e cura)

Muli e Conducenti. Tutti Presenti!       Susanne E.L. Probst (organizzazione e coordinamento)

1872 – 1991. Il legame tra muli e Alpini attraverso 120 anni di storia  

Amici dell’Arte Felice, Gorizia (organizzazione)

In collaborazione con Associazione “Isonzo”, Gruppo di Ricerca Storica, Gorizia; Associazione Nazionale Alpini, sezione di Gorizia; Associazione “Centro per le Ricerche Archeologiche e Storiche del Goriziano”;

Lega AntiVivisezione, Roma (sponsor etico)

 

 

Il desiderio e la teoria del lucidalabbra

Desiderio, de-sidera, avvertire la lontananza dalle stelle. L’indiscutibile fascino del desiderio. Ma di cosa si tratta veramente? E’ sempre salutare “cedere al desiderio”? Andiamo con ordine. Partiamo dall’etimo. Sentire la mancanza delle stelle o semplicemente sentire la mancanza.

L’essenza dell’amore e del desiderare. Solo che nel desiderio manifestiamo ciò che siamo. Come le compagnie che frequentiamo. Io, ad esempio, come si legge in alcune frasi “feisbucchiane”, non ho gusti difficili ma ho disgusti facili.

In poche parole: frequento poco e non ho mai avuto la propensione all’innamoramento “free“. Tantomeno il gusto dell’amorazzo alla vaccinara. Non tutti, insomma, desiderano allo stesso modo e fa la differenza.

Non è un giudizio, né un’albagia moralistica. Solo un prendere per mano il senso del reale. Esempio concreto della mia gioventù, nemmeno peraltro molto lontana.

Sia perché, per dirla alla Caro Diario, sono uno splendido cinquantenne, ovviamente ironizzo. Sia perché, come ricorda sempre il già citato Bruno Cortona dello splendido film Il Sorpasso, “A Robbé, che te frega, l’età più bella è quella che uno c’ha”. Età porta consapevolezza e maturità cognitiva, forse, e conoscenza di cosa davvero desiderare.

Lego il desiderio della mia gioventù alle bocche sfavillanti lucidalabbra. Non al morboso accento dell’ormone in subbuglio, precisiamo, dico davvero, ma alla romantica tendenza dell’erotismo labiale, il migliore, il desiderio, appunto, di “assaporare” quelle labbra col sapore di pesca o di fragola e sentirne tutto il profumo. Assaporare la vita. Ba-cia-re.

“La mancanza di qualcosa che si desidera è una parte indispensabile della felicità” dice Bertrand Russell. Se le stelle le tocchi, rischi di bruciarti e spegnerle. Il ricordo del lucidalabbra e delle sere d’estate è la condizione migliore per continuare a vedere la vita con gli occhi del “desiderio”.

Semplicemente desiderando la vita. Fondamentale è non solo distinguere tra bisogni e desideri ma avere desideri “edificanti”.

L’ingresso nel regno del desiderio coincide con l’approccio alla consapevolezza di qualcosa che ci manca. Altra cosa rispetto al babelico e tirannico caos del bisogno e del piacere. Scrive la sociologa Anna Rago sulla rivista digitale Informa21: “I desideri evolvono, si modificano, proiettati in una danza di trasformazione dinamica, attingendo proprio da quel senso di mancanza che permette loro di restare sempre vivi.

É importante essere consapevoli dei propri desideri: è fondamentale identificarli con chiarezza, per verificare se sono reali o indotti da altri. Tale consapevolezza potenzia anche la fattiva possibilità di gioire della loro realizzazione.

Infatti immersi nell’intricata rete di mancanze, si corre il rischio di farsi condizionare, perseguendo desideri ingannevoli, incrementati dal bombardamento della pubblicità che sollecita “desideri di consumare e di apparire”. Ciò determina delusione, sfiducia, stress causando difficoltà nelle relazioni con se stessi e con gli altri”.

Ecco il problema. Se la fenomenologa Roberta De Monticelli parla di Educazione al sentire, è oggi più che mai necessaria, per la propria autodeterminazione e autentica libertà, una educazione al desiderio. Leggiamo Marcuse ne L’uomo a una dimensione. Il filosofo pone l’accento sulla società industriale che “per il proprio mantenimento, promuove l’ideologia del consumo dei suoi prodotti, diffondendo falsi desideri massificati e appiattendo la creatività individuale”.

Per non dire di Fromm che nel suo celebratissimo Avere o essere ricorda che “l‘atteggiamento implicito nel consumismo è quello dell’inghiottimento del mondo intero. Il consumatore è un eterno lattante che strilla per avere il poppatoio… Consumare è una forma dell’avere… I consumatori moderni possono etichettare sé stessi con questa formula: io sono = ciò che ho e che consumo…”.

Lacan sottolinea che i desideri coincidono con una richiesta di riconoscimento, di accoglienza, di identità e di amore. Ora, non dico realizzare le bellissime parole che il dio Krishna pronuncia nella Baghavadgita, “Nelle creature io sono un desiderio che non è in conflitto con la giustizia”.

Certamente, però, districarsi nella foresta oscura dei falsi desideri che hanno il solo di riprodursi ad libitum, generando infelicità e vuoto, è condizione necessaria per esperire un po’ di autentica serenità e libertà.

Di cosa abbiamo davvero bisogno? Dell’essenziale invisibile agli occhi, pane quotidiano per chi ricerca bellezza, ma anche del ricordo, della memoria, di cullarci con un’aspettativa, con l’attesa, con la vita.

La teoria del lucidalabbra, di quello abbiamo bisogno. Sono d’accordo con quanto scrive Vito Mancuso nel suo ultimo volume Il bisogno di pensare: “Esattamente questo è il punto: desiderare qualcosa di più grande del proprio desiderio egocentrico, qualcosa che venga a coincidere con il bene e la giustizia, con l’autentica grande bellezza”.

Quel lucidalabbra, quel desiderio RISPETTOSO di baciarsi e starsene abbracciati, troppo veloce il mondo oggi che arriva a bruciare ogni tappa troppo presto, quel “piacere” estivo di attimi sottratti al tempo e all’inutile, ecco, quel ricordo genera bellezza e mi riporta alla vita che tengo tra le mani.

Ricordiamo nel Faust le parole di Goethe: “Ma io non cerco la salvezza nell’indifferenza: il brivido è la miglior parte dell’umanità. Per quanto il mondo faccia pagar caro il sentimento, l’uomo, quand’è commosso, sente nel profondo l’immensità”.

Consapevolezza. Di quello che è il mondo, senza illusioni, e delle infinite possibilità della vita. Se non c’è consapevolezza, diamo spazio ai falsi desideri su cui la società attuale ha costruito la sua ricchezza. Dare spazio alla vita, il desiderio è anche il volere affermare la vita, sia a livello conscio che inconscio, significa riappropriarsi della propria libertà e creatività.

Passando dal desiderio “bramoso” al desiderio orientato ad una diversa modalità. Magari trasformato in aspirazione a qualcosa, alla realizzazione di un sogno.

Pochi ma semplici concetti per avere sempre in tasca una “bussola” “antitaccheggio” dell’anima: disintossicarsi dai condizionamenti e dalle disfunzioni del desiderio; agire su ciò che è negativo e limitante; evitare inutili e fuorvianti aspettative; fare luce sulla realtà e dire grazie.

Della vita come infinita possibilità di essere e del percorso. Sostenersi con le aspirazioni, con i desideri “autonomi”, farci consapevoli di ciò che davvero ci motiva e ci rende se non felici almeno sereni, significa tendere alla costruzione di una identità forte.

Su cui né il mercato, né il mondo potranno fare molto. Per questo si punta all’omologazione del pensiero e dell’individuo ridotto a un solo consumatore.

Anche se tutti, noi no, bisogna saper dire. Perché sappiamo “desiderare”.

Fosse anche, per un attimo, il ricordo di un lucidalabbra e di una sera d’estate, di una presenza o di una mancanza.

Avremo un orizzonte cui tendere. Con più libertà e più determinazione.

La loro ballata

Ho immaginato i morti in una splendente danza di colori. E ho scritto questa poesia, che vi ripropongo oggi. Ho pensato a loro in maniera gioiosa, senza tristezza.

In una eterna speranza dove si ricompone tutto ciò che apparentemente è stato dissolto. In un infinito ballo, dove non esiste più né l’inizio né la fine ma solo la proiezione infinita di una luce accecante.

La sintassi abbagliante di un crepuscolo incandescente. Per sempre.

A tutti loro, uomini e animali, in qualunque parte del mondo e dell’oltremondo, va il mio pensiero.

È una danza,

 la loro ballata,

che riemerge dai silenzi dell’alba,

la voce dei morti

che oggi risuona

e scuote il torpore di pietra.

Sono scudi e colori,

fuori misura,

fiori schiacciati tra i libri,

incisioni smarrite

nell’iride,

rigenerati in carezze,

sono centimetri, d’amore talvolta,

e ricordi,

il silenzio di Dio,

su molti perché.

Un molle riflesso forse

di giorni logori,

non più cenere

ma infuso,

di zaffiri,

diamanti nel sangue,

di una dolorosa memoria.

Sono loro,

cromatiche scie e slanci d’ametista,

che ogni tanto rivedi,

nella sintassi del crepuscolo,

che svampa le vette.

Non impallidiscono i morti,

non conoscono abisso.

Sono dipinti, intessuti,

sono miraggio che si fa carne,

incandescenti vene d’eternità,

sul telaio dei giorni.

Mentre il cuore ne percorre i barbagli

accarezzando il respiro,

in frammenti,

senza frantumi.

 

A te

La fuga da ogni rabbia,

il tuo piccolo respiro,

è un trincianoia,

vivificante il giorno.

Vibro malamente ma vibro,

quando sento il tuo battito,

di notte,

accanto a me,

mentre cerco nel silenzio

quella pace che non trovo.

Avvolto in polpa,

di palpiti,

mi accuccio,

nella crepa di un racconto,

di un’orma, di una piega,

di uno spigolo,

che sia pure attesa e sogno.

Il mondo lo colori,

di ombra e di mistero,

di gioia e di sostanza,

sulle pene grandi e lievi,

ammucchiando ,

sulla traballanza

di un imperiale camminare,

lo svelamento senza le parole.

Tieni il passo,

fino alla fessura del mio umano sperdimento,

è questo, uno stare bene,

nel ventre incantato,

mentre fuori piove

e io sono con te

come il laccio nella scarpa,

la pietra sulla roccia,

e va via

il guaìto di ogni azzoppatura

lo sbuffo sulla lingua,

lo slabbro sulla gola.

Mi accendi il sangue,

quando arrivi,

mi infiammi di una libertà,

che non possiedo,

mi doni il cielo dei tuoi occhi

per farmi una risacca, si,

di un po’ di felicità.

Niente altro che il capogiro

di stare qui e ora,

senza nomenclatura,

lasciata ogni pretesa,

tracimando l’io appeso all’albero,

m’ingorgo nel cuoricino tuo,

e tutto ha un senso

anche quando c’è il buio spazzatura,

quello palombaro, ingannatore e gnomo irriverente.

E’ un fare niente ma farlo bene,

appeso alla tua buccia,

è piantare un seme,

per un canto semplice

di tana e flusso dolce,

di un meccanismo in volo

che è chiarità.

Non ho regno

ma la tua voce mi fa vento,

mi fa stellato disincrosto,

da tempo e inutilità.

Il mio primo viaggio in America (2° parte)

Qualche giorno fa, vi ho raccontato della mia prima esperienza di viaggio in America, viaggio organizzato, dunque in gruppo “tutti insieme appassionatamente”.

Vi avevo lasciato con la promessa di raccontarvi la seconda parte dopo qualche giorno, talmente tanti gli stati visitati. Eccola qua.

In questa seconda parte del reportage che trovate sul sito http://www.scrittoreinviaggio.com al link http://www.scrittoreinviaggio.com/viaggio-in-america-2-parte/ vi racconto di Las Vegas, delle straordinarie “guglie” del Bryce Canyon, di Calico, città mineraria abbandonata, di Yosemite, della Death Valley, di Zabriskie Point e del Great Salt Lake.

Ultima tappa “sulle strade di San Francisco”.

“Esperire” il mondo per non soggiacere al mondo.

Buona lettura, per chi ne avesse voglia, e buona serata, in ogni caso.